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venerdì 31 luglio 2009

se lo dice Obama ci credo


Piccolo quesito: nel caso voi ascoltaste una stessa frase detta da due persone, a chi credereste? La frase in questione è la seguente: "Ci sono segnali di ripresa". Le due persone che (in tempi diversi) l'hanno pronunciata sono Silvio Berlusconi e Barack Obama. Credo non ci siano molti dubbi o perplessità. La stragrande maggioranza dei lettori di questo blog opterebbe per il presidente degli Stati Uniti d'America che, quanto a credibilità e prestigio, non può nemmeno essere messo in competizione con il nostro seppur superdotato presidente del Consiglio. Obama non perde tempo (e non fa inutili battute come chi sappiamo) e spende la sua credibilità viaggiando per il Paese. E' stato a Raleigh nel North Carolina, Stato del Sud miracolosamente vinto dai democratici a novembre 2008. Nel suo comizio, il presidente Usa ha detto che ci sono i primi segnali della fine della recessione. «il mercato finanziario non è più in caduta libera e perdiamo posti di lavoro a metà del ritmo di sei mesi fa, quando mi sono insediato alla Casa Bianca», ha detto Obama. Un altro indicatore positivo, non citato espressamente dal presidente afro-americano, è l'aumento della compra vendita delle case. Una specie di miracolo. La crisi è cominciata proprio dal crollo del mercato immobiliare. Il pacchetto di sostegno all'economia deciso da Obama è di poco al di sotto di 1800 miliardi di dollari, ed è diviso in tre parti: «so che molte persone pensano che stiamo soltando sprecando soldi. ma voglio dirvi con esattezza dove vanno i vostri soldi, voglio che siate informati. Un terzo del pacchetto è per gli sgravi fiscali, un altro terzo per le emergenze con assegni di disoccupazione per 12 milioni di americani e un altro terzo è destinato agli investimenti a medio e lungo termine», ha concluso il Presidente americano. Non c'è che dire, chi non vorrebbe sentir parlare così il proprio capo del governo di un Paese in chiara difficoltà economica e sociale come ad esempio il nostro. Purtroppo noi non abbiamo un Obama. Dobbiamo accontentarci del Pifferaio di Arcore e delle sue barzellette e battute fuori luogo. Ma come si dice in questi casi, chi è causa del proprio male pianga se stesso.

giovedì 30 luglio 2009

la Caporetto dell'editoria italiana


Proprio nel giorno in cui pomposamente viene data notizia della promozione di Vittorio Feltri a direttore de il Giornale berlusconiano (lasciando addolorati i lettori di Libero) una valanga di dati certificati ci fa capire quanto sia ineluttabilmente in crisi il vecchio impero dell'editoria italiana. La Mondadori, tanto per fare un esempio, chiude il primo semestre con un utile netto consolidato di 7,3 milioni di euro, in calo dell’80% rispetto ai 36,7 milioni di euro dei primi sei mesi del 2008 e si prepara a tagliare gli organici di ben 106 giornalisti. RCS fa anche peggio, chiudendo la prima metà dell’anno in rosso per 65,1 milioni (era in utile di 36,5 milioni un anno prima) e manda a casa una novantina di giornalisti in Italia, dopo aver già annunciato una ristrutturazione in Spagna (180 posti di lavoro, prima tranche di un taglio che nel complesso dovrebbe riguardare 300-400 persone). Non va di certo meglio al Sole24Ore, con 9,2 milioni di perdita netta nei primi sei mesi del 2009 (da un utile di 21,6 milioni l’anno prima), con conseguente annuncio di 200 esuberi (tra cui 40 giornalisti), né tantomeno a L'espresso-Repubblica che con un utile pressoché azzerato (0,1 milioni contro i 36,4 milioni del primo semestre 2008) e ricavi scivolati a 449,3 milioni (-17,3% rispetto ai 543,2 milioni di dodici mesi prima) apre a sua volta una trattativa sugli esuberi (90 i tagli ipotizzati solo per il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, su 470 dipendenti).
L’elenco potrebbe continuare, con i tagli previsti o già in corso di attuazione nelle redazioni de La Stampa (60 pensionamenti e prepensionamenti tra i giornalisti, altri 76 tra i poligrafici), de Il Messaggero (una quarantina i posti a rischio), di Finanza & Mercati del gruppo Class (dove si è optato per il taglio volontario degli stipendi degli oltre 400 dipendenti fin dalla scorsa primavera). E’ la conferma che qualcosa si è rotto, forse definitivamente, nella foresta incartata italiana e che non è solo un problema di singoli manager o specifiche aziende o testate. Il settore, quello dei media tradizionali e in particolare della carta stampata, da tempo fatica a stare al passo coi tempi dopo aver già assistito alla scomparsa per estinzione della figura dell’editore puro e all’apparire sulla scena di una serie di soggetti (banche, imprenditori, uomini politici) per i quali il foglio di carta, l’emittente televisiva o finanche il sito web ha rappresentato uno strumento di potere utile a favorire una serie di scambi di favori tra amici o di avvertimenti in caso di contrasti tra nemici. A questo punto c’è da chiedersi che futuro avrà il settore sia della carta stampata sia, in seconda battuta, dell’informazione tout court. Per rispondere a questa domanda occorre fare un passo indietro e dare una risposta a un altro quesito. Una recente indagine effettuata dalla Cornell University (http://www.cen.cornell.edu/index.cfm/events.details?eventID=71&regionID=6&srchType=future) su 90 milioni tra articoli di giornali e post in Internet ha mostrato come esista ormai un preciso ciclo di vita delle notizie. Il proliferare dei blog e del citizen journalism non sembra per ora aver soppiantato i colossi mondiali dell’editoria, visto che questi arrivano sulle notizie in media 2 ore e mezzo prima rispetto ai new media. Eppure le prime 10 fonti in termini di velocità di cronaca sono tutte tratte da blog e in un 3,5% dei casi sono gli stessi blog le fonti primarie di notizie poi rilanciate dagli old media. L’editoria vecchia e nuova è di fatto il regno delle agenzie e dell’outsorcing, con l’80% degli articoli concentrati sul 20% di argomenti e il restante 80% di argomenti alla ricerca di un qualche spazio nel rimanente 20% degli articoli o dei post.
Uno scenario alquanto preoccupante, come si intuisce, che terremoterà il settore editoriale negli anni a venire, non solamente in Italia e non solamente per quanto riguarda la carta stampata.
Che peraltro dovrà comunque trovare una giustificazione al fatto di essere mediamente in ritardo rispetto ai suoi corrispettivi online e di costare troppo; due caratteristiche che solo una reale differenziazione e qualità dei contenuti, probabilmente, potrà giustificare ancora, almeno sino a quando i new media non torneranno ad attrarre investimenti e non potranno dotarsi di quelle competenze (giornalistiche e non solo) che, secondo tutte le ricerche, restano l’elemento in grado di fare la differenza tra un’informazione di valore e una priva di reale interesse per i lettori. Sempre che, naturalmente, cambi anche il modo di rapportarsi con i media da parte dei soggetti della notizia, che troppo spesso in Italia tendono a legarsi a poche firme o testate e a non parlare ad altri. Facendo sì che il valore di un giornalista non stia tanto nella sua capacità di narrazione o di commento delle notizie descritte, quanto nella sua agenda di contatti. Ma questa è proprio un’altra storia, ancora tutta da scrivere e analizzare.

mercoledì 29 luglio 2009

ci libereremo mai del Cavaliere?


Questa è proprio una bella domanda che mi sono posto in questi ultimi giorni di luglio, alla vigilia delle ferie politiche (e anche di quelle del sottoscritto) che cristallizzerà la situazione per eventualmente riprenderla a settembre. Posso immaginare che molti lettori di questo blog (quelli più affezionati e quelli casualmente di passaggio) in questo momento pensino più alle creme abbronzanti da usare in spiaggia e al tipo di pesce da mettere in tavola la sera piuttosto che porsi la domanda del titolo di questo mio post. E posso anche essere d'accordo. Ma una riflessione generale, scusate tanto, va fatta. Anzi, va fatta una prima domanda, che in questo momento mi sovviene: quanto tempo potrà durare Berlusconi dopo l'offensiva mediatica non di poco conto lanciata dal gruppo L'espresso-la Repubblica? E una seconda domanda, che si affaccia con una frequenza sempre maggiore, dice così: siamo sicuri che il premier faccia bene a non ritirarsi, rischiando di procurare un danno irrimediabile al suo governo, alla sua maggioranza e, in definitiva, a tutto il Paese? Confesso di non saper dare una risposta sicura alle due domande. Però un fatto è certo: il sexygate sta causando un indubbio logoramento della figura del Cavaliere. Non è soltanto una mia impressione. Qualche tempo fa, uno che scrive e pensa molto meglio di me, Stefano Folli, ha fatto questa giusta osservazione: "Quello che Berlusconi rischia è un lungo deterioramento della sua immagine. Ossia del carisma e della popolarità, la base del suo potere personale da quindici anni ad oggi. Per certi aspetti, sarebbe la soluzione peggiore. Perchè renderebbe più fragile la figura del premier nell'ora delle scelte difficili". Da noi quest’ora si sta avvicinando. Lo sto dicendo non certo da oggi. Dopo la pausa di agosto, la crisi sociale diventerà sempre più acuta. Molte piccole e medie aziende rischiano di non riaprire. Il numero dei senza lavoro aumenterà. Ed è facile prevedere che ci saranno molte tensioni e proteste di piazza. Che cosa farà il governo? E come si muoverà il premier? A questo punto siamo in un vicolo cieco. Berlusconi si logora giorno dopo giorno. Anche il suo governo e la maggioranza di centro-destra si ritrovano in mezzo a guai sempre più pesanti. Ma il premier non intende ritirarsi. Si affida alle battute («Lo sanno tutti che non sono un santo»). E tira diritto. Quando dovrebbe sapere che un Paese in difficoltà non si guida con lo humour, facendo finta di niente. Mentre la sua immagine viene ridotta in pezzi, in Italia e fuori. Quanto si potrà andare avanti così? Temo poco e male. Ma allora la parola deve toccare agli altri capi del centro-destra. Che cosa ne pensano big come Gianni Letta, Giulio Tremonti e Gianfranco Fini? Se la memoria non m’inganna, non hanno mai aperto bocca in difesa del premier. Ritengo che dovrebbero parlare. E soprattutto agire. Nell’unica direzione utile al Paese: convincere Berlusconi a ritirarsi. Oppure, se non intende farlo, obbligarlo ad andarsene. Non sto invocando un golpe interno alla maggioranza. Però i capi del PdL dovrebbero fare un passo in avanti e dar vita a un nuovo 25 luglio. Anche loro dovrebbero liberarsi di un leader andato in frantumi. Sarà soltanto un’azione di legittima difesa. Per se stessi e per i loro elettori.

martedì 28 luglio 2009

la sciura Brambilla & la sua idea del Sud


Una qualità bisogna riconoscerla alla signora Michela Vittoria Brambilla: quella dell'ostinata cocciutaggine nel voler diventare ministro del Turismo. Un dicastero che era stato abolito in passato ma riesumato dal Cavaliere proprio per far contenta quella rossa di Calolziocorte che non gli dava più pace, tempestandolo di telefonate e di accorate richieste per potersi sedere sulla poltrona ministeriale. Alla fine è stata accontentata e adesso che si parla tanto di problema Mezzogiorno la rossa in autoreggenti ha fatto sentire la sua (autorevole?) voce. Da qualche giorno nel governo e nella maggioranza è esplosa la grana Sud. La crisi di sviluppo che da decenni attanaglia il Mezzogiorno, e che non accenna a fermarsi, non poteva risparmiare un esecutivo che peraltro, da quando ha giurato, non ha fatto altro che drenare soldi al meridione invece che iniettarli nell’esausta economia. Così nel PdL è montata la paura di un fantomatico partito paraleghista, formazione che dovrebbe pescare a piene mani nell’elettorato di destra. Tanto che negli ultimi tempi si assiste a una specie di gara, in cui ognuno dice la sua su come tirare fuori il meridione dalle secche. A questa insolita competizione partecipa convintamente anche la sciura Brambilla. In un'intervista a il Giornale (http://www.circolodellaliberta.it/Rassegna/ilgiornale11.pdf) il ministro del turismo ha sciorinato la sua idea vincente: il Mezzogiorno è una terra meravigliosa che non ha espresso ancora tutte le sue potenzialità e il mare e le spiagge rappresentano un giacimento inesauribile per creare ricchezza. La rossa che piace tanto a Rocco Siffredi poi entra nel dettaglio, illustrando i sei punti con i quali far uscire dall’empasse l’economia del Sud. Peccato però che il ministro, sebbene sia fresco di nomina, al rilancio del turismo italiano ci stia lavorando da più di un anno, ovvero dal maggio 2008, quando fu nominato a capo del dipartimento della presidenza del Consiglio poi elevato a grado di ministero. Ha quindi al suo attivo già due stagioni estive e dovrebbe essere quindi il momento dei primi bilanci. Se si mettono assieme i dati forniti da diverse fonti per l’attuale stagione turistica, il quadro che viene fuori è quello di un settore in piena crisi, in particolare nelle regioni meridionali, e con gli operatori esasperati per l’immobilismo governativo. Partiamo dai numeri forniti dal SIB (http://www.sindacatobalneari.it/), il sindacato che rappresenta gli stabilimenti balneari. Il presidente Riccardo Borgo parla di una flessione, di chi va in spiaggia per affittare ombrellone e sdraio, superiore al 30%. Con alcune regioni più penalizzate delle altre, fra cui principalmente la Campania. Una situazione difficile, che potrebbe essere mitigata se venisse trasformato in legge un protocollo del 2008 sui canoni demaniali firmato proprio dal ministro Brambilla. Ma finora nulla. Non se la passano meglio le agenzie di viaggio, alle prese con una riduzione dei ricavi attorno al 20% e delle prenotazioni di circa il 12%. Cinzia Renzi, presidente di Fiavet (http://www.fiavet.it/home.page?_VP_V_ID=33396871), l’associazione che rappresenta le agenzie in Italia, chiede politiche di sostegno mirate, «soprattutto sul fronte della protezione dei livelli occupazionali, dove non registriamo nessun intervento concreto». Altro tasto dolente gli alberghi. Qualche giorno fa Bernabò Bocca, presidente di Federalberghi (http://www.federalberghi.it/home.asp), ha presentato i dati, alquanto negativi, di quest’anno: nei primi sei mesi meno 6,7%, con una perdita potenziale che si aggira attorno al 15% del fatturato delle catene italiane. Un crollo che colpisce in particolare il Mezzogiorno. Secondo Trademark Italia (http://www.trademarkitalia.com/), a Napoli e a Bari nell’ultimo anno il tasso d’occupazione delle camere s’è attestato a livelli che superano di poco il 50%. Insomma, una stanza su due rimane libera. Anche in questo caso gli albergatori invocano l’aiuto di un governo desaparecido. L’estate nera del 2009 poi non è un caso isolato, ma va a bissare quella grigio scura dello scorso anno, quando l’industria turistica chiuse con un meno 6% e in alcune zone del Sud, tipo la Campania, addirittura con un meno 13%. Ma se in quel caso la Brambilla poteva appellarsi all’esigenza di un naturale rodaggio nel nuovo incarico, quest’anno non ci sono alibi. Soprattutto se poi propone il turismo come panacea di tutti i mali meridionali.

domenica 26 luglio 2009

qualcuno era comunista (non certo Luca Telese)


Il titolo di una bella canzone di Giorgio Gaber è stato preso in prestito dal notista politico del Giornale made in Berlusconi per farne la chiave di volta della sua ultima fatica editoriale. Luca Telese ha fatto uscire da circa un mese un convincente e discusso libro: Qualcuno era comunista con sottotitolo "Dalla caduta del Muro alla fine del PCI: come i comunisti italiani sono diventati ex e post", edito dalla Sperling & Kupfer (756 pagine, 22 euro). Un saggio utilissimo per comprendere come, dalla caduta del muro di Berlino, i comunisti italiani siano diventati ex e post. Una vicenda che permette di analizzare le contraddizioni dell’attuale panorama politico nazionale, da una parte il PD e dall’altra il PdL. Due movimenti a vocazione maggioritaria, tipica espressione di un bipolarismo monco. Numerosi degli episodi raccontati dal bravo Telese sembrano essere stati dimenticati dagli stessi protagonisti della svolta. Quindici mesi (tra la fine del 1989 e gli inizi del 1991) in cui si decretò la fine del più importante partito comunista dell’Europa occidentale. Una vicenda intricata che ha assunto sia toni epici che, soprattutto, farseschi. Scorrendo gli articoli apparsi sui quotidiani di quel periodo, il cronista parlamentare de il Giornale ha scoperto come le dichiarazioni rilasciate all'epoca dai massimi dirigenti comunisti assomiglino a quelle odierne degli omologhi del PD. Insomma, oggi come allora manca una linea comune e a farla da padrone sono le correnti più o meno organizzate. Nonostante la poca organizzazione del centrosinistra italiano, la generazione dei quarantenni della segreteria del PCI dell’89 è però riuscita a stare stabilmente al potere. Massimo D'Alema, Piero Fassino, Livia Turco e Antonio Bassolino sono ancora saldamente sulla cresta dell’onda, senza nessuna intenzione di cedere il testimone. Una parte dell’opera di Telese non poteva che essere dedicata all’indimenticato segretario Enrico Berlinguer. Col senno di poi si potrebbe arrivare a dire che anche il politico sassarese avesse pensato di trasformare il PCI in qualcos’altro, un progetto frenato forse dalle pressioni di Mosca (accompagnate però da una grande quantità di rubli) e dall’ala filosovietica del partito. Tuttavia Berlinguer non lesinò pesanti critiche al Cremlino. Telese narra infatti un episodio destinato a restare nella storia: in un discorso di soli sei minuti Berlinguer mise in crisi il solido rapporto che intercorreva tra Roma e l’Unione Sovietica, una liaison cementificata soprattutto da Palmiro Togliatti, protagonista della repressione contro i comunisti polacchi durante il suo esilio sovietico. Era il 1976, e sulle colline Lenin, nei dintorni di Mosca, si stava svolgendo il congresso del PCUS. Di fronte al gotha mondiale del socialismo reale (lo stesso che si vantava di governare su un sesto delle terre emerse del pianeta), Berlinguer pronunciò due parole: democrazia e pluralismo capaci di segnare una frattura netta con il comunismo sovietico, lo stesso che soffocò nel sangue la rivolta degli studenti ungheresi e le dimostrazioni della primavera di Praga. Luca Telese, poi, non ha dimenticato di sottolineare quanto fosse solenne il cerimoniale del PCI. Ad esempio, la nascita di Tango, l’inserto rosa de l'Unità diretto da Sergio Staino, produsse l’invenzione di un nuovo linguaggio capace di contaminare satira e politica. Una finta vignetta di Giorgio Forattini, che raffigurava il segretario Alessandro Natta che ballava il tango sulle note di un’orchestrina composta da Bettino Craxi e Amintore Fanfani, intitolata Nattango, provocò una vera e propria crisi politica. Fu addirittura necessaria una riunione del Comitato centrale del partito per decidere come rispondere al fuoco amico dei vignettisti. Assise a cui partecipò l’allora direttore del quotidiano del partito, Massimo D’Alema. Raccogliendo le testimonianze di due strettissimi collaboratori dell’ex premier, quelle di Fabrizio Rondolino e di Claudio Velardi, in questo libro Luca Telese ci descrive un D’Alema quasi allergico alla vita sociale e vestito in perfetto stile apparatnik. Una persona radicalmente diversa rispetto a quella che conosciamo. I sostenitori del PD potrebbero percepire questo libro come la narrazione di un mondo lontano, gli ex e i post, che nella loro lotta per il potere, hanno fatto in modo di cancellare il loro passato. Il terremoto del 1989 ci ha consegnato una sinistra senza identità, capace solo di cambiar nome in quattro anni. E forse dobbiamo ringraziare Luca Telese per avercelo ricordato.

venerdì 24 luglio 2009

il nuovo oggetto di culto


Si sa, la continua evoluzione tecnologica (in un mondo globalizzato) comporta una paranoica successione sincopata di nuovi oggetti bramati da chi vuole sentirsi al passo coi tempi e magari oggetto di new style e new life per essere accettati dal gruppo e dalla società. Una volta, negli anni Sessanta, bastava possedere un televisore (rigorosamente in bianco e nero) e magari una Seicento per essere additati come i nuovi fighi di quegli anni. Poi magari nel corso dei lustri successivi bisognava avere la lavastoviglie, il Commodore 64, il telefonino, il videofonino, il notebook slim line che pesa meno di un pacco di fusilli della De Cecco. Ma adesso, e grazie ale peripezie inimitabili del nostro presidente del Consiglio, il nuovo oggetto di culto del terzo millennio, il nuovo status symbol è: il lettone a tre piazze made in Putin. Non potete capire, cari lettori, quanti sconvolgimenti nel sistema produttivo e pubblicitario italiano stia portando questo nuovo must dell'immaginario collettivo nazionale. Tutti anelano poter ripercorrere le stesse gesta erotiche (ma anche di sano e confortevole riposo notturno) del superdotato di Palazzo Grazioli; tutti i maschietti con il testosterone particolarmente elevato hanno in mente un solo campo di battaglia per le loro prodezze a luci rosse: il lettone di Putin sdoganato dalla premiata coppia Berlusconi-D'Addario. Voci di corridoio all'interno del Palazzo dei Cigni di Cologno Monzese danno per ufficiale il nuovo spot televisivo che vedrà Giorgio Mastrota e Patrizia Rossetti generosamente avviluppati sul lettone a tre piazze reclamizzato sulle reti Mediaset che sarà destinato a soppiantare l'oramai desueto e decaduto letto matrimoniale della Eminflex. Pagamento rateale in 24 mesi con in regalo una foto autografata del presidente del Consiglio.

giovedì 23 luglio 2009

Vittorio, Marcello & la Presidentessa (che non la dà)


La notiziola di per sè non rappresenterebbe un titolone da prima pagina se non fosse per i nomi dei personaggi alquanto famosi (a loro modo) coinvolti in questa trama politico-editoriale-calcistica. Dunque, il presidente del Como Calcio (vecchia e gloriosa squadra che ha avuto anche trascorsi in serie A) ha confermato che esiste una cordata (un tantino eterogenea e bislacca) intenzionata ad acquistare l'intero pacchetto azionario della società lariana. I nomi? Marcello Dell'Utri, Daniela Santanchè e (udite udite) Vittorio Feltri. Sì!! Proprio lui, il bel tenebroso della rotativa, il mascellone volitivo della carta stampata. Questa è proprio una notizia da prima pagina con tanto di vignetta illustrativa su Libero. Peccato che invece Vittorio abbia deciso di non dedicare nemmeno un trafiletto da annunci mortuari sul suo bel giornalino. Ma c'è chi l'ha fatto (http://www.lastampa.it/sport/cmsSezioni/calcio/200907articoli/21658girata.asp) e bisogna dire che leggendo le motivazioni che potrebbero spingere l'occhialuto direttore a imbarcarsi in questa nuova avventura, non mi ritrovo sorpreso nell'apprendere che lui se non sono difficili (anzi impossibili) nelle imprese non ci si tufferebbe. Altrimenti rileverebbe una farmacia. Infatti. Dove il suo miglior cliente sarebbe Silvio Berlusconi il superdotato. E il farmaco più richiesto, naturalmente, il Viagra. Quello ignorato, of course, il preservativo.

mercoledì 22 luglio 2009

c'è un pappone (e dovrebbe andarsene)


Ogni tanto Vittorio Feltri ci azzecca con il titolo a caratteri cubitali per attirare l'attenzione di svogliati e indolenti lettori del suo giornaletto non proprio Libero. Il titolo di pappone ben si addice al nostro superdotato presidente del Consiglio, perchè (come lui stesso disse qualche tempo fa) è molto meglio un presidente del Consiglio puttaniere che ferroviere. E io aggiungerei anche: meglio pappone che pederasta e pedofilo. Però adesso è giunto il momento del coraggio delle azioni e delle scelte irrinunciabili. E' ora di levare le tende, di togliere il disturbo, di passare la mano. Sì, bisogna ammetterlo: questa situazione svelata dalle registrazioni della D'Addario è una vergogna, per lui e per l’Italia. Meno male che la caparbietà e il coraggio con cui la Repubblica e L'espresso insistono nel loro lavoro giornalisticamente ineccepibile di smascheramento delle bugie di Silvio B. riguardo alla sua vita privata (fatti che in quanto tali personalmente continuo a considerare di rilievo pubblico), portano alla luce un quadro che segnerebbe la fine della vita politica di un premier praticamente in ogni Paese civile del mondo. Meno che qui da noi. Ma adesso qualcuno deve dirglielo al superdotato di Palazzo Grazioli che bisogna attaccare al chiodo il suo grosso arnese e dedicarsi alla più tranquilla vita di nonno e di pensionato, magari a base di bromuro.

martedì 21 luglio 2009

il superdotato


Sono rimasto alquanto basito dopo aver ascoltato e letto le nuove registrazioni pubblicate dal sito on line de L'espresso. E chi lo avrebbe mai immaginato! Dalle parole testuali dette da Patrizia D'Addario si evince che il presidente del Consiglio è dotato come e forse più di Rocco Siffredi. La frase "Che dolore, all'inizio mi hai fatto un dolore pazzesco" (http://espresso.repubblica.it/dettaglio/intercettazioni/2104824) non lascia adito a dubbi, anche perchè si dà per scontato che la ultraquarantenne Patrizia non sia più vergine da parecchio. Ergo, il dolore si deve esclusivamente alle fattezze del membro istituzionale (in questo caso il membro è nell'accezione hard non certo politica) che deve aver lasciato il segno, eccome, nel passaggio decisamente intimo della conoscenza non proprio evangelica tra il premier e la escort. A questo punto mi chiedo come possa decidere Veronica Lario di lasciare cotanto membro ancora così brillantemente (e dolorosamente) funzionante per una ripicca di famiglia e per una coda di ciarpame politico che a conti fatti dovrebbero essere messe da parte, per far posto a queste indicibili (e molto invidiate, credo) gioie della carne e dei godimenti multipli. Ripensaci, cara Veronica. Anche perchè arnesi da scasso di questo genere non ce ne sono poi tanti sulla piazza. E pure Siffredi è fuori commercio...

lunedì 20 luglio 2009

l'amica leccatrice di Silvio B.


E così alla fine, come previsto, la famosa registrazione della fatidica notte d'amore (a pagamento) del presidente del Consiglio con Patrizia D'Addario l'abbiamo potuta ascoltare, grazie al sito on line de L'espresso (http://espresso.repubblica.it/multimedia/home/6949372). Ora, non vorrei dire ma personalmente sono rimasto alquanto colpito non certo dal sottofondo musicale scelto dal premier prima di dare inizio alla maratona a luci rosse (un pezzo di Sal Da Vinci dall'eloquente titolo di Zoccole, zoccole) e nemmeno dalla raucedine del giorno dopo della escort barese, nè dalla scelta del lettone di Putin come campo di gara sessuale, ma da una frase pronunciata da Silvio nei confronti di Patrizia e riportata dalla stessa a Gianpaolo Tarantini (il fornitore ufficiale di topa del premier): un'amica del presidente del Consiglio vorrebbe leccare qualcosa alla D'Addario e l'invito è quello di organizzare un bel triangolo con lui estasiato spettatore prima di tuffarsi a pesce su invitanti anfratti dal sapore non certo repellente. La mia curiosità in questo momento è solleticata dalla possibile identificazione di questa amica (sostenitrice di Saffo) del premier che, tanto intimamente presa dal possibile partouze a Palazzo Grazioli, era stata allertata per la bisogna. Ho in mente una lista di possibili candidate nell'inedito ruolo di ancella dell'amore lesbico a beneficio del guardone istituzionale (surriscaldato da un paio di pillole blu): una potrebbe essere la Carfagna, che come physique du role ne ha da vendere e lo sguardo allucinato ne è un solido indicatore. Un'altra potrebbe essere la Meloni, che ha anche quel non so che di maschiaccio molto pendant con la situazione prospettata. Una terza, la più idonea alla candidatura, potrebbe senz'altro essere la Santanchè che, considerata la sua vecchia ritrosia a dargliela al cavaliere, volentieri l'avrebbe concessa alla escort barese con annessa opera di slinguazzamento. La chicca finale sarebbe stata la presenza, dietro uno specchio all'americana, di Zappadu e della sua inseparabile macchina fotografica pronta ad immortalare il tutto. A beneficio anche di quelli (tipo Ghedini) che non sono utilizzatori finali.

sabato 18 luglio 2009

il premier non cerca più casa


L'aveva detto con quell'aria di chi infinocchia il suo interlocutore facendogli credere che Cristo è morto di freddo sulla croce. Mentre diceva la panzanata del giorno il suo sguardo e il suo ghigno traducevano ben altro. Il premier, in un momento di tragica follia, comunicava che era in cerca di una casa in Abruzzo (possibilmente vicino alla tendopoli degli accampati, giusto per segno di solidarietà...) dove poter trascorrere le sue meritate vacanze, altro che mega piscina e magnolie al sole della Sardegna con il rischio di vedersi un altro Zappadu spuntare da dietro un roseto con una bella macchina fotografica pronta a flashare altre sue prodezze sessuali. No, quest'anno si cambia. Si sta in mezzo ai terremotati, anche per tirarli un pò su di morale: d'altronde è o non è il premier l'unico vincitore morale di La sai l'ultima? in grado, senza troppa fatica, di far sbellicare dalle risate con i suoi racconti gli stressati e incazzati abruzzesi? Certo che sì. E difatti, proprio per mantenere la parola data, eccolo il premier in terra d'Abruzzo (http://www.corriere.it/politica/09_luglio_18/berlusconi_villa_certosa_88c31a8a-73b6-11de-8b94-00144f02aabc.shtml) intento a dispensare le chiavi dei nuovi appartamenti antisismici costruiti in un batter d'occhio. Scusate, mi avvertono dalla regia che la notizia è destituita di ogni fondamento. Antisismico.

venerdì 17 luglio 2009

Di Pietro non ha tutti i torti


Oramai è diventato il classico tordo da impallinare. Il naturale capro espiatorio. Basta che apra bocca e subito tutti gli sono addosso e lo censurano. Anche se magari dice delle cose non troppo lontane dalla realtà e dalla verità. Sto parlando naturalmente del leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro che anche stavolta, in occasione della decisione del Presidente della Repubblica di promulgare la legge sul pacchetto sicurezza tanto osteggiata dall'opposizione, ha scatenato il solito putiferio politico e mediatico. Personalmente non la penso molto diversamente dall'ex magistrato di Mani Pulite e cercherò di spiegare il perchè. Il Presidente Giorgio Napolitano poteva non firmare la legge sulla sicurezza, quella delle ronde e del reato di clandestinità. Poteva chiedere, com'è scritto nella Costituzione, una nuova deliberazione alle Camere attraverso un messaggio motivato. Sarebbe stata una scelta di forte contrapposizione con l'esecutivo ma nel pieno rispetto delle regole e delle prerogative del Capo dello Stato. Il suo predecessore, Carlo Azeglio Ciampi, respinse per sei volte le leggi del secondo governo Berlusconi. C'era anche un'alternativa: Napolitano poteva firmare la legge sulla sicurezza, prendendo atto che non era migliorata, nonostante i molti consigli e avvertimenti discretamente dispensati al governo in un anno di lavori parlamentari. Ha scelto una terza via. Ha scritto una lettera mettendo in fila una lunga serie di perplessità e preoccupazioni per la legge, tutte molto gravi. Ma l'ha firmata. La lettera di Giorgio Napolitano contiene tante e tali osservazioni critiche che la legge imposta dalla Lega al governo e dal governo al Parlamento ne esce sostanzialmente a pezzi. A pezzi ma valida e in vigore proprio in virtù della firma del Presidente della Repubblica. Il primo medico che segnalerà per l'espulsione uno straniero irregolare, il primo preside che rifiuterà l'iscrizione a scuola del figlio di un immigrato potranno ignorare le perplessità di Napolitano ma della sua firma dovranno tener conto. È un paradosso frutto del metodo scelto dal Quirinale e del messaggio rivolto al governo, e solo per conoscenza alle Camere che pure hanno la responsabilità della funzione legislativa. Scelta pienamente politica quella del Capo dello Stato e per nulla da notaio della Repubblica. Eppure si tratta di una scelta quasi disperata nel momento in cui riconosce la irragionevolezza e la insostenibilità della legge e poi la firma. Perché l'ha fatto? Dal momento che si tratta di una scelta pienamente politica è legittimo cercare di interpretarla. Giorgio Napolitano aveva di fronte a sé un provvedimento blindato dal governo a colpi di fiducia. Passato in Parlamento senza dibattito e senza modifiche di sostanza. Col supporto dell'informazione unica (di chiara ispirazione berlusconiana) che ha suonato la grancassa dell'emergenza sicurezza. Un provvedimento che ha messo l'Italia all'indice del resto del mondo, una legge che ha fatto litigare La Russa con le Nazioni Unite. La irragionevolezza che il Colle ha riscontrato nella legge è un palese profilo di incostituzionalità. La legge poteva essere fermata. Ma Giorgio Napolitano ha voluto evitare lo scontro frontale con Silvio Berlusconi. Può darsi che con questi rapporti di forza, con la maggioranza padrona del campo, il Capo dello Stato consideri non percorribile la via della contrapposizione. O peggio la trovi destabilizzante. Il rifiuto di promulgare una legge non è altro che una sua prerogativa, ma di certo il primo ministro lo avrebbe preso come uno strappo e un segnale di guerra. Ma è stato proprio il Quirinale a rafforzare non poco il primo ministro chiedendo per suo conto una tregua all'opposizione e ai giornali non berlusconiani prima del G8 dell'Aquila. Può darsi che, rifiutando l'idea di elezioni anticipate, il Quirinale veda come unica alternativa al Berlusconi intemperante degli ultimi mesi un Berlusconi sorvegliato da vicino e ridotto a più miti consigli. Può darsi che Napolitano avverta su di sé il peso di questa responsabilità. In parte è una responsabilità che si è dato da solo, preoccupandosi di invitare alla tregua le opposizioni. In parte se l'è trovata in carico, vista la pochezza dell'opposizione che, mentre tutto questo accade, sta discutendo della tessera di Beppe Grillo. Ma con la definitiva approvazione di questa legge crudele quello che è certo è che la maggioranza è più solida e Berlusconi più forte. E niente affatto moderato.

giovedì 16 luglio 2009

le sofferenze dell'elettore PD


Il congresso è fissato per il 25 ottobre e l'elettore del Partito Democratico conta i giorni che mancano a quell'appuntamento. Almeno credo. Bisognerebbe fargli un monumento al cittadino elettore del PD, individuo tragicamente sofferente, occupato a sfogliare statuti e regolamenti, ostinatamente in cerca di una sede di partito aperta, un circolo dove chiedere informazioni, con un caso di coscienza cui deve dare risposta nel giro di pochissimi giorni. Trentacinque gradi all’ombra e una domanda assillante: devo iscrivermi adesso per partecipare alla prima fase del congresso, oppure devo aspettare a vedere chi sarà il segretario e quale il programma di questo partito e solo allora decidere se prenderne la tessera?
La scelta è ancora più dura per chi, come il sottoscritto, ha una una visione diciamo romantica della tessera di un partito: non avendone mai avuta una per tutta la vita vorrebbe non sbagliare la mossa. Un tempo il concetto di partecipazione alla vita politica si esauriva nell’andare a votare. Oggi non è così, in nessuna parte del mondo.
Dunque: partecipare ora, correndo a iscriversi, oppure aspettare, continuare a incalzare e a fare domande. La principale, quella che tanti si fanno in Italia e all’estero, è la seguente: come possono gli italiani, in un momento così critico della loro vita politica ed istituzionale, consentirsi il lusso di un'opposizione silente, della assoluta mancanza di un progetto per fare uscire il Paese dal pantano berlusconiano? Premesso che le responsabilità sono di molti e non solo della classe politica di centro sinistra (che ovviamente ha la maggior colpa), la questione del progetto è quella vera, assolutamente fondamentale. Senza di esso, senza parole chiare e impegni precisi, non si va da nessuna parte. Ma serve anche la persona in grado di pronunciarle, quelle parole, di farsi ascoltare e di avere la credibilità necessaria a coinvolgere e mobilitare.
Molti si lamentano che per adesso e in attesa delle mozioni, stiamo assistendo soltanto a uno scontro di persone, non a un dibattito politico. Questa affermazione non mi convince perché nonostante tutto, le diversità sono già abbastanza segnate. Sono già in campo ad esempio idee di partito diverse: Bersani e i suoi più legati a un modello solido, radicato in circoli abitati da iscritti, aperto soltanto in occasioni precise come forse quelle dell’individuazione dei candidati a poltrone pubbliche. Fortemente vassalliana (da Salvatore Vassallo) invece il modello di Franceschini, che insiste sul nuovo, e sull’apertura ma con vistosi passi indietro rispetto alle promesse veltroniane di una partito nuovo. Minori confini potrebbe avere un partito guidato da Marino, ma come sarebbe questo partito ancora davvero non lo sappiamo. Forti differenze anche sul modello istituzionale dividono i due campi: Franceschini più aperto a soluzioni bipartitiche e semipresidenziali, Bersani (se segue il modello dalemiano) punterà di più sul Parlamento rinnovato e su un bipolarismo che consenta alleanze. Dunque diverse anche le proposte di legge elettorale. Diverse le ipotesi di alleanze, diverso il concetto di rinnovamento e di ringiovanimento. Insomma, per ora sono solo differenze intuibili, che le mozioni possono smentire o accentuare. Quello che conta sarebbe però sapere come i candidati la pensano o cosa propongono concretamente su quei punti che finora sono stati sollevati ed evidenziati: mondo del lavoro, una buona immigrazione, il merito che parta dall’uguaglianza dei punti di partenza.
A questo punto della storia, la vera responsabilità dei candidati alla segreteria del PD è nei confronti di tutti quei giovani (e sono tanti e molti vengono da importanti e belle scuole di formazione) che vogliono dare una mano a voltar pagina. Sono loro che non bisogna deludere e perdere per strada. Al sottoscritto, in buona sostanza, che viene da lontano non importa molto, delusione più delusione meno, della tessera o non tessera. Quello che conta è, alla fine, che ci saremo. E voi?

il premier & la casa di vetro


Se fosse possibile ignorare del tutto quel che accade (e che è accaduto) dentro le mura della residenza del premier, se fosse possibile non sapere quasi nulla dell’uomo politico (se non quel che riguarda il bene comune e che appartiene alla res publica), se fosse possibile omettere delle sue notti o delle sue vacanze, delle sue barche o delle sue tribali parentele, nulla neanche del suo credere o non credere in Dio, ritengo che il tutto sarebbe consolante.
Sono dell'idea che secoli di pensiero politico e filosofico hanno cercato di delimitare l’ambito in cui l’uomo è animale politico, per salvaguardare qualche pezzetto almeno di indistruttibile intimità. Oggi quel che il sovrano fa nella camera da letto o nelle camere da letto è affare della nazione.
Il politico che oggi si lamenta di questa degradazione farebbe bene a meditare quello che ha fatto e come l’ha fatto, perché si giungesse a tale baratro e perché le pareti della sua personale dimora smettessero di esser fatte di pietre e si trasformassero in lastre di vetro, trasparenti al mondo. L’imperatore che si mette in scena nudo, sarà nudo sempre. E necessariamente dovrà sopportarne gli infortuni. È spogliato in partenza, prima ancora che il bambino lo scorga e dica: «È nudo».
Son tutte cose che non riguardano l’agorà, a meno di non sapere più in cosa precisamente consista lo spazio separato di conversazione cittadina che secondo Aristotele fonda la civiltà e che i barbari non possiedono.
Goethe ebbe parole giuste, quando descrisse chi portava la corona senza sapere quel che portava: «Perchè mai, come una scopa, un tale re viene spazzato via' Fossero stati veri re, tutti sarebbero ancora indenni». Quel che accadeva dentro le regali mura casalinghe, nell’ancien régime, invadeva ormai ogni interstizio: i tic e i vezzi di Luigi XVI, le peripezie sentimentali di Maria Antonietta…
L'attuale premier è entrato in politica assumendo in pieno la fusione tra privato e pubblico: nella vita personale come in quella degli interessi aziendali. Vide che l’aria dei tempi era questa, ed era aria possente a destra e a sinistra. Aveva radici in molte culture e anche in quella degli Anni Sessanta, nel grande rimescolamento di generi e nella grande fusione tra ribellione politica e personale che animò lungamente i movimenti contestatori, le donne femministe, e i tanti giovani che correvano trafelati e proclamavano che il privato era pubblico e il pubblico privato. Egli fiutò quel vento, ci costruì sopra un suo immaginario televisivo, e cominciò la politica come i monarchi descritti da Goethe: mettendo in scena vistosamente la propria famiglia. e sulla famiglia si gettò anche ideologicamente, trasformandola in supremo valore italiano e in colonna d’un nuovo ordine morale. Non importavano le contraddizioni personali, né i valori che cozzavano contro la pratica: non contano d’altronde mai, nella volontà di potenza che si sfrena. Una volta privatizzata la politica, per forza di cose il privato diveniva kitsch: immagine politico-pubblicitaria che imbellisce la realtà.
Berlusconi è il più grande privatizzatore della politica in Occidente. Altri si son ritratti inorriditi dopo aver suscitato lo spettro, come avvenne a Sarkozy e a Clinton. Lui no, il privato è come l’avesse divorato e forse addirittura non c’è mai stato posto nella sua mente per l’idea di pubblico. Non è questione solo della sua famiglia. Anche quando governa preferisce il recinto personale ai luoghi delle istituzioni: è nel recinto che riunisce ministri, convoca oppositori, nomina dirigenti Rai. Praticamente tutto si cucina a Palazzo Grazioli. È significativo che la dimora romana del premier si sia metamorfizzata in Palazzo per eccellenza. Seppur con le pareti di vetro.

domenica 12 luglio 2009

il (dubbio) gusto del macabro


Non vorrei fare il moralista, ma sapere che le due (per quanto carine) sorelline dell'imputata Amanda Knox si lascino ritrarre, da un noto settimanale italiano di gossip, di fronte alla villetta di Perugia dove trovò la morte la studentessa inglese Meredith Kercher mi fa un pò macabro. E rende ancora più triste questa vicenda che tanto ha appassionato le cronache (soprattutto televisive) dei media italiani. Speculare, anche dal punto di vista fotografico, su un luogo tragicamente noto ai più per un caso di cronaca nera delegittima ogni pietas eventualmente presente nell'animo umano di chicchessia. Con buona pace della tiratura del settimanale autore della macabra trovata. Per completezza d'informazione, il settimanale in questione è Gente.

finalmente ce l'ha fatta!


Lo so, non è proprio una notizia da prima pagina a titoli cubitali ma è pur sempre un evento da festeggiare. Il figlio del Senatùr ce l'ha fatta. E' diventato maturo. «Oggi sono particolarmente in forma». Lo ha detto Umberto Bossi arrivando alla festa della Lega a Paderno Dugnano. E alla domanda sul motivo ha risposto che «mio figlio ha passato la maturità». Come si ricorderà, il figlio del Senatùr era già stato bocciato due volte all'esame, in passato. Il segretario della Lega ha spiegato che questa volta ha preso 69/100. Alla gente venuta ad ascoltarlo a Paderno Dugnano, Umberto Bossi ha detto che quest'anno andrà «al mare perchè mio figlio ha preso la maturità. Questa volta è andata bene. Mi è venuto su il morale anche se sono stanco per la campagna elettorale». Complimenti vivissimi al neomaturo Renzo Bossi. Si vede proprio, tale padre e tale figlio...

sabato 11 luglio 2009

la tregua è finita!


Ho cercato di rispettare l'invito del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a proposito delle polemiche e degli attacchi al presidente del Consiglio attualmente in carica. Non so se ci sono riuscito in questi giorni di svolgimento del G8, ma lo sapete che per me è difficile far finta di niente quando si tratta del Pifferaio di Arcore. Comunque, da oggi la tregua è finita e mi sento libero dall'osservare ancora il precetto presidenziale. E allora me ne sono andato in giro per la Rete, sbirciando qua e là. E cosa ti trovo? Un altro pezzo di mondo che parla non troppo bene del Cavaliere. Un pezzo di mondo che altro non è che il continente australiano. Fin laggiù sono arrivati gli echi delle imprese di Silvio B. e delle sue topolone preferite. Infatti il giornalista Geoff Andrews afferma in un suo articolo (http://www.australia.to/index.php?option=com_content&view=article&id=11829:berlusconis-scandal-italys-tragedy-&catid=73:politics&Itemid=199)e senza mezzi termini che Silvio B. "ha corroso così tanto la vita pubblica dell'Italia che nemmeno le sue dimissioni comporterebbero un chiaro rinnovamento del Paese". Nel suo articolo Andrews coglie con precisione anche la natura del berlusconismo: "... il politico populista di maggior successo dei tempi moderni. Esercita da lungo tempo l'arte del fascino, scavalcando politici di professione e mirando dritto alla pancia piuttosto che al cervello dell'italiano medio. La sua abilità nel controllare i media e nel volgere anche le critiche a proprio vantaggio sono state due risorse inestimabili". Andrews si chiede poi se i recenti scandali sessuali possano portare alla fine di questo modello di dominio. Ma la risposta non arriva, perchè, spiega il giornalista, "il destino di Silvio Berlusconi sembra già diventato un fattore secondario. Piuttosto, la crisi di Berlusconi è diventata la tipica tragedia dell'Italia moderna". Come mai il giornalista collega la crisi politico-personale di Berlusconi all’Italia? Perchè "... ciò che gli eventi recenti rivelano con forza è come i valori di Silvio Berlusconi si siano radicati nella vita pubblica italiana". C’è stata, insomma, una berlusconizzazione dell’Italia. "Il tono sprezzante con cui Berlusconi ha risposto alle affermazioni avanzate da diverse donne (di essere state pagate per fare sesso, oppure di aver ricevuto offerte di lavoro nella sue emittenti televisive o candidature nel suo partito), rivela una mancanza di trasparenza nel sistema politico italiano e minaccia al contempo la libertà di stampa in un modo che sarebbe inaccettabile in qualsiasi altra democrazia occidentale. E' tipico del presidente del Consiglio ignorare i canali tradizionali della responsabilità democratica per rivolgersi invece a una sua rivista di gossip ("CHI"), dimostrando una sorta di onnipotenza personale. Per quanto tempo ancora la decrepita cultura politica italiana (e la sua corrotta classe dirigente) potranno continuare ad affondare?". L’articolo parla poi del G8 svoltosi a L’Aquila, affermando che "...Berlusconi sta danneggiando la reputazione dell'Italia". Andrews riporta anche le aspre critiche della Chiesa Cattolica: "L'Arcivescovo di Genova ha condannato apertamente quegli uomini ubriachi di un delirio di grandezza...". Infine, Andrews riporta l’assurdità degli attacchi di Berlusconi e dei suoi dipendenti alla stampa italiana e straniera: "Bondi ha definito la Repubblica una minaccia per la democrazia. Un'affermazione incredibile per descrivere il normale ruolo di un quotidiano in una società libera". Infine, uno sguardo al futuro. Per il giornalista australiano il dopo-Berlusconi appare incerto: "Berlusconi non rassegnerà facilmente le dimissioni. Se dovesse lasciare il potere volontariamente o come risultato di pressioni, perderebbe l'immunità parlamentare e potrebbe essere inquisito. Non c'è un chiaro successore all'interno del suo partito che possa vantare un ampio consenso. Tuttavia l'opposizione rimane molto debole. Non ci sono prospettive di una necessaria riforma del sistema costituzionale italiano e, finora, non c'è stato un segno di un'ondata popolare per il cambiamento. Attualmente l'unico beneficiario politico dei problemi di Berlusconi è stata la xenofoba Lega Nord che ha ottenuto un buon risultato alle ultime elezioni europee. Ma la Lega può sempre rivelarsi un alleato scomodo, come nel dicembre 1994 quando fece cadere il primo governo Berlusconi. La fine del regno di Silvio Berlusconi, ammesso che stia per arrivare, potrebbe essere lunga e dolorosa. E potrebbe lasciare desolate le prospettive di lungo termine dell'Italia. Una vera e propria tragedia". Ecco, ora ditemi se dopo aver letto l'estratto da questo lungo articolo di Geoff Andrews qualcuno (non dico direttamente il Pifferaio ma anche chi gli ronza deferente attorno) potrà mai tacciare il giornalista di eversione politica e mediatica, di antiberlusconismo e di altre nequizie di questo genere. Non credo che sia un clone o un parente dell'onorevole Di Pietro. Almeno così non risulta all'anagrafe australiana...

Silvio B. & il regalo tombale


Quando ho visto il servizio in tv non osavo credere ai miei occhi. Il presidente del Consiglio che omaggiava gli illustri ospiti del G8 appena terminato con un regalo che aveva più la parvenza di una pietra tombale che di un raffinatissimo libro d'arte. Infatti Silvio B. ha regalato ai leader del G8 il libro d'arte "Antonio Canova. L'invenzione della bellezza". Il volume pesa 24 kg, realizzato con marmo statuario di Carrara per la copertina, carta fatta a mano, broccati di seta e fili d'oro per la rilegatura. Ogni libro è accompagnato da due cofanetti, in legno di frassino e mogano rifiniti manualmente in foglia d'oro, contenenti: un segnalibro, una lente, gli inni nazionali, 26 tavole e 77 scatti di Mimmo Jodice che illustrano l'opera di Canova. Ne sono stati realizzati dieci esemplari dalla "Fondazione Marilena Ferrari" (http://www.marilenaferrari-fmr.it/it/news_ed_eventi/scheda.php?id=62). Scopo della fondazione riscoprire, tutelare, attualizzare e diffondere i valori e i modelli del Rinascimento e con essi l'origine profonda del made in Italy. Che l'opera sia stata realizzata per espressa volontà del presidente del Consiglio non mi meraviglia. Il libro mi sembra un perfetto emblema del suo gusto estetico. Nonché della futilità del comune sentire del mio Paese. Cerco di immaginare il libro ma non ci riesco. E' quella copertina in marmo di Carrara che blocca la mia facoltà immaginativa. Mi pare una pietra tombale. Chi ha voglia di aprire un libro la cui copertina è di marmo? Personalmente ho più voglia di tirarlo addosso a qualcuno. E potete immaginare a chi...

venerdì 10 luglio 2009

il G8 degli sfollati


Da tre giorni in Abruzzo si sta svolgendo un G8 parallelo, fatto non dai Grandi della Terra ma dai piccoli grandi terremotati del 6 aprile scorso. Gente comune, donne, anziani, bambini, uomini con la faccia piagata dalle rughe che parlano di una vita fatta di sudore e sacrifici, non certo di hostess e guardie del corpo. Un altro G8 di cui nessuno parla ma che esiste. Un G8 degli sfollati che soffre in silenzio ma con una dignità tipica di questa terra. Ad occuparsi di loro ci sono i volontari della Protezione civile, con i servizi e le tende, ma nessun lavoro è stato svolto per migliorare le condizioni, come invece è avvenuto in altri centri attraversati o dai Grandi o dalle centinaia di persone della sicurezza e dei servizi che gravitano attorno al grande evento. Sono paesi anonimi, senza vittime del terremoto (per fortuna) monumenti di pregio o personaggi da copertina (per sfortuna) in grado di catturare l'attenzione dei mass media, di convogliare qualcuno che si muova a compassione e decida di adottare un gruppo di vecchie case e vecchie chiese distrutte. L'età media dei residenti è over 60, abbassata solo da quella dei nipoti lasciati ai nonni da genitori impegnati a trovarsi un lavoro altrove, lungo la costa abruzzese oppure nel Lazio, aiutati da parenti e amici. Sono migliaia e migliaia i terremotati lontani dai flash del G8, dalle telecamere puntate sempre sui luoghi diventati simbolo della tragedia. Ma anche loro vogliono avere una voce che reclami il loro disagio e il loro passare inosservati nelle fasi della ricostruzione. Piccoli luoghi in viaggio verso lo spopolamento e che negli ultimi anni avevano visto arrestarsi l'agonia grazie ai romani arrivati per riadattare stalle, pagliai e casette abbandonate da trasformare in locali dove passare il fine settimane o le ferie in montagna. Ora il terremoto ha interrotto anche questa economia. Sono tante le seconde case (quelle vecchie e cadenti) che non beneficeranno dei fondi per la ristrutturazione. Ed è facile prevedere che il declino riprenderà più forte di prima. In alcuni paesini, come ad esempio Barisciano, da tre mesi ci sono due piccole tendopoli attrezzate alla meglio su terreni agricoli in declivio e tende o gazebo adattati in fretta a dormitori, montati nell'orto o in giardino. Più a monte le case abbandonate che i vecchi guardano con tristezza. Stessa situazione nelle quattro frazioni di Roio, oppure a San Pio, Navelli, Casentino. Non sanno quando potranno tornare a casa: per loro i prefabbricati dell'Aquila e di Onna non sono previsti. Un colpo di fortuna l'hanno avuto a Sant'Eusanio Forconese dove è atterrato l'elicottero di George Clooney, impegnato prima all'Aquila e poi nella vicina San Demetrio. Il sindaco, che è andato a salutarlo di persona, ha riferito che l'attore gli ha assicurato il proprio interessamento per il paese. Speravano, questi terremotati silenziosi, che qualcuno si accorgesse di loro per rimettere in piedi la vecchia chiesa crollata, il porticato della piazzetta che non c'è più, la fontana distrutta, un centro che di storico non ha niente se non la testimonianza di una cultura contadina e montanara. I televisori accesi sotto le tende trasmettono in continuazione le immagini dei cosiddetti Grandi della Terra in riunione o da soli, commossi davanti alle stesse rovine viste e riviste in tutti questi novantacinque giorni. Qui il G8 ufficiale non c'è stato: qui c'è solo quello degli sfollati mentre il terremoto resta. Con tutti i suoi problemi.

giovedì 9 luglio 2009

e se il G8 si fosse svolto in America?


Mi sono posto questa domanda in virtù di uno sciame sismico di burrosa autoreferenzialità che il nostro presidente del Consiglio ha provocato ieri, in conferenza stampa, lodandosi e sbrodandosi dopo le parole spese dal presidente degli Stati Uniti a proposito dell'organizzazione del G8 e della relativa leadership dell'Italia in questo momento, almeno per quanto riguarda il food and beverage. Lo sto dicendo tra il serio e il faceto, ma a mio giudizio il nostro premier non ha colto una sfaccettatura importante nelle dichiarazioni di Obama, in particolar modo quando il leader afro-americano ha magnificato le doti morali e istituzionali del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Silvio B. avrebbe voluto sentirsele dire lui quelle parole, ma così non è stato e si è dovuto accontentare di qualche flash dei fotografi accanto a Obama in camicia bianca e cravatta e con le maniche arrotolate, davanti alle rovine del palazzo del governo dell'Aquila. Comunque, tornando al titolo di questo post, per come la vedo io il G8 del 2009 si sarebbe dovuto tenere negli Stati Uniti. Meglio se a Detroit. Sarebbe stato il modo più giusto per valorizzare l'unica novità del vertice (la personalità di Barack Obama) e per mettere a fuoco la crisi più grave. Con tutto il rispetto per le vittime dell'Aquila, il terremoto che ha squassato il mondo è partito dal Michigan, non dall'Abruzzo. Invece, salvando le forme, il G8 è rimasto in Italia, uno degli ultimi Paesi ammessi al club (e in bilico, stando al The Guardian). In Italia e nel momento peggiore, con un capo del governo azzoppato da vicende imbarazzanti e in sofferenza su pressoché tutti i temi oggetto delle discussioni. E il contrasto duro di ogni manifestazione, con prepotente dispiego di mezzi, uomini e arresti (a memoria di Genova 2001) alla fine è un'altra prova di debolezza. Il G8 fatica perché si muove fra futilità e sovrabbondanza. È nato con un direttorio che sceglie da sé i suoi membri e che nello stesso tempo pretende di essere universale. Auspicare che l'America sia finalmente in grado di imprimere una sterzata positiva alla politica mondiale sarebbe in controtendenza, rispetto ad una conferenza che non vuole dispiacere i comprimari. Siamo nel bel mezzo di un periodo storico all'insegna della carenza di potenza, con i molti cerchi di instabilità che ne derivano, ma con un potere economico distribuito, più libertà e prodromi di multipolarismo. Il ritorno alle arti della superpotenza sarebbe una regressione a scenari del passato. Obama ha evidenziato per suo conto la scala delle priorità facendo tappa a Mosca prima e a Roma poi, prenotando un'udienza con Benedetto XVI. Il Papa è diventato una specie di protagonista occulto del summit abruzzese, introducendo quei principi etici a cui nell'età della globalizzazione non si dà molto credito. L'accordo russo-americano di qualche giorno fa sul disarmo è una spinta per il G8 ma rischia di delegittimarlo. Le relazioni bilaterali sono una tentazione se i consessi internazionali perdono colpi. È dal vertice di Genova che il G8 dedica un canale speciale all'Africa. Sfortunatamente l'Africa ha perduto di visibilità di fronte a problemi più scottanti, anche per la sensibilità di chi malgrado tutto detiene il potere. Poco importa ciò che verrà deciso all'Aquila. Prodi e Kofi Annan, in sedi diverse, hanno detto con più autorità quello che sanno tutti: le otto potenze, Italia in testa, hanno sempre e sistematicamente disatteso gli impegni presi con l'Africa. Il nostro governo non si è fatto scrupolo di tagliare ulteriormente, proprio quest'anno, i fondi per la cooperazione allo sviluppo. Se si parla di Africa, in una sede come questa, con tanti o troppi leaders africani presenti, sarebbe bene non parlare tanto di aiuti quanto di impostazione politica. Resta da capire in effetti come si possa spendere tanto tempo e denaro senza affrontare seriamente almeno una delle ferite di cui è costellata la platea che quegli otto, sette uomini e una donna, prendono a parole come referenti. Ognuno può riporre le bandierine dove crede: Afghanistan, Gaza, Teheran, Darfur o Somalia, o le piccole morti quotidiane nel Mediterraneo. Tanto poi alla fine ci pensa il Pifferaio di Arcore a sistemare tutto. Con una bella pacca sulle spalle e con il sorriso ceramicato.

mercoledì 8 luglio 2009

se questo è un presidente...


Non voglio certo infierire sul presidente del Consiglio italiano, ma se la rassegna stampa a disposizione non soltanto dei Grandi della Terra (in questo momento riuniti a L'Aquila per il G8) ma anche dei comuni mortali, che magari usano anche Internet, indica un ulteriore ribasso della figura istituzionale e morale di chi ci governa, allora vuol dire che siamo proprio alla frutta. Non bastavano gli attacchi dall'Inghilterra (The Guardian e The Times) e dagli Stati Uniti d'America (The New York Times), adesso ci pensa anche la Francia dell'amico Sarkozy a rincarare la dose di ilarità e presa per i fondelli nei riguardi dell'erotomane nazionale, anzi galattico. L'articolo che il settimanale d'Oltralpe L'Express dedica al Pifferaio di Arcore è quanto di più pepato si potesse leggere nel panorama editoriale internazionale degli ultimi giorni (http://www.lexpress.fr/actualite/monde/europe/berlusconi-le-bouffon-de-l-europe_773074.html). Hanno voluto omaggiare il nostro premier addirittura con una bella copertina, raffigurante il suo solito sorriso porcellanato e con il titolo che non lascia adito a dubbi: il buffone d'Europa. Non c'è che dire, Silvio B. sta collezionando più copertine e vignette satiriche adesso di quanti titoli il suo caro Milan ha inanellato da quando è presidente del club di via Turati. Questo sì che è un presidente...

il Re degli erotomani


Dalle immagini televisive, trasmesse in diretta nei maggiori Paesi del pianeta poche ore fa, non si sono intravisti uscire dalle tasche o dai risvolti dei pantaloni giarrettiere di pizzo o reggiseni a balconcino. Per fortuna. I casi sono due: o questa mattina l'hanno perquisito e rivoltato come un calzino o è in un periodo di tregua ormonale. Sia come sia la sua figura la sta facendo. Lui pensa per il meglio. Gli altri osservatori internazionali forse un pò meno (a giudicare dalla vignetta del Times). E comunque, se proprio vogliamo trovare il pelo nell'uovo (quando si parla di lui l'argomento pelo è d'obbligo...), l'accogliere i Grandi della Terra con le mani in tasca e con baci e pacche sulle spalle, come se ci si trovasse al raduno di Pontida con Matteo Salvini pronto ad intonare la canzoncina contro i napoletani, fa un pò strano; il bon ton istituzionale e la buona creanza nel comportamento nei confronti di ospiti altamente importanti, come quelli che partecipano al G8, prevedono sobrietà e classe, organizzazione e moderazione, tutte cose che difettano (ma questo si sapeva) al nostro Re degli erotomani. Piccola chicca: da come guardava il cancelliere tedesco Angela Merkel debbo presumere che il Cavaliere si trovi in una fase di forzata astinenza. E allora anche la stagionatura va più che bene...

martedì 7 luglio 2009

una stampa (estera) insolente e pure comunista


Posso comprendere l'amarezza di fondo che accompagna in queste ore l'alacre attività preparatoria del nostro presidente del Consiglio in vista del G8 che si aprirà da domani a L'Aquila. Ho notato, ascoltando la sua conferenza stampa di oggi pomeriggio a Palazzo Chigi, una punta di rammarico nelle sue addolorate parole per queste continue accuse della stampa internazionale alla sua figura, alla sua onorabilità, al suo riconosciuto prestigio planetario. Capisco altresì come tutti i suoi guardaspalle ideologici e di partito si siano prontamente schierati a sua difesa e a suo sostegno, morale e psicologico (non credo fisico in quanto il premier si approvvigiona per conto suo, al massimo si fa aiutare da Tarantini...), in una levata di scudi che ha del rimarchevole, seppur scontata. Ma quello che più mi ha incuriosito è stato il ministro della Difesa Ignazio La Russa che ha dettato poche ore fa un dispaccio stile Badoglio alle agenzie di stampa: "Non leggerò mai più i quotidiani stranieri". Scusi, signor ministro, ma perchè lei è poliglotta? Credevo conoscesse a stento l'italiano e il dialetto di Paternò, la sua città natale. Comunque, dopo questa dichiarazione, mi attendo (per par condicio) una bella presa di posizione dell'onorevole e poeta Sandro Bondi: una sua uscita sullo stile Ballarò ("Si vergogni! Lei si deve vergognare! E anche lei! quando apostrofò così il direttore di Repubblica Ezio Mauro e il segretario del PD Franceschini) non ci starebbe male, a questo punto della sceneggiata pro-Silvio.

se anche la Chiesa purga il Cavaliere...


Sono veramente tempi cupi per Silvio B. se anche la voce d'oltreTevere si fa sentire ogni giorno più forte e più censoria nei riguardi delle sue modalità di vita, non propriamente previste dai 10 comandamenti. Uno di essi contempla il non desidare la donna d'altri, ma a quanto pare da questo orecchio il Cavaliere non ci vuole sentire (e credo che non ci abbia mai sentito nemmeno in passato, chiedere a Veronica per conferme), visto e considerato che la lista delle donne intimamente abbordate nel suo harem di Palazzo Grazioli sta diventando ogni giorno che passa una sorta di classifica della topa. A questo punto come dobbiamo interpretare la bacchettata di ieri del segretario della Conferenza Episcopale Italiana (certo, probabile che Silvio B. abbia male interpretato il termine episcopale...), monsignor Mariano Crociata (nomina sunt omina) a proposito di certi atteggiamenti libertini di qualcuno non espressamente nominato ma certamente individuabile (http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-12/berlusconi-divorzio-12/berlusconi-divorzio-12.html? Non vedo, al momento, grossi margini di manovra per il Cavaliere. E' invero una sorta di assedio alla sua roccaforte morale e personale (dato per scontato che di morale ancora ne abbia da difendere) che ne stanno indebolendo sistematicamente l'aureola di statista e di uomo rappresentativo di uno dei Paesi che si onora d'essere considerato tra i più grandi della Terra, facente parte degli 8 Paesi più influenti e potenti del pianeta. Ho l'impressione che il Cavaliere in questi ultimi giorni stia dormendo ancora meno di quanto tempo fa andava magnificando (diceva che dormiva tre ore per notte, le altre tre le dedicava alla topa) e che i suoi pensieri siano turbati da eventuali scomuniche sia dalla Chiesa che dai suoi aficionados: un pò tutti si stanno stancando di questo modo di vivere e di pensare (e di agire) di un uomo ultrasettantenne che, come tutti i comuni mortali, dovrebbe ben pensare a una serena e ricca vecchiaia e che invece continua a coltivare unicamente la sua antica, vera passione di tutta una vita. La gnocca.

lunedì 6 luglio 2009

a proposito di "numeri primi"


Con l'imminente inizio della tre giorni aquilana per il summit dei Grandi della Terra, mi è venuta in mente una riflessione a proposito dei numeri uno. O almeno di chi si crede un numero uno. Ma nel contempo l'inizio di questo ragionamento (che vedrò di sviluppare nei prossimi giorni) è stato soppiantato da un altro che ha invece a che fare con i numeri primi. Sembrerà strano e casuale, ma tutto è partito dopo aver letto il bellissimo libro di Paolo Giordano (fortunatamente nessuna parentela con il direttore de il Giornale...) intitolato "La solitudine dei numeri primi" che ha vinto (giusto per ricordarlo) il Premio letterario Strega dello scorso anno. Il romanzo narra la storia di due giovani, Alice e Mattia, resi diversi fin dall’infanzia da esperienze traumatiche, causate da regole e comportamenti imposti dai genitori. Essi viaggiano solitari nel mondo duro e spietato dei giovani di oggi e, pur amandosi, non riescono a comunicare fino in fondo e conducono quindi vite parallele, come quei numeri primi che in matematica vengono definiti gemelli, numeri via via più rari e un pò misteriosi, destinati ad essere sempre separati da altri numeri.
Ho pensato in maniera inaspettata (perchè in un primo momento non vedevo la consecutio mentis) anche a due grandi registi morti nel 2007, nello stesso giorno (il 30 di luglio), stranamente a poche ore di distanza: Michelangelo Antonioni e Ingmar Bergman, che nei loro splendidi film misero in risalto il problema dell’incomunicabilità. Mentre nelle loro opere, tuttavia, la solitudine dell’anima veniva messa in risalto dalla lentezza dell’azione, dagli sguardi angosciati, dai lunghi silenzi, dalle frasi brevi ed essenziali, nei giorni nostri la gente si agita molto, parla tanto, ma alla fine (non essendo più predisposta all’ascolto) comunque non stabilisce una vera comunicazione. Si viaggia molto per lavoro o vacanze, s’incontrano numerose persone, si chatta a dismisura su Internet, ma s’instaurano sempre più rapporti spersonalizzati e mediati. La percezione della realtà attraverso le immagini è diventata comunicazione di massa, superficiale, vuota, epidermica. Auto, aerei, treni veloci, cellulari, posta elettronica , annullano in qualche modo le distanze e dovrebbero quindi farci sentire più vicini, facilitare comunicazione ed interazione, ma purtroppo ciò non accade: la tecnologia super avanzata non ci aiuta, perché non possiamo condividere più le semplici gioie e nemmeno le difficoltà della nostra vita quotidiana. Travolti dai ritmi frenetici e caotici, spesso imposti e non scelti (che non ci permettono di fermarci almeno per un attimo), non riusciamo più a riflettere e a confrontarci veramente con i nostri simili. Così, mascherati da mille ipocrisie, pregiudizi e apparenze, ci allontaniamo dagli aspetti più sinceri ed umani, dall’empatia, dal senso di solidarietà verso gli altri.
La solitudine nelle nostre grandi città è terribile, soprattutto per i più deboli: i poveri, gli immigrati, i bambini, i vecchi, i malati, e ora anche per le persone oneste che non si adeguano all’attuale sistema corrotto e clientelare. Quelli che ne fanno parte (quelli si!) sono invece sempre aggregati, forti, uniti nei loro egoistici obiettivi, invincibili, mai soli.
L’inciucio, il pettegolezzo terra terra, lo spiare nella vita degli altri, la superficialità, la corsa al risultato facile conquistato col supporto di amici potenti e sbattuto in faccia al parente o all’amico meno fortunato, o semplicemente più onesto, che non si è mai venduto (nemmeno per procurare un posto di lavoro ai figli...), hanno sostituito quei valori del passato ai quali alcune persone non potevano mai e poi mai rinunciare, anche a costo di grandi sacrifici.
Oggi forse i numeri primi, i diversi, sono proprio le persone semplici come tanti di noi che lottano disperatamente contro corrente per conservare la propria onestà. Persone che rifiutano l'omologazione e la corruzione e che alla fine restano sole. Branchi famelici, attratti dal denaro, dal potere e dal protagonismo, purtroppo, li separano da altri numeri primi che percorrono vite parallele in tante parti del mondo e che diventeranno sempre più rari col passare del tempo se l’umanità non si sveglierà dal letargo in cui è caduta. Scusatemi se questa sera sono stato un pò pesante, ma ogni tanto qualche riflessione val bene una critica.

domenica 5 luglio 2009

il sindaco di Roma è un "sola"


Chiariamo subito. Non l'ho detto io che il sindaco di Roma, il barese Gianni Alemanno, è un sola (tipica espressione romanesca per indicare una fregatura) ma alcuni lettori del sito di Repubblica.it, commentando gli ultimi episodi di violenza sessuale sulle donne accaduti nella Capitale (http://roma.repubblica.it/dettaglio-inviato?idarticolo=reproma_1666716&idmessaggio=1376719). Posso anche capire la disillusione e l'amarezza di molti cittadini che un anno fa diedero carta bianca all'ex ministro dell'Agricoltura (dal giugno 2001 al maggio 2066) del precedente governo berlusconiano; posso anche condividere le numerose critiche rivolte all'ex picchiatore del Fronte della Gioventù a proposito di promesse sulla sicurezza tanto strombazzate quanto disattese, posso anche sottoscrivere i malumori (se vogliamo chiamarli così) di molte donne che in questo momento non si sentono affatto sicure e protette in alcuni quartieri di Roma, ma qui il problema è molto più complesso e irrisolvibile di quanto sembri ad una prima analisi. Non credo che la strategia alquanto populista e sbrigativa del sindaco Alemanno, adottata dall'inizio del suo mandato, possa sortire gli effetti desiderati. Roma non è Bari (la sua città natale) e le dinamiche criminali sono molto differenti tra le due città. Non si può pensare di arginare un fenomeno dalle mille sfaccettature come la criminalità, micro o macro non importa, agendo come uno sceriffo circondato dai cattivi. Non mi pare che appuntarsi una stella sul petto scoraggi i malintenzionati e li faccia tornare sulla retta via. E poi, come se non bastasse, ci sono altre problematiche di fondo: il lavoro che non c'è, i trasporti (su strada e su rotaia) che fanno cilecca, la pulizia nelle strade che è inesistente, il decoro urbano dato dalle mille scritte dei writers che annichiliscono la bellezza di palazzi e monumenti. Insomma, non tutto sarà colpa di Alemanno, ma certo la lamentela di chi gli dà del sola non è proprio del tutto priva di fondamento. Coraggio signor Sindaco, si rimbocchi le maniche e cerchi (per quanto può) di cancellare questa brutta immagine che ultimamente sta dando di sè. Non è poi così tanto difficile fare il primo cittadino di una delle città più belle del mondo. O sbaglio?

sabato 4 luglio 2009

il giornale dei leccaculi


Era da tempo che non avevo nel mirino il giornalino di bellicapelli Vittorio Feltri. A dire la verità mi ero un pò stancato di star sempre lì a beccarlo, ora per quello che diceva il direttore con la pipa, ora per le vignette inguardabili e per i titoli che di vero avevano solo i caratteri tipografici. Ma oggi questo bel titolone adoperato dalla redazione tutta, immagino, mi ha fatto veramente andare al bagno. Peccato che avevo già la carta igienica.

i cittadini stanno con (i) Maroni (girati)


Ecco, questo avrebbe dovuto scrivere il titolista del giornalino del Carroccio. Avrebbe fatto, sicuramente, opera degna, anzi degnissima, di vera informazione. Anche se il ministro, suppongo, poteva anche non gradire. Ma, come si dice in questi casi, quanno ce vò, ce vò!

di "seriale" c'è solo la violenza


A poche ore dall'esultanza dei forcaioli razzisti della Lega e dei loro compari del Popolo della Libertà (negata), un altro episodio di violenza sessuale a Roma, ai danni di una ragazza di 21 anni che tornava alle 2 dell'altra notte a casa nella zona di Tor Carbone, ha ripresentato nè più nè meno gli stessi temi spinosi e irrisolti che già lo scorso anno, alla vigilia delle elezioni del sindaco della Città Eterna, caratterizzarono le polemiche Rutelli-Alemanno. Il pacchetto-sicurezza, tanto osannato dalla destra, si è subito rivelato per quello che è: una bufala. Basti pensare che nessun provvedimento tra quelli approvati dal Parlamento avrebbe evitato lo stupro denunciato ieri. Non il giro di vite sui clandestini, non le norme sulle ronde, non il nuovo registro dei clochard e nemmeno l’introduzione dell’albo dei buttafuori. L’equivalenza clandestini=criminalità (che la nuova legge di fatto introduce) non ha retto alla prima prova della realtà. Anzi, altri episodi di cronaca accaduti negli ultimi tempi raccontano che la nuova legge ha cominciato a incidere in negativo sulla realtà ancora prima di entrare in vigore. Una donna originaria del Nicaragua che lavorava come badante a Roma, e in attesa del permesso di soggiorno, è morta per un’infezione renale. Si era rifiutata di recarsi al pronto soccorso perché temeva la denuncia dei medici dellla struttura sanitaria. Pochi giorni fa un italiano non ha voluto accompagnare all’ospedale la sua badante, una donna brasiliana di 35 anni, perché temeva di essere denunciato, mentre una ragazza nigeriana di 29 è stata messa alla porta da un giorno all’altro. Piccoli e tragici esempi per far capire (o almeno cercare di farlo) che una legge può diventare anche un pretesto, per esempio, per mandare meno poliziotti per le strade. Una cattiva legge può far male anche involontariamente. E questa voluta da Maroni sta iniziando a fare molto male. Provate a chiederlo alla ragazza di Tor Carbone e alla giornalista della Bufalotta...

venerdì 3 luglio 2009

la matrioska del pacchetto sicurezza


Ce ne vuole del coraggio per chiamare pacchetto-sicurezza una sorta di lenzuolata di norme e misure restrittive diventate ieri legge dello Stato. Una miscellanea di ingredienti leghisti (a volte dal sapore vagamente razzista) abilmente mescolati e anche agitati dal solito Maroni e dai celoduristi della vecchia guardia, discendenti quasi diretti di Alberto da Giussano. Solo a vederli esultare ieri in Aula mi è venuto un attacco di itterizia. Solo a vedere la chiostra porcellanata (da ortopanoramica) del Pifferaio di Arcore, mostrata per far intendere che era più che soddisfatto, mi è venuta la sciolta. «E' una legge chiesta dal popolo» chiosavano ieri quelli della maggioranza, ad approvazione definitiva avvenuta, con l'arroganza e la faccia tosta di chi dimostra di voler subito incassare il dividendo del consenso al disegno di legge sulla sicurezza. Un modo alquanto anomalo e pseudopolitico di pensare che tutto ciò sia la panacea ideale per dissolvere alcune nubi addensatesi su di loro (in primis sul loro Capo) nelle ultime settimane. Impossibile però negare che alla richiesta di maggiore sicurezza che emerge dal Paese, la risposta fornita dalla maggioranza parlamentare si declina attraverso un ventaglio di misure dal valore e dal peso assai diversificato, come si trattasse di una becera matrioska. Si va infatti dall’introduzione del reato di clandestinità, alle ronde, al contrasto alle infiltrazioni mafiose, alla legalizzazione degli spray al peperoncino per autodifesa e altro ancora: una varietà che rende impossibile una valutazione univoca, obiettiva e validante. Il testo approvato al Senato è tale e quale a quello licenziato dalla Camera. L’approvazione con voto di fiducia ha cristallizzato le scelte, confermando anche le parti che più avevano sollevato reazioni contrarie, dubbi, interrogativi. È così rimasto il reato di clandestinità, avversato fin dal primo annuncio da molti tra coloro che vivono a contatto con la realtà delle persone immigrate. Sembra fugato il timore dei medici-spia e dei presidi-spia (spero di non essere smentito nei prossimi mesi) ma da più parti ancora ieri venivano avanzate domande e perplessità (non sempre ideologiche, spesso concrete, misurate sulle situazioni tante volte affiorate dalle pagine della cronaca) che a me sembrano più che giustificate. Certo, non si può fingere di ignorare le sollecitazioni, i problemi, le urgenze che rendono spesso arduo l’equilibrio tra la sicurezza e l'integrazione. Credo che sia chiaro quanto l’immigrazione rappresenti una realtà magmatica e che se non la si governa si finisce per subirla. Ma è altrettanto fuori di dubbio che la risposta non può essere solamente di ordine pubblico, anche se è necessario mettere in chiaro diritti e doveri. La tutela della legalità non può mai dare l’impressione di sconfinare in ostilità: andrebbe combattuto anche il solo sospetto che questa in definitiva possa essere la trama che sottende a iniziative legislative. L’immigrazione è un fenomeno di cui prendere atto e da affrontare con equilibrio. E l’obiettivo deve restare quello di un’integrazione in cui alla richiesta di accettazione delle nostre regole si accompagni l’offerta di una vita serena e di una dignità umana tutelata. C’è quindi da augurarsi che, ad esempio, ci si salvaguardi adeguatamente e, se necessario, con severità, contro l’eventualità di ronde che debordino dalle limitatissime competenze loro attribuite o che manifestino tendenze e propensioni pericolose. Detto questo, sono dell'idea che vada dato atto al pacchetto sicurezza di contenere anche delle misure concrete di contrasto alla criminalità organizzata, tra le quali, ad esempio, l’ampliamento dei poteri dei prefetti in relazione all’assegnazione dei beni confiscati ai boss mafiosi. Iniziativa che consentirà probabilmente una forte accelerazione delle procedure, realizzando un formidabile deterrente contro mafiosi e camorristi che temono la perdita del denaro e degli immobili più di quella della libertà. Almeno così si dà una concreta risposta a una richiesta sollecitata proprio da chi è in prima linea nella lotta contro mafia, camorra e ’ndrangheta.

giovedì 2 luglio 2009

l'amorale & le morali conviviali


Questa storia della cena carbonara (come l'ha definita Antonio Di Pietro) tra i due giudici della Corte Costituzionale, il premier, il Guardasigilli, il consigliori del premier e un politico siciliano indagato (e dal forte odore di mafiosità) sta creando non poco imbarazzo alle truppe berlusconiane e al Pifferaio stesso. Cercano di non darlo a vedere, ma sanno di aver fatto il più classico degli autogol politici e morali. Chissà, forse sarà una specie di maledizione. O forse sarà una sorta di complotto al contrario (questa volta i giudici sono amici, non certo eversivi), fatto sta che Silvio B. non sa più dache parte andare. Voleva andare al Quirinale (al posto di Napolitano intendo...) ma non può più, non ha il pedigree immacolato. Voleva andare a Villa Certosa (lo aspettano un paio di amiche di Putin) ma non può più, c'è Zappadu in agguato. Insomma, il premier mi appare sempre di più in confusione. Il Noemigate (e il pornoromanzo pugliese) mi ha fatto constatare che il sostenitore del family day, l'uomo che bacia la mano al Papa, l'ispirato difensore dei valori della cristianità non disdegna d'accompagnarsi a ragazze delle quali potrebbe essere il nonno e di trascorrere una notte con una squillo pagata da altri. Poi questa maledetta cena: il fustigatore delle toghe rosse, il castigatore dei pubblici ministeri che partecipano a dibattiti di carattere politico, il perseguitato dalla giustizia, intrattiene rapporti amichevoli e conviviali con i magistrati che dovranno decidere sulla legittimità costituzionale della legge che l'ha reso immune dalla giustizia medesima. Quel lodo Alfano che, tra l'altro, è all'origine di una delle sentenze più innovative della storia giudiziaria italiana: la punizione di un corrotto (l'avvocato Mills) ma non del suo corruttore. La notizia della cena carbonara ha innescato un vespaio di polemiche e Mazzella (uno dei due togati) che fa? Si è cosparso il capo di cenere per la sconcertante gaffe? Si è dimesso? Figuriamoci. Il giudice Mazzella (per sottolineare la sua indipendenza) ha scritto una vibrante lettera alla presidenza del Consiglio dei ministri. Parole di fuoco: «Caro Silvio, siamo oggetto di barbarie ma ti inviterò ancora a cena». Della serie: alla vergogna non c'è mai fine. Costituzionalmente parlando. E cenando. Post Scriptum: vorrei riportare, a beneficio di quanti lo ignorano, cosa prescrive l'art. 51 del C.P.C. e precisamente, Il Giudice ha l'obbligo di astenersi:
1) se ha interesse nella causa o in altra vertenza su identica questione di diritto;
2) se egli stesso o la moglie è parente fino al quarto grado o legato da vincoli di affiliazione, o è convivente o commensale abituale di una delle parti o di alcuno dei difensori;
3) se egli stesso o la moglie ha causa pendente o grave inimicizia o rapporti di credito o debito con una delle parti o alcuno dei suoi difensori;
4) se ha dato consiglio o prestato patrocinio nella causa, o ha deposto in essa come testimone, oppure ne ha conosciuto come magistrato in altro grado del processo o come arbitro o vi ha prestato assistenza come consulente tecnico;
5) se è tutore, curatore, procuratore, agente o datore di lavoro di una delle parti; se, inoltre, è amministratore o garante di un ente, di un'associazione anche non riconosciuta, di un comitato, di una società o stabilimento che ha interesse nella causa.
In ogni altro caso in cui esistono gravi ragioni di convivenza, il giudice può richiedere al capo d'ufficio l'autorizzazione ad astenersi; quando l'astensione riguarda il capo dell'ufficio, l'autorizzazione è chiesta al capo dell'ufficio superiore.

sull'onda dell'emotività


Volevo fare qualche riflessione a distanza di un paio di giorni dalla tragedia di Viareggio. Ovviamente mi sembra il minimo che, davanti ad un evento come quello che ha sconvolto la città della Versilia, esprimere il cordoglio per le vittime e la solidarietà per quanti sono stati colpiti negli affetti e nei beni sia il primo ed elementare dovere di sensibilità civica e di pietas umana. Che il passo successivo debba essere quello di fare luce sulle cause del rogo accertando eventuali responsabilità attive o quanto meno omissive è fuori discussione. Invocare ad ogni pié sospinto la fatalità (attitudine nella quale noi italiani non siamo secondi a nessuno) non vale a rendere giustizia a chi non c’è più e non serve ad asciugare le lacrime dei familiari in lutto. Si prospettano tempi lunghi per sapere perché il gpl di quella cisterna maledetta abbia preso fuoco: è opportuno, anzi indispensabile, indagare con tenacia e diligenza per dare una risposta agli interrogativi che in questo momento attanagliano il nostro Paese. Premesso questo, sarebbe un pessimo modo di onorare la memoria di chi nel rogo ha perduto la vita se qualche anima candida, sull’onda di una emozione crescente e incontrollabile, arrivasse ad invocare che i treni cisterna non transitassero più in ambito urbano, come se le ferrovie e le stazioni potessero, a colpi di bacchetta magica, venire delocalizzate a chilometri di distanza da una città, venendo così meno al loro essere parte integrante di un sistema di trasporto pubblico ramificato, accessibile, comodo. Mi viene da sottolineare che dei 700 treni merci che circolano quotidianamente sulla rete FS, una quarantina trasportano materiali potenzialmente pericolosi. E allora che facciamo? Trasferiamo tutto su strada? Andrebbe anche chiarito, a chi fosse propenso a fare di ogni erba un fascio, che il carro ferroviario o l’autocisterna che trasportano gpl, al pari del bombolone di gas interrato nel giardino di una villetta per assicurarne il riscaldamento, non sono bombe pronte ad esplodere. Sono impianti collaudati, soggetti a verifiche e revisioni, sottoposti a esami che ne devono garantire l’operatività e la sicurezza. Solo se nessuno fa i necessari controlli il discorso cambia, ma la responsabilità di un eventuale disastro resta addosso a chi, dovendo provvedere alla manutenzione, ha preferito confidare nella buona sorte con una incoscienza che sconfina in un criminale comportamento omissivo. Piuttosto quello che emerge dal caso Viareggio suona ad ulteriore e indiretta conferma della cronica debolezza del sistema infrastrutturale italiano. Cerco di spiegarmi. Se la nostra penisola fosse percorsa da una rete capillare di metanodotti, dotati di terminali in grado di raggiungere le località più remote, verrebbe fortemente contenuta la necessità di movimentare su strada o su ferrovia ingenti quantitativi di gas liquido derivato dal petrolio e destinato al riscaldamento, all’autotrazione e agli usi domestici. Al di là della tragedia che ha messo in ginocchio Viareggio e dolorosamente scosso il Paese, al di là dei lutti, delle sofferenze dei singoli e della famiglie, dei danni materiali difficili da quantificare, l’esito peggiore del disastro che ha avuto per teatro la città simbolo della Versilia sarebbe quello dell’accentuazione e della strumentalizzazione dell’ostilità di quella parte dell’opinione pubblica che si oppone alla realizzazione dei gassificatori. Per vincere la dipendenza dal petrolio l’Italia avrà sempre più bisogno di metano acquistato sui mercati più convenienti, non collegabili da pipelines data l’enorme distanza. Il metano arriverà via mare, stoccato sotto forma liquida in impianti che lo rilasceranno in rete sotto forma gassosa. I gassificatori, appunto. Sarebbe una iattura un’alzata di scudi dettata dall’emotività. Un gassificatore (progettato e costruito a regola d’arte), non vale neppure la pena di precisarlo, ­presenta in materia di sicurezza una peculiarità non trascurabile: non viaggia nè strada né su rotaia. Come si dice in questi casi: a buon intenditor...