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lunedì 31 marzo 2008

Roberto Saviano, il coraggio fatto uomo


Ho deciso di dedicare questo mio 300° post al ventinovenne giornalista e scrittore Roberto Saviano, prendendo spunto dalla sua partecipazione, ieri sera, al programma di Fabio Fazio su RaiTre, Chetempochefa (http://www.raiclicktv.it/raiclickpc/secure/streamHome.srv?id=31855&idCnt=72362&path=RaiClickWeb^Home). Un intervento asciutto, emozionante, vero, che mi ha lasciato ancora una volta la sensazione di trovarmi davanti ad un uomo con la U maiuscola, un interprete del coraggio e della volontà di non abbassare la testa di fronte alla criminalità organizzata, al Sistema, alla Camorra. Una camorra tanto spietata con gli affiliati che tradiscono e con i nemici storici, quanto pavida e piagnucolona nei confronti di chi ha il coraggio di puntare il dito e di scoperchiare il pentolone fetido della criminalità campana, in particolare quella dei cosiddetti "Casalesi", proprio quelli della località (Casal Di Principe) in cui Saviano è nato nel 1979. Addirittura la pavidità (e la paura che si accendano troppi riflettori mediatici) dei boss storici (Iovine e Bidognetti) ha portato qualche giorno fa i loro avvocati difensori, nell'ambito di un'udienza del "processo Spartacus", a chiedere di spostare in altra sede il dibattimento, perchè il libro di Saviano ("Gomorra") non garantisce ai giudici il giusto equilibrio e la serenità tipica di un giudizio importante (http://www.robertosaviano.it/documenti/9201/). Incredibile ma vero. Per rendere l'idea di come viva attualmente (da quasi due anni) lo scrittore napoletano, vi ripropongo una bellissima intervista concessa qualche mese fa a Gianluca Di Feo, pubblicata su L'espresso, dal titolo "Io Saviano, condannato a morte". Buona lettura. Sono tardarielli ma non scurdarielli. "I Casalesi arrivano tardi, ma non dimenticano mai". Lo spiegò ai magistrati l'unico vero pentito della camorra casertana, ricostruendo come i boss avessero atteso 11 anni prima di eseguire la sentenza contro un loro nemico. Hanno fatto calmare le acque, ridotto al minimo l'attenzione sulla vittima e solo a quel punto sono partiti i killer. Clemenza o perdono non gli appartengono: i signori della nuova mafia hanno dimostrato con il piombo e con il sangue che la loro parola è peggio di una fatwa. Perché loro sanno ricordare. Oggi le dichiarazioni raccolte nelle carceri e l'attività informativa nel triangolo dei boss, tra Casapesenna, Casal di Principe e San Cipriano d'Aversa, il feudo dei Casalesi, sono concordi: anche contro Roberto Saviano è stato emesso il verdetto. I padrini hanno lasciato in bianco solo la data dell'esecuzione: "Basta aspettare, verrà il momento giusto. E allora si chiuderanno i conti". L'autore di 'Gomorra' non si sente un condannato a morte. Quando gli poni la domanda, il volto si illumina con un sorriso ingenuo che tradisce i suoi 29 anni. Perché non accetta nemmeno l'idea di essere costretto all'esilio: "Napoli mi manca tantissimo. Come per tutte le cose che si perdono aumenta il carico di nostalgia. La mia esperienza viene da lì". Oggi può tornare a Napoli quando vuole, circondato però da carabinieri e auto corazzate. E ogni movimento deve essere concordato con la scorta. Il che lo spinge a stare chiuso in casa, a leggere e scrivere. Ma senza radici, senza succhiare linfa alla vita reale, tutto diventa un isolamento sterile. Un incubo che fa passare in secondo piano ogni altra preoccupazione. "Paura non ne ho. Fin quando c'è la parola, la possibilità di trasmettere le proprie idee, quella è la vera difesa. Certo, con il mio lavoro ho esposto anche i miei familiari. L'unico motivo per cui ho maledetto il mio libro è per le pressioni che hanno subito i miei cari e di cui non mi perdonerò". Attorno a lui spesso c'è il vuoto. Il condominio del centro di Roma dove viveva in una stanza da studente ha protestato per la quiete disturbata dalla scorta. E i vicini della madre hanno addirittura scritto al Comune chiedendo che alla donna venisse 'assegnata una residenza più sicura': un modo burocratico per chiederne il trasloco. Alla 'Süddeutsche Zeitung' ha parlato di una quotidianità randagia, senza fissa dimora, senza più punti cardinali. Tranne quello che considera più importante: la scrittura. "Scoprire quanto potesse essere potente la scrittura è stato uno choc. Non solo per lo sconvolgimento totale della mia esistenza. In genere, un libro non riesce a influire sulla vita dell'autore. Invece intorno a 'Gomorra' si è creato subito un passaparola, una catena di persone che attraverso il libro si sentivano a me vicine e io ho sentito questo contatto con loro. Non avrei mai immaginato tanto. Due siti Web di solidarietà, la vicinanza di amici nuovissimi che hanno protetto le mie parole. E quella di alcuni colleghi". Ci tiene anche a ricordare le persone che si sono occupate della sua sicurezza, gli stessi investigatori che portano avanti le indagini sui Casalesi: il coordinatore della Procura antimafia di Napoli, Franco Roberti; i pm Antonello Ardituro e Raffaele Marino, il colonnello Gaetano Maruccia. A Raffaele Cantone, il pubblico ministero che conduce i processi più importanti contro la camorra casertana, lo unisce anche la pressione continua dei clan. E c'è poi Tano Grasso che lo ha consolato con l'esperienza di chi ha vissuto sotto scorta per un intero decennio. Molte cose l'hanno sorpreso negativamente. "Soprattutto l'accusa di aver infangato la mia terra. Di aver speculato sul suo dolore. C'è stata prima diffidenza e poi ostilità per il modo con cui ho raccontato la criminalità. Da molta intellighenzia napoletana e dal mondo puritano delle lettere che si è sentito invaso da nuovi codici, nuove visioni e soprattutto nuovi lettori". Poi c'è stata una gelosia verso il successo, come se fosse frutto di chissà quale operazione di marketing editoriale. "Invece 'Gomorra' sancisce l'ascesa del lettore e dimostra la grande possibilità della scrittura. Rivoluzionaria. Perché non è la scrittura che apre la testa, non è lo scrittore che rende liberi i lettori. No: è il lettore che rende libero lo scrittore, che cancella la censura. Pamuk, Politkovskaja, Rushdie - che hanno dovuto affrontare situazioni ben più gravi della mia come testimonia il sacrificio della giornalista russa - hanno imposto le loro idee grazie alla spinta dei lettori. È un meccanismo che trasforma il mercato, legando consumo e libertà di scrittura". Innegabile che le prime minacce dei padrini campani abbiano fatto da volano al successo del volume. "Sono rimasti spiazzati pure loro. Finora in quel territorio persino l'omicidio di un sindacalista non aveva fatto notizia, persino il piano per assassinare un magistrato con il tritolo già pronto non era arrivato sui media nazionali. Non si preoccupavano di intimidire un ragazzotto che aveva scritto un libro di cui si parlava troppo: perché avrebbe dovuto mai attirare attenzione?". La lezione di 'Gomorra' non è passata inosservata anche dentro le altre mafie: le pagine stampate hanno cominciato a dare fastidio. Saviano cita la vicenda di Lirio Abate, costretto a lasciare Palermo dopo il saggio sui complici illustri di Provenzano. Il segno di un'insofferenza crescente contro chi smaschera il vero volto della nuova mafia. Per i Casalesi quella dello scrittore è diventata una sfida continua. Il discorso sulla piazza di Casal di Principe, chiamando per nome i padrini latitanti e invitando la gente a ribellarsi, non è stata perdonato. Poi la presenza in tribunale nel giorno della requisitoria, di fronte ai killer detenuti. "Da anni la criminalità organizzata non si trova più davanti persone che vogliano svelare il meccanismo delle loro attività, il sistema del loro potere. Hanno preso come una sfida il mio guardargli in faccia. Loro accettano i professionisti: accettano di venire descritti negli atti dei magistrati, degli avvocati, degli investigatori e in qualche misura anche dei giornalisti. Non accettano invece la mia volontà di usare strumenti 'sporchi' che non possono gestire. Personaggi come Raffaele Cutolo sanno condizionare l'immagine: hanno cercato la pubblicità, le interviste. Ne hanno fatto come uno strumento. Cutolo o altri boss come Augusto La Torre invece hanno reagito perché 'Gomorra' ha spezzato lo schema. Si sono sentiti gestiti da qualcun altro: gli piace essere raccontati, ma alle loro condizioni. La piazza di Casale? Ho chiesto ai cittadini di cacciare i boss, gli ho spiegato che la camorra non portava ricchezza, ma la distruggeva. Nessuno pronuncia mai quei nomi in pubblico a Casale e quel giorno in piazza c'erano tanti ragazzi: bisognava farlo". Nel pensiero di Saviano c'è un chiodo fisso: la questione meridionale. Un concetto su cui si è discusso fino al punto da renderlo logoro, svuotandolo di ogni proposta e soprattutto di qualunque progetto. Ma che oggi si incarna nella realtà di una generazione senza futuro. "Una speranza può nascere solo dai giovani meridionali. La mia è l'unica generazione che emigra in massa, l'unica dagli anni Cinquanta. Si sta imponendo un modello culturale secondo il quale chi resta è un incapace, un fallito, un traffichino. È una cosa pericolosa, contro la quale bisogna reagire. Perché si lasciano andare via i talenti migliori e si spengono le speranze di chi resta, destinandolo a un futuro di mediocrità". E accusa: "La politica ha perso la sua carica riformista, che era stata una caratteristica continua del dopoguerra". Elenca come modelli Gaetano Salvemini, Giustino Fortunato, Ernesto Rossi. "Se i politici di oggi si fossero formati su questi libri, invece di avere sul comodino gli scritti di Ho Chi Min o di altri mostri sacri del '68, adesso riuscirebbero a inquadrare i problemi. Il Sud ha prodotto pensatori che avevano capito tutto. Bisogna ripartire da lì: non dimenticare che esiste una questione meridionale". Ma il Sud cambierà? Saprà reagire alla grande slavina che lentamente sommerge la vita civile, l'imprenditoria, la cultura, la politica. Saviano schiera un'ironia amara e inverte il canone di Giacomo Leopardi: "Io ho l'ottimismo della ragione e il pessimismo della volontà". Cambiare richiederà tempo, almeno un'intera generazione: "Nemmeno io riuscirò a vederlo. Ma se non si comincia, non accadrà mai. Io credo che ci siano realtà che non hanno l'ossessione del turismo, l'idea di un Meridione ridotto a bacheca. Ci sono imprenditori agricoli che recuperano l'eccellenza, maestranze tra le migliori in Europa nel cemento, una leva dinamica di piccoli imprenditori che sono la forza dell'economia campana". Già, ma sono anche i settori più esposti all'assalto della mafia. "Certo, la criminalità organizzata investe dove c'è eccellenza e potenzia queste aziende. Non è vero che la camorra non genera crescita. No. Ma genera una crescita distorta, che non migliora la qualità della vita delle persone; che fa arricchire solo pochi e trasferisce i capitali lontano. È una crescita che impoverisce il Sud". L'altra faccia della medaglia è una classe politica e intellettuale che considera lesa maestà denunciare il dramma della regione. "Sono un'intellighenzia che parla solo di presunta bellezza e ignora i problemi reali. Spendono ore per Caravaggio e non si guardano intorno. È ora di finirla con questo sistema. Chi osserva non ignora la bellezza di Napoli ma proprio da essa parte per denunciare: da Caravaggio bisogna apprendere la forza del guardare in faccia la vita. Loro invece si cullano in una visione consolatoria del Sud, una visione che piuttosto che essere innovativa è terribilmente oscurantista". I leader di partito lo hanno quasi corteggiato, stupiti dalla sua capacità di parlare ai giovani. Da Fassino a Fini, da Visco a Berlusconi, tanti gli hanno trasmesso interesse e manifestato solidarietà. "A parole, ci sarebbero nell'intero arco costituzionale le condizioni per rilanciare la lotta alla camorra". La prova di concretezza verrà anche dalle risposte all'appello del procuratore Roberti, che ha invocato le migliori forze per rispondere alle nuove minacce dei Casalesi. Perché in Campania la grande politica fa come i boss: latita. "Fausto Bertinotti è stato l'unico esponente nazionale ad andare a Casal di Principe, non era mai accaduto prima". Saviano è rimasto colpito dalla scoperta che anche nella base della destra, inascoltata spesso dalle dirigenze, è ancora viva quella mobilitazione antimafia, punto di forza del Msi legalitario di Almirante. Un risveglio che diventa provocazione verso il torpore della sinistra. "È stato bello vedere che c'è una forma di destra sociale che sul territorio sta riscoprendo l'orgoglio di un'identità che non scende a patti con la camorra. La sinistra continua a vivere in un equivoco. Gli slogan sono quelli che vengono da un passato di militanza concreta, ora non hanno più niente dietro. Ma la consapevolezza degli elettori è superiore a quella dei politici. O la politica lo capisce o è finita".

domenica 30 marzo 2008

la speranza (condivisibile) di Walter Veltroni




Una bella intervista a tutto tondo concessa da Walter Veltroni al giornale da lui diretto qualche anno fa (l'Unità), accompagna questa ultima domenica di marzo il popolo del centrosinistra verso il rush finale di questa strana e non sempre affascinante campagna elettorale. Fra due settimane gli italiani decideranno il loro destino, affidandolo (spero) nelle mani dell'ex sindaco di Roma che bene ha fatto nei suoi sette anni alla guida della Città Eterna. E si presuppone che bene potrà fare anche alla guida del Paese, se non altro per la voglia di novità e di cambiamento che ha fatto trasparire in questo viaggio lungo lo Stivale, a contatto diretto con i cittadini e con gli operai, con gli imprenditori e con le forze nuove e non reazionarie italiane, mentre il suo antagonista meneghino non ha fatto altro che rovesciare veleno e frasi fatte contro la sinistra e contro lo stesso Veltroni, accusato di essere un "affabulatore" e un "parolaio" (invece il cavaliere non lo è mai stato in questi 14 anni...) e altro ancora. Io vi propongo (invece delle solite menate berlusconiane) la bella intervista di Veltroni a Bruno Miserendino. Buona lettura.
«La partita è assolutamente aperta, con ottime possibilità di vittoria». È ottimista Walter Veltroni a due settimane dal voto. E in questa intervista a l’Unità ne spiega le ragioni e fa il punto del suo viaggio per l’Italia. «Ovunque - spiega il segretario e candidato premier del Pd - ho visto persone che vogliono un grande cambiamento. Il Pd interpreta questo sentimento, mentre la destra è prigioniera del demone del passato». La campagna del Pd - aggiunge Veltroni - ha cercato di sostituire le speranze alla paura. «Abbiamo parlato di problemi seri e concreti come i salari, le pensioni, la precarietà, la sicurezza, la casa, con proposte chiare». E il cambiamento è anche un fatto generazionale: «Se si guarda l’età media di chi fa il premier in Europa si vedono persone che hanno la mia età». «Una settimana fa avrei detto che la partita è aperta, adesso dico che la partita è più che mai aperta. Sono assolutamente ottimista. Sono loro che parlano di pareggio...» Prima di andare alla conferenza operaia di Brescia, davanti a migliaia di lavoratori e di sindacalisti, Veltroni fa colazione in uno storico albergo dal nome bene augurante (Vittoria), e si vede che ha un’aria soddisfatta. Sondaggi? Ormai non si possono più rendere noti, però è chiaro che sente il Pd di nuovo in crescita e la famosa forbice che si accorcia. Veltroni, oggi il d-day vede il ritorno in piazza del popolo delle primarie. Cosa vi aspettate da questa mobilitazione e che umori percepite? «Mi pare che si stia progressivamente apprezzando il fatto che a partire da quel 14 ottobre delle primarie molte cose in questo paese sono cambiate e se si esamina la vita politica italiana prima e dopo quella data, si vede che questa mutazione dipende in gran parte dalla novità costituita dalle idee, dai contenuti e dai programmi del partito democratico. Il 14 ottobre fu un risultato inaspettato, come quasi tutto in questo nostro paese, non se l’aspettavano la politica, i media, i sondaggisti. In quella partecipazione c’era la volontà di imprimere un’accelerazione a un processo che si avvertiva come essenziale per lo sblocco della democrazia italiana. C’era una presa in carico dei destini del paese, una risposta all’antipolitica, una sfida razionale di innovazione. Il 14 aprile saranno passati sei mesi, e la mia grande gioia è vedere che in meno di mezzo anno si è fatta l’identità di un partito: valori, idee, programmi, energie nuove. Pensiamo ai giovani che parlano nelle nostre manifestazioni. Da questa giornata di mobilitazione mi aspetto che parta un’altra grande spinta di protagonismo e di innovazione. Protagonismo diffuso, non la politica come mestiere, per addetti ai lavori, ma esperienza civile, passione. Se questo messaggio riparte dai 3 milioni e mezzo delle primarie può davvero diventare l’onda che travolge». Chi sono gli indecisi? I delusi del centrosinistra, i tentati dall'antipolitica? «No, secondo me sono più elettori di centrodestra. Lo dicono i dati. Man mano che noi cresciamo scendono gli indecisi, o viceversa». Però il dato del Pdl non si erode. «Si erode ogni settimana. E comunque io mi sono fatto portare i sondaggi del 2006 a 15 giorni dal voto. Erano proprio come adesso, poi si sa come è andata». Ci fu la promessa di Berlusconi di togliere l’Ici, che conquistò una bella fetta di indecisi, qualche errore di comunicazione del centrosinistra... «Secondo me già allora, 15 giorni prima del voto, le cose non stavano come dicevano i sondaggi. Credo che non avessero percepito del tutto il flusso elettorale, lo spostamento degli elettori. Ora come ora posso solo dire che la situazione, a parti invertite, è molto migliore di allora. Quindi la partita è assolutamente aperta, con ottime possibilità di vittoria». Ma intanto si parla solo di pareggio. «Ma ne parlano loro, che erano partiti con l’idea di una vittoria a mani basse, e già questo indica una difficoltà obiettiva. E d’altra parte in queste settimane quale idea è venuta dalla Destra per l’Italia? Non c’è una proposta innovativa, i nomi dei ministri sono gli stessi del '94, i toni sono quelli di sempre, sui temi concreti non hanno detto nulla, e quando l’hanno fatto si sono divisi. Ogni giorno c’è la ripetizione di un copione logoro, non riescono a trovare nei nostri confronti un punto d’attacco, perchè nessuno dei loro argomenti sembra pagare». Nemmeno su Alitalia? Berlusconi è entrato a gamba tesa nella vicenda, ma a volte, a sinistra, si ha l’impressione che non paghi mai dazio per le cose che fa o dice. «Io penso che come noi ci siamo liberati dal fantasma di Berlusconi, se ne deve liberare anche una parte del mondo degli osservatori. Sull’Alitalia la gente pensa che c’è una gran confusione. Pensa che c’è una trattativa seria in corso, e che improvvisamente è arrivata una proposta strumentale e vaga». A proposito, sulla vicenda Alitalia, dove sono finiti i liberal di questo paese? «In effetti non si sentono. Ma singolare non è solo quel che si dice o accade sulla vicenda Alitalia, è complessivamente singolare la proposta di politica economica della Destra: l’idea di chiamare l’Eni per acquistare la compagnia di bandiera, la politica dei dazi di Bossi e Tremonti, l’idea di far acquistare Alitalia con una cordata con i figli dell’aspirante premier, previo prestito ponte dello Stato, vale a dire una forma di utilizzo di soldi pubblici a fini privati. Vedo un silenzio imbarazzato di tanti che hanno paura di dire quello che pensano. Questo è un problema del paese. Noi abbiamo bisogno del ritorno di una cultura critica non fondata sul principio, anche quello stanco, dell’equidistanza. Anche questo atteggiamento lo considero parte di un tempo che si va esaurendo». Magari un confronto televisivo potrebbe aiutare a capire. L’impressione è che non ci sarà, e nel frattempo Berlusconi mantiene il predominio assoluto nella comunicazione televisiva. Quanto pesa questo squilibrio? «Conta, certo, ma qualunque sia il risultato, non invocherò lo squilibrio come alibi. Io credo che questo non sia un paese di spettatori, ma di cittadini, interessati alla soluzione dei problemi, quelli loro e dei loro figli, non a chi vince il Grande Fratello. Non ho solo il dovere di avere fiducia, ma ho ragione di avere fiducia nei cittadini. Gli italiani nei momenti cruciali hanno sempre mostrato una grande voglia di innovazione. Il nostro mondo si attarda in una concezione un po’ piagnona, sempre difensiva. Secondo me sbaglia e credo sia stata una delle cause della perdita di relazione tra il mondo del centrosinistra e la società italiana». Lo squilibrio lo certifica l’Authority. «Certo che c’è, ma penso che gli italiani siano più saggi e avranno la forza di rispondere a una crisi profonda, indicando una soluzione alternativa di tipo europea». Se il risultato non dovesse garantire la governabilità, cosa bisognerebbe fare? «Chi vince governa e se la situazione fosse di assoluto equilibrio, insieme si devono rapidamente approvare le riforme indispensabili. Chi governa capisce che la sua sopravvivenza è legata al senso di responsabilità dell’opposizione. Ma credo che alla gente il dibattito su pareggi e alleanze interessi fino a un certo punto. Ai cittadini interessa avere un sistema governabile. Se non c’è la colpa è della Destra, che ha fatto prevalere gli interessi particolari su quelli generali. Credo che in quel passaggio, nello schieramento a noi avverso, si siano consumati errori gravi. Anche il Centro ha sbagliato. Se Casini avesse rotto allora, invece di farsi mettere alla porta dopo, probabilmente oggi la situazione sarebbe diversa. La realtà è che il tema delle riforme istituzionali sovrasta il paese e non si potrà eludere». Berlusconi dice che vi state accordando con la sinistra radicale per tornare insieme o per fare accordi elettorali in alcune regioni. «Non so di che parla». Casini verrà riattratto nell’orbita della Destra? «Dopo quello che è successo mi pare molto difficile. Sta facendo una scommessa difficile e coraggiosa che avrebbe dovuto fare prima, ma penso che sia a un punto di non ritorno». Col pullman ha visitato più di 80 delle 110 province. Che idea si è fatta dell’Italia girandola in lungo e in largo? «Ho visto una forte domanda d’innovazione, che certo si presenta con molti linguaggi, con sentimenti diversi, però c’è. E questo grande desiderio di cambiamento non può essere interpretato dalla Destra. Se in questi 15 giorni noi riusciremo a farlo capire a tante altre persone, il paese sceglierà di uscire dal collo dell’imbuto. L’Italia, per come sta, non può affidarsi a un governicchio. Ha bisogno di un ciclo politico lungo, di un cambio generazionale. Se si va a guardare l’età media di chi fa il premier in Europa, si vedono persone che hanno più o meno i miei anni. E non per caso. Perché chi si mette a governare deve poter fare questo passaggio brusco, radicale, impegnativo». Dicono che Berlusconi non ha voglia di governare, ma solo di vincere. «Mostra una grande stanchezza, personale e politica. Si capisce dai nomi che propone come ministri. Bossi, quello della riforma della Costituzione bocciata dagli italiani, Tremonti, l’emblema della crescita zero, ora si parla anche di Calderoli... Ma vedo anche una stanchezza personale. Tutte queste affermazioni: faccio un sacrificio, chi me lo fa fare, tradiscono non solo un’idea bizzarra del rapporto con le istituzioni, ma anche difficoltà personale. Invece credo che il paese abbia apprezzato la nostra scelta di fare una campagna elettorale con un tono di voce fermo, ma sereno. Abbiamo cercato di sostituire le speranze alle paure, e abbiamo parlato di una serie problemi seri e concreti: le pensioni, i salari, la precarietà, la sicurezza sul lavoro. Stamattina (ieri ndr) alla conferenza operaia parlerò del tema casa, annunciando un grande piano di vendita di tutti gli immobili delle case popolari agli inquilini, per poter fare coi proventi di questa vendita la costruzione di nuovi alloggi e alleviare il problema dell’affitto». La cosa più sgradevole di questa campagna elettorale? «Il fatto che la Destra non riesce a liberarsi del demone del passato. Sono sempre uguali a loro stessi. Noi abbiamo fatto un’operazione molto rischiosa, in politica non capita facilmente che in una situazione di obiettiva difficoltà, si rinunci al 7-8% dei voti. Si poteva immaginare che determinasse varie reazioni, invece la reazione è quella che vede chi ha seguito il cammino nelle piazze d’Italia. Una comprensione della scelta, una straordinaria partecipazione, come non si vedeva da tantissimi anni, e tanti giovani. È successo questo perché il paese sente il bisogno di una sfida di innovazione, carica di valori e di proposte, che porti l’Italia in sintonia con la storia della democrazia europea». È iniziato un curioso dibattito sulla soglia del successo, al di sotto della quale si scatenerebbe il finimondo nel Pd. «È iniziato su qualche giornale. Ed è finito. Non ci sono soglie, ci sarà solo da registrare che c’è un partito nuovo, anzi la più grande forza riformista che la storia politica italiana avrà conosciuto». Qualcuno dice che sarebbe l’ora di tirare fuori le unghie, di rinfacciare alla Destra i suoi insuccessi. Naturalmente lei non è d’accordo. «Assolutamente no, non voglio farmi trascinare nello stereotipo delle campagne elettorali precedenti. Secondo me non c’è bisogno di ricordare alla nostra gente e a tutti gli elettori che se c’è un voto che può evitare al paese di finire in questo vecchio impasto di populismo, questo è il voto al partito democratico. Non ho bisogno di alzare i toni per farlo capire. Abbiamo fatto una campagna elettorale di proposte e di valori. La frase che abbiamo detto in Calabria contro le mafie, non è mai stata detta in questi termini nella vita politica italiana. Mi aspetto che venga detta da altri. Bisogna dare al paese un messaggio nuovo, Dio ci scampi dalla riedizione del vecchio film. La gente è esausta tanto quanto quel film». La vedo ottimista... «Secondo me la gente è stufa. Per quanto ci riguarda, la novità della nostra campagna elettorale è che abbiamo parlato più degli italiani che della politica, che mai come adesso è sembrata lontana e fredda dalla vita reale dei cittadini. Noi abbiamo pensato ai disagi reali degli italiani. Lo capisco dai ragazzi precari che mi fermano, che vedono in noi il partito che cercherà di risanare la più grande e lacerante ferita del nostro tempo. È un modo di fare politica antico e nuovo, che non sta dentro il recinto piccolo e affollato dal quale la Destra non riesce a uscire». È un messaggio che riesce ad arrivare all’Italia profonda? «Ogni campagna elettorale è la scansione di un’epoca. L’Italia è arrivata a un bivio molto delicato, perché i suoi fattori di debolezza legati alle vicende internazionali possono davvero spingerla verso un declino, mentre c’è tanto talento, una tale voglia di fare, tale intelligenza diffusa, che credo questo paese possa trovare il modo di uscire dal collo della bottiglia. Per questo batto sempre su un tasto: noi vogliamo aprire un ciclo lungo di cambiamento radicale, e la differenza tra noi e la Destra è proprio qui. Il cambiamento radicale dell’Italia, persino della sua cultura diffusa, del suo senso comune, è un’opera che merita impegno, passione e il tempo naturale per essere realizzato. Qualsiasi soluzione a breve sarebbe per il paese un suicidio. Nella nostra proposta vedo la risposta a una grande questione nazionale, la costruzione di un’identità condivisa che è fatta non solo di memoria ma anche di soggettività attiva». Gli applausi più forti li prende sempre quando parla di costi della politica. Lei ha detto che non ci possono essere i salari più bassi d’Europa e gli stipendi dei parlamentari più alti d’Europa. Farete una proposta precisa? «Noi presenteremo delle proposte sulla riduzione dei costi della politica, che sono il contrario dell’antipolitica. Sono idee per una politica sobria, nuova, europea e occidentale, che non gonfi se stessa fino a scoppiare, in sintonia con un paese che deve tirare la cinghia. Su questi assi ispiratori stiamo disegnando una soluzione che ridia fiducia al paese e velocità alla politica». Oggi l’Unità sarà diffusa in tutti i luoghi del D-Day. Che rapporto vede nel futuro tra il giornale e il Pd? «L’Unità, anche in una situazione come questa dimostra la sua essenzialità, la sua utilità. Il giornale deve mantenere la sua ispirazione e la sua tradizionale autonomia. Dopo le elezioni avvieremo insieme un discorso sulla riorganizzazione complessiva di tutto il sistema della comunicazione del Pd. Un grande partito come noi siamo e saremo deve fare una riflessione moderna su tutti gli strumenti disponibili, ma è chiaro che in ogni caso il ruolo del giornale in questo contesto sarà essenziale».

sabato 29 marzo 2008

domina et dominus Berluscorum


Ho seguito ieri in diretta tv, su RaiNews24, l'ennesimo show elettorale del cavaliere nell'ambito della convention "Donne per l'Italia - Protagoniste del cambiamento", costola tipicamente rosa del Popolo della Libertà, autocelebratosi in un bagno di folla stile Testimoni di Geova al Palazzo dello Sport di Roma. Gli interventi iniziali di Mara Carfagna, di Barbara Saltamartini, di Giorgia Meloni e di Beatrice Lorenzin hanno avuto un pò il sapore degli stuzzichini, delle tartine e degli aperitivi prima di passare ai piatti forti, quelli di Gianfranco Fini e di Silvio Berlusconi. Piatti, c'è da dire, sempre preparati con gli stessi stantii ingredienti, cucinati e ripassati in tutte le salse, ma che hanno sempre lo stesso sapore: quello della poltiglia anticomunista e antigovernativa, quello del celodurismo di leghista memoria, quello in buona sostanza dell'avversione rancorosa nei confronti della sinistra. Lo sventolìo delle bandiere del PdL, i battimani e gli urletti da teen-ager scamarciane, unito agli sguardi di ammirazione (con reminiscenze sopite di antiche velleità ormonali libidinose) delle ottuagenarie presenti in prima fila annunciano l'ingresso del Messia, del cantore dei miracoli italiani, del dominus meneghino: sua emittenza Silvio Berlusconi (preceduto dal suo valletto di fiducia, Gianfranco Fini, che ha biascicato parole per una ventina di minuti). Per chi volesse sorbirsi il discorso berlusconiano io ripropongo l'intero filmato (http://www.votaberlusconi.it/notizie/arc_12942.htm), con l'accortezza di andare direttamente al 69° minuto del video per gustarsi l'entrata trionfale del cavaliere e l'inizio del suo discorso. Tanto per cambiare solita sviolinata berlusconiana dedicata al gentil sesso, con citazione latina del termine "donna" derivante dal "domina" che significa "padrona", "signora" e con sua ammissione (a cui nessuno crede) di essere "dominato" in casa sua dalla bella Veronica (me la immagino stile "fetish" e "bondage" con stivaloni di pelle lucida, frustino e manette per il marito...). Nota a margine dell'intervento del cavaliere: non ha saputo resistere alla voglia di ritornare a parlare dei presunti brogli delle elezioni del 2006. Solite frasi fatte, solite contumelie proprio nel giorno in cui un fatto di cronaca (http://www.unionesarda.it/DettaglioCategorizzato/?contentId=20692) lo avrebbe dovuto far desistere dal profferire quelle parole. Ma si sa, il cavaliere ha il solito vizio di guardare la pagliuzza nell'occhio del suo nemico, senza guardare la trave nel suo occhio...

venerdì 28 marzo 2008

la solita campagna (della bufala) di Vittorio Feltri







Tanto per cambiare ritorno a parlare (era un pò di tempo in verità che non lo facevo) di quel buontempone velenoso che risponde al nome di Vittorio Feltri, pluridecorato (dagli amici del cavaliere ovviamente) direttore factotum di quella specie di giornale che risponde al nome di Libero. Questa volta però, voglio far parlare un bell'articolo scritto da Bruno Gravagnuolo su l'Unità di oggi, dal titolo "Dietro Feltri un Cavaliere" da cui si capisce benissimo il contenuto del pezzo giornalistico, che vi ripropongo integralmente. Buona lettura. Nella feroce campagna propagandistica che Libero sta conducendo in questi giorni contro i «papponi di stato», c’è un aspetto politico che merita di essere segnalato alla pubblica opinione con particolare attenzione. Al di là delle contumelie e della virulenza corriva con cui il quotidiano di Feltri sta «addentando» il tema. Che ieri ha lanciato una nuova goliardica trovata: il mazzo di carte della «Casta» con le caricature dei politici. Si tratta dell’attacco diretto e personale di Libero e del suo direttore alla figura del capo dello Stato Giorgio Napolitano. È un azione di picconamento in piena regola, che chiama in causa il Presidente, prima con accuse generiche di proteggere «i furbetti» e di essere acquiescente ai privilegi della Casta. Poi con la taccia più specifica e diretta di essere addirittura il «Capo della casta». Infine, con crescendo persecutorio, addirittura con l’accusa di essere reo di «cresta» sui rimborsi ai danni dei contribuenti, e difendere il malcostume e i priviliegi della politica. Facciamo un piccolo riassunto delle puntate precedenti. Si tratta di una megainchiesta a puntante firmata da un ex deputato verde, non più ricanditato. Nella quale l’autore, ex leghista anti-immigrati, sfoga la sua «delusione» sulla politica in Parlamento. Denunciandone le vuote giornate, gli sprechi e le assurdità. Con contorno di «pianisti» complici di assenti che intascano indennità. Degustazioni di prodotti tipici, compravendite sotterranee e raccomandazioni, passerelle di «miss» e quant’altro. Un quadro tragicomico da «animal haus», con la fatidica denuncia del «mercato delle vacche». Tipica - e qui il discorso si fa serio - di tutta la tradizione antipolitica e antiparlamentare che da sempre accompagna le offensive illiberali e populiste contro le iniquità del sistema parlamentare. È a questo punto però che scatta la vera operazione di Libero: chiamare in causa il garante di quel sistema. Il capo dello Stato. Rimproverato inizialmente di avere criticato da Santiago del Cile l’antipolitica corrente, che rischia di affossare gli istituti rappresentativi. E subito dopo, con le grida di Feltri che abbiam visto, di essere il vero «capo della casta». Uno che per di più lucra sui rimborsi dei viaggi. E l’episodio citato è il seguente. Nel 2004 Napolitano, per raggiungere Bruxelles usò un volo low cost della Virgin Air, al prezzo di 90 Euro. Ma percepì a rimborso la cifra di 800 Euro, come diaria burocraticamente dovuta per uno spostamento di tal genere, ovvero Roma-Bruxelles. L’episodio è stato ripetutamente chiarito e spiegato, dalle autorità di Bruxelles e da Napolitano stesso, a seguito di un servizio tipo le jene di una rete tedesca. E cioè, essendo quel giorno indisponibile il volo di linea belga, per il fallimento della compagnia di bandiera, il deputato prese quel solo volo disponibile. Per essere presente alla seduta della comissione esteri, da lui presieduta. Nessuna cresta, ma rimborso di ufficio in virtù di un’assurda regola «forfettaria» da cancellare, ma di cui Napolitano non profittò di proposito, e di cui non si valse né prima nè dopo. Dunque capo di imputazione pretestuoso e strumentale, da parte di un giornale che gioca a senso unico nelle sue «liste» sulla casta e ha ben altri trascorsi da farsi perdonare (il caso Betulla). Scelto però sul filo di una campagna martellante contro la persona, che non si ferma qui. Perché a seguire arriva l’altra picconata. Specifica e ideologica. Libero infatti ha pubblicato come editoriale, a partire dalla prima e a girare, un lungo articolo del 20 febbraio 1974, sempre di Napolitano su l’Unità. Nel quale l’allora responsabile della sezione culturale del Pci, interveniva sul caso Solzenicyn. Sostenendo in quell’occasione che l’esilio dello scrittore perseguitato in Urss, il suo uscire dal paese senza danni, era l’unica soluzione auspicabile, in una situazione in cui i rapporti del narratore con le autorità erano ormai ingestibili. Una considerazione amara quella di Napolitano, condita da giudizi inequivoci sulla libertà di espressione negata in Urss, sul dissenso in materia tra Pci e Pcus, e anche sull’inasprimento di quella questione di libertà in un quadro internazionale segnato dalla ripresa di guerra fredda. Non mancavano è vero, notazioni critiche anche sull’atteggiamento di Solzenicyn e sul suo approccio frontale e politico contro il regime sovietico. Nondimeno il senso dell’intervento era chiaro, sia pur con qualche sfumatura diplomatica. Ma anche il senso della «citazione» di Libero è chiaro: Napolitano stalinista mascherato. Uomo dell’Urss, nonché omertoso profittatore di regime. Erede del comunismo italiano e della «sua» repubblica parlamentare. Pertanto non altezza del suo ruolo, e inabilitato a rappresentare una Repubblica di suo già corrosa e da spiantare. Eccolo allora il veleno nella coda e nella testa: proprio la biografia di chi presiede «queste» istituzioni fa corpo con la necessità del loro superamento. Esige un mutamento di fondo. Corroso quel capo dello stato, corroso questo stato. Bene, ma come e quando il mutamento? Adesso, al culmine della crisi antipolitica e di legittimazione della Repubblica. E sulla quale Libero soffia con dovizia. Anticipando a suo modo le linee di un futuro «governo costituente Berlusconi», sulle ali della sperata vittoria elettorale. E il progetto di «nuova repubblica» suona: Presidenzialismo, o semi Presidenzialismo. Con superamento del regime parlamentare, riscrittura della divisione dei poteri ed elezione diretta del Presidente o del Premier. Un progetto molto caro alla destra, a Fini più di tutti, ma non solo. E che prevede tregua con il centrosinistra e la sinistra. Rimodellamento delle regole a rafforzare l’esecutivo (plebiscitato). E da ultimo la transizione di Berlusconi al Quirinale, con spostamento magari di Fini a Palazzo Chigi, oppure di qualche eminenza di fiducia del Cavaliere, magari già spendibile in fase transitoria. Il tutto ovviamente dopo le dimissioni di Napolitano, che ha incarnato viceversa e con chiarezza le ragioni della repubblica parlamentare, sia pur riveduta e corretta. Qui perciò il significato della campagna di Libero: preparare il terreno per questo scenario. Nel cavalcare al contempo un cavallo di battaglia elettorale antipolitico, elettoralmente fruttuoso e coerente al fine. Ma è qui che le antenne devono scattare. In anticipo. Non concedendo spazio agli equivoci, magari solo col silenzio. Innanzitutto respingendo l’aggressione al capo dello stato, come intollerabile e destabilizzante. E poi bruciando sul nascere ogni tentazione costituente del tipo che abbiamo descritto. Non è questa infatti la «nuova Repubblica» che il Pd può voler contribuire ad instaurare, nè in tutto nè in parte. Anche perché, con Berlusconi al Quirinale, sarebbe la corda a cui impiccarsi per sempre.

giovedì 27 marzo 2008

il sesso (reale) nell'era digitale


Il recente scandalo a luci rosse che ha coinvolto l'ex governatore di New York Eliot Spitzer (di cui ho già parlato in un precedente post, http://tpi-back.blogspot.com/2008/03/eliot-spitzer-il-cosimo-mele-stelle-e.html) ha riportato prepotentemente alla luce l'argomento sesso on line, o per meglio dire, la prostituzione digitale e reale, gli annunci espliciti e diretti di donnine pronte a concedersi in cambio di centinaia (e a volte migliaia) di euro per un'ora d'amore a pagamento. Un'infinità di siti web dedicati alle donne escort, alle call-girls, alle agenzie nazionali ed internazionali di "collocamento" di questo lavoro più antico del mondo, fanno capolino dalla Rete. Illustrano ai clienti in pectore le caratteristiche anatomiche e prestazionali delle signorine predisposte ai congiungimenti carnali (previa lauta ricompensa), accompagnando il tutto con numerose foto a colori ben dettagliate delle signorine stesse. Praticamente un immenso suk del sesso (a domicilio o in hotel) a disposizione 24 ore al giorno, 365 giorni all'anno. Proprio ieri ho letto un interessante reportage in prima pagina su la Repubblica, a firma di Laura Pertici e Fabio Tonacci, dal titolo significativo "=Casa gratis in cambio di sesso= in Rete il mercato degli affitti hard": due pagine fitte di interviste a uomini che mettevano a disposizione camere in affitto in cambio però di esplicite prestazioni sessuali da parte delle studentesse alla ricerca di un alloggio (un interessante estratto dell'inchiesta lo si può trovare su RepubblicaTV, http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&cont_id=18701&showtab=Copertina). Una situazione niente affatto sporadica o episodica, ma reale e continuativa alla luce anche del proliferare di annunci su portali specifici (http://roma.bakeca.it/donna-cerca-uomo-0 oppure http://roma.kijiji.it/f-Incontri-Incontri-per-adulti-Donna-cerca-uomo-W0QQCatIdZ301031) che non lasciano molti dubbi sul tenore degli annunci stessi. Come se non bastasse, questa mattina leggo sul Corriere della Sera Magazine (il supplemento settimanale del quotidiano milanese) un articolo di Giovanni Savarese dal titolo "Vendute on line - Due squillo raccontano come si sono prostituite via computer per libera scelta, senza intermediari" (che potete leggere qui, http://www.corriere.it/cronache/08_marzo_25/magazine_squillo_online_0d4c2820-fa8a-11dc-b669-00144f486ba6.shtml) che riporta l'esperienza di Sara (http://www.corriere.it/cronache/08_marzo_25/magazine_quattrocento_euro_e773f10c-fa8c-11dc-b669-00144f486ba6.shtml) e quella di Alessia (http://www.corriere.it/cronache/08_marzo_25/magazine_mancano_soldi_c6fd0d0e-fa8d-11dc-b669-00144f486ba6.shtml) sintomatiche fotografie della realtà odierna, fatta di incapacità relazionale e sessuale (se non meretricia) tra i giovani, eviscerati della sensibilità amorosa e poetica delle relazioni tipiche dei nostri zii e dei nostri nonni, in un'epoca assediata dal consumismo esasperato e fagocitati dal sesso virtuale e deformantemente reale della Grande Rete.

mercoledì 26 marzo 2008

il cavaliere & la furbesca asta elettorale




Circa due mesi fa, quando iniziò questa campagna elettorale che ci porterà al voto tra 18 giorni, i toni usati dai principali candidati premier erano sicuramente molto soft, quasi sussurrati, una sorta di disfida in punta di fioretto. Molti osservatori politici e di costume si meravigliavano del fatto che anche un tipo come Silvio Berlusconi (normalmente incline all'uso della gestualità poco oxfordiana e dei toni non proprio da convento di clausura) si fosse mosse nell'arena elettorale quasi in punta di piedi, con le babusce piuttosto che con i mocassini con il tacco rialzato, senza far troppo rumore ed evitando plateali attacchi al suo principale avversario politico, Walter Veltroni. Io, francamente, non ero del tutto convinto della bontà di comportamento e di strategia berlusconiana fino a quel momento messa in atto. Ci vedevo più una soluzione temporanea ed attendista, orchestrata dallo staff del cavaliere, che una vera e propria scelta nel modo di fare di sua emittenza. Ed infatti il tempo mi ha dato ragione. Tralasciando il gesto poco elegante di Berlusconi dal palco del Palalido di Milano (quando stracciò il programma del PD), sorvolando sulle innumerevoli uscite televisive sempre infarcite delle ripetitive e stucchevoli accuse alla sinistra che oramai si porta dietro da 14 anni come un grammofono, evitando commenti su corna e dito medio esibiti in svariate occasioni prontamente documentate, mi è parso che sia bastato il recente caso Alitalia e la recentissima proposta di Veltroni (di aumentare già da luglio le pensioni minime di 400 euro all'anno), che subito è scattata l'indole da piazzista e da venditore di sogni di Berlusconi, facendo aumentare il tasso di litigiosità tra le parti e facendo allontanare il clima elettorale, un poco più serio e civile, percepito all'inizio, a scapito di una sceneggiata padana connaturata da elementi tipici di un'asta. Ma non un'asta tipo Christie's oppure Sotheby's, magari. Quanto piuttosto un'asta tipica da mercato del pesce o della frutta, dove i vari Bondi, Bonaiuti & Co. fanno da scaricatori e da contorno vociante al principale venditore. Il personaggio berlusconiano lo imponeva: rispondere colpo su colpo (anche se impreparato) alle iniziative veltroniane. E così che ti fa l'omino dei sogni? Ti rialza l'offerta pensionistica non già dicendo 450 o tiè 500, nossignori. Lui dice direttamente 1.000! E tutti i pensionati italiani già stanno pregustando una simile leccornìa preparandosi ad offrire, in cambio di cotanta beneficenza, il loro voto al Vate meneghino. Se non fosse per un piccolo particolare: si potranno fidare ancora una volta di questo signorotto che già in passato promise milioni di posti di lavoro e pensioni minime a 516 euro per tutti (mia madre ancora la sta aspettando...), per poi miseramente tener fede al 30% di quanto promesso? Io credo di no. Questa volta i bravi ed accorti pensionati non si faranno infinocchiare dal Berlusca, non si caleranno ancora le mutande davanti al Profeta del risanamento e dei miracoli all'italiana. No, questa volta no. Meglio accontentarsi di 400 euro all'anno sicuri e garantiti, piuttosto che dei 1.000 virtuali da asta elettorale. Anziani sì, ma fessi no!

martedì 25 marzo 2008

Fiorello, one man show a La Storia siamo noi




Un bel regalo nell'uovo televisivo di Pasqua. Domenica sera, in prima serata su RaiDue, è andato in onda uno speciale (rivisitato) de La Storia siamo noi dedicato al mattatore del momento, l'one man show per antonomasia, il fenomeno televisivo (e radiofonico) degli ultimi anni: Rosario Tindaro Fiorello. 90 minuti da vedere tutti d'un fiato (http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo.aspx?id=1582), apprezzando spezzoni inediti di quando era un animatore in un villaggio Valtur, di quando era il re del Karaoke, di quando attraversò un momento nerissimo nella sua carriera (all'indomani del flop sanremese del 1995) e di quando tornò il principe del sabato sera, grazie a Bibi Ballandi, con Stasera pago io del 2001 (a proposito, per chi volesse rivedere degli estratti delle varie edizioni può farlo qui, http://www.raiclicktv.it/raiclickpc/secure/stream.srv?id=3113&idCnt=9875&pagina=1&path=RaiClickWeb^Home^Spettacolo^Prima+serata^FIORELLO#1 oppure qui http://www.raiclicktv.it/raiclickpc/secure/stream.srv?id=3114&idCnt=9876&pagina=1&path=RaiClickWeb^Home^Spettacolo^Prima+serata^FIORELLO#1 o anche qui http://www.raiclicktv.it/raiclickpc/secure/stream.srv?id=3115&idCnt=9878&pagina=1&path=RaiClickWeb^Home^Spettacolo^Prima+serata^FIORELLO#1) fino ai giorni nostri con il trionfo radiofonico di Viva Radio2 e televisivo con Viva Radio2...minuti (che sarà riproposto in versione remix domenica prossima, 30 marzo su RaiUno). I dati Auditel hanno testimoniato il boom di telespettatori del giorno di Pasqua (3.523.000 con il 15,67% di share) che confrontati con i risultati della domenica precedente (N.C.I.S. Unità Anticrimine, 1.754.000 spettatori con il 6,47% di share) danno l'idea della felice scelta della rete di Antonio Marano di puntare su un cavallo vincente come lo show-man catanese. Confrontando lo speciale di domenica scorsa con quello già mandato in onda in febbraio (ma in seconda serata) di cui parlai in un mio precedente post (http://tpi-back.blogspot.com/2008/02/fenomenologia-di-fiorello.html), si ha una panoramica completa ed esaustiva della figura e della carriera di Rosario Fiorello. Una carrellata incredibilmente accattivante, una summa di gag, sketch, imitazioni ed interpretazioni varie da riversare su dvd, per conservare gelosamente un momento di storia televisiva. Difficilmente riproponibile.

Alitalia & la commedia degli equivoci


Anche durante i giorni festivi di Pasqua la polemica intorno alla situazione di Alitalia non si è affievolita, ma anzi ha preso ancor più vigore con gli interventi di ministri, sindacalisti, presidenti del Consiglio (in carica ed ex) e naturalmente giornalisti. Tutti dicono la loro, tutti pensano che quello che stanno affermando sia la verità sacrosanta, tutti credono di avere la soluzione migliore per Alitalia. Andiamo con ordine. Il presidente del Consiglio ancora in carica Romano Prodi (che finora si era tenuto alla larga dalla polemica) ribadisce che "Una cordata italiana per Alitalia sarebbe auspicabile, ma finora non si è presentata" facendo presente che una proposta, per essere considerata tale, deve "essere seria, concreta, con delle risorse, delle persone e con un piano industriale". Finora tutto ciò non mi sembra sia avvenuto (al contrario di quello che vanno affermando insistentemente Silvio Berlusconi e Roberto Formigoni, i quali dicono che la cordata c'è ed apparirà tra poco, come il SimSalaBim! di Silvan...), mentre al contrario le dichiarazioni di carattere speculativo e propagandistico, tipiche di una campagna elettorale, si sono sprecate. Prodi chiede senso di responsabilità ai sindacati, che rispondono gettando benzina sul fuoco rinfacciando al premier la fuga di Lufthansa dalla trattativa di acquisto, ben sapendo che furono i sindacati tedeschi a indurre la compagnia aerea a desistere. Come se non bastasse, in questa commedia degli equivoci e delle parti, non fanno mancare il loro contributo anche i ministri. Da una parte Alessandro Bianchi che smentisce le dichiarazioni di Tommaso Padoa-Schioppa sulla liquidità di Alitalia, affermando invece che la compagnia di bandiera potrebbe benissimo andare avanti fino alla fine del 2008. Dall'altra parte Emma Bonino che bacchetta Bianchi e definisce la situazione attuale una classica "ennesima tragicommedia italiana", trovando "sconcertante" la dichiarazione del ministro dei Trasporti e invitandolo a visitare il sito di Alitalia e "leggere la posizione finanziaria al 31 gennaio: era a 282 milioni di euro. A marzo rimangono poco più di 100 milioni". Il suggerimento della Bonino lo sottoscrivo e uno sguardo al sito Alitalia è secondo me opportuno (http://corporate.alitalia.com/it/Images/Relazione%20CdA%20IV%20trim%202007_d_tcm6-26433.pdf) anche per rendersi conto che, nonostante le velleità leghiste di resistere nel fortino di Malpensa a tutti i costi, il management della compagnia di bandiera ritiene più opportuno e industrialmente corretto mantenere Fiumicino come hub principale (http://corporate.alitalia.com/it/Images/pr_05_02_2008_2_tcm6-26364.pdf). Alla fine della commedia, come nelle migliori rappresentazioni, ecco una voce fuori dal coro che invita tutti a un degno e decoroso comportamento. E' Pier Ferdinando Casini che afferma: "Su Alitalia è il momento del silenzio. Non si gioca sulla pelle di migliaia di lavoratori. All'Alitalia serve una moratoria del silenzio". Sono perfettamente d'accordo con Pierferdy. Parole sacrosante. Facciamo calare il sipario. Fine della commedia.

sabato 22 marzo 2008

l'"Arciere" senza più frecce




Torno ad occuparmi questa mattina del caso di Riccardo Ravera, il maresciallo dei Carabinieri meglio noto come Arciere, da un pò di giorni agli arresti domiciliari per la vicenda di Stupinigi del 2004 (ne avevo già parlato martedì scorso, http://tpi-back.blogspot.com/2008/03/larciere-infilzato-dalla-mala-giustizia.html). Effettivamente la vicenda di Arciere ha molto colpito e fatto discutere, soprattutto tra i bloggers, per la sua anomalia giudiziaria (un servitore dello Stato autore della cattura di Riina punito dallo Stato per una presunta estorsione) e per la evidente volontà delle Istituzioni di far scivolare nell'oblìo mediatico la figura di un esponente delle forze dell'ordine che certamente non si è sottratto ai suoi doveri e ai suoi compiti. Così oggi, per meglio delineare il quadro e i contorni della vicenda, viene in soccorso una sua intervista concessa a Massimo Numa, giornalista de La Stampa di Torino, che vi voglio integralmente riproporre. Buona lettura. E buona riflessione.
Arciere è nella sua casa, in una località segreta della cintura torinese. Il carabiniere che, assieme ai colleghi del Crimor del capitano Ultimo, arrestò nel ‘93 a Palermo Totò Riina, è da lunedì scorso agli arresti domiciliari, per la storia dei mobili di Stupinigi rubati nel 2004 e restituiti nel 2005. Accusato di concorso in estorsione e di aver detto il falso nelle relazioni di servizio. Ieri l’eurodeputato della Lega Nord, Mario Borghezio, lo ha voluto incontrare. Con lui solo la moglie Gabriella, le due figlie erano a scuola. La vita della famiglia del maresciallo Riccardo Ravera s’è come fermata, il 18 dicembre scorso, «quando ho appreso dai giornali di essere indagato...». Arciere, 46 anni, subito dopo era stato colto da malore. Della sua vicenda si occupa anche il Quirinale, sollecitato da Borghezio. Sarà l’ex procuratore Gerardo D’Ambrosio a valutare la situazione processuale. La segreteria della Presidenza della Repubblica ha aperto un fascicolo, perchè Arciere aveva ricevuto la medaglia di bronzo al merito, dopo il recupero del tesoro di Stupinigi. Camicia a righe bianche e azzurre, blue jeans. Sereno. Non polemizza coi pm, nè appare impaurito. E’ difeso dall’avvocato Loredana Gemelli. Come si sente, in queste ore così difficili? «È un momento terribile ma non ho alcuna intenzione di non combattere più. Ti senti solo, indifeso. Quando mi hanno ritirato la pistola e il tesserino ho pensato che forse era un modo per non farmi sentire più carabiniere ma io mi sento lo stesso, carabiniere. Ancora più di prima. Combatto anche per l’Arma, non solo per me stesso». Quando è stato arrestato... «Resti stupito a leggere che la procura aveva chiesto il carcere e che poi il gip invece ha deciso per i domiciliari. Io so che non ho nulla da rimproverarmi. Trovo strano che per l’interrogatorio si fosse deciso per le 13, in contemporanea con l’agente (tuttora in carcere). Forse credevano che mi avvalessi della facoltà di non rispondere. Invece ho parlato per quattro ore e avrei proseguito per altre quaranta. Mi è stato detto: “concentrati su quattro, cinque punti”. Eh, no. Sono in grado di intervenire su ogni passaggio delle 73 pagine dell’ordinanza». E la sua famiglia? Non deve essere stato facile spiegare... «L’amore dei miei è quello che mi dà la forza di andare avanti. Le mie figlie mi hanno scritto una letterina, con un disegno, per la festa del papà. Mia moglie è una donna forte. Mai come ora tutto questo è necessario per resistere». Dopo che il vero nome di Arciere è stato rivelato, lei - che è un nemico mortale della mafia - si sente in pericolo? «Sono qui, nella mia casa, agli arresti. Come si può vedere, i controlli sono quelli di routine e non c’è nessun tipo di tutela. Ma non ho paura. Semmai mi preoccupo per i miei». A quando il prossimo interrogatorio?«La prossima settimana. Mi è stato detto che ci sarà anche il procuratore Marcello Maddalena. Ho molto da dire. Da tempo avevo chiesto di essere ascoltato dai pm». Il suo glorioso passato, cioè l’arresto del numero uno della mafia, non sembra averle portato molta fortuna, vero? «Ho pensato molto... Ho avuto la fortuna di combattere contro la mafia, a fianco di carabinieri e magistrati eccezionali. Mi sono trovato nel posto giusto al momento giusto. Flash indelebili: Riina impassibile, appena ammanettato da Ultimo e da me. Perso nei suoi pensieri. Ho un progetto, quello di scrivere, di ricostruire la “nostra” storia, dagli Anni ‘80 sino alla fine del ‘99. Ci fu un periodo irripetibile, il più bello, quando conobbi Ultimo, che era ancora tenente. Sarà un memoriale. Lo dedicherò ai carabinieri, ai poliziotti, ai magistrati uccisi. A tutte le vittime della mafia». E infine le amarezze di oggi... «Già. Voglio restituirla, la medaglia del Quirinale, perchè questa vicenda l’infanga e infanga anche chi me la concesse. E’ un atto dovuto. Anche per l’Arma». Il Comando generale ha avuto parole di stima per la sua integrità e professionalità... «È stato l’unico istante di gioia, in questo incubo. Mi sono sentito di nuovo me stesso. Perchè l’Arma, per me, è qualcosa che mi porto dentro, nell’anima e nel cuore. E per sempre».

giovedì 20 marzo 2008

onorevole, si dia un taglio


La polemica di questi giorni tra Gianfranco Fini e Walter Veltroni sull'entità del vitalizio pensionistico dell'ex sindaco di Roma, ma più in generale sugli esorbitanti costi della "casta", mi ha fatto ricordare (e trovare) una bella inchiesta di un giornalista de L'espresso, Primo Di Nicola, uscita nel febbraio del 2007, poco più di un anno fa quindi, e che oggi voglio riproporvi integralmente. Ce n'è abbastanza per una bella riflessione (tra l'altro, il giornalista autore dell'inchiesta conferma che la pensione di Veltroni andava in beneficenza, come sostenuto in questi giorni dal leader del PD). Buona lettura. Il privilegio parlamentare non ha colore politico, tocca tutte le sponde partitiche, senza riguardi per i limiti d'età. Premia per cominciare il politico di professione, giovane leader di sinistra dal robusto curriculum, come Walter Veltroni, ex vicepresidente del Consiglio. Cinquantuno anni, consigliere comunale dal 1976, deputato dall'87, sindaco di Roma dal 2001, precoce in tutto l'attivissimo Walter è anche uno dei più giovani pensionati del nostro Parlamento: con 23 anni di contributi versati, dal 2005 riscuote dalla Camera un vitalizio mensile di 9 mila euro lordi (che si aggiunge allo stipendio del Campidoglio, di circa 5.500 euro netti). Non senza tormenti: consapevole del trattamento di favore rispetto ai comuni mortali che a partire dal prossimo anno potranno andare in pensione solo a 60 anni, Veltroni fa sapere di avere provato a rifiutare il vitalizio cercando di farlo congelare a Montecitorio; non essendoci riuscito (l'eventualità non è prevista dai regolamenti) alla fine ha deciso di distribuirlo in beneficenza alle popolazioni africane. Il privilegio è cieco al merito e dispensa i suoi vantaggi a prescindere dalle prestazioni lavorative fornite. Toni Negri, leader di Potere operaio, nel 1983 era detenuto per associazione sovversiva e insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Per restituirgli la libertà, Marco Pannella lo inserì nelle liste radicali facendolo eleggere in Parlamento. Conquistato lo scranno, Negri mise piede alla Camera solo per sbrigare le pratiche connesse al suo insediamento. Dopo poche settimane, temendo di finire di nuovo in gattabuia, si diede alla latitanza in Francia senza mai più farsi vedere a Montecitorio. Ciononostante, oggi riscuote 3 mila 108 euro di pensione parlamentare senza avere prodotto nemmeno una legge: la sua personale vendetta contro lo Stato borghese. Ecco due delle sorprese che spuntano dalla lista delle pensioni elargite da Camera (in totale, 2.005 per una spesa di 127 milioni di euro l'anno) e Senato (1.297 per 59 milioni 887 mila euro) a favore degli ex parlamentari (nelle cifre sono comprese anche le 1.041 pensioni di reversibilità incassate dagli eredi di eletti defunti) e che per la prima volta 'L'espresso' pubblica in esclusiva.
Viva il cumulo. Veltroni e Negri non sono episodi isolati. Il privilegio del vitalizio per deputati e senatori non conosce infatti ostacoli e si cumula con tutti i redditi: si somma all'indennità (198 mila euro l'anno) di chi si è dimesso da parlamentare per entrare nel secondo governo Prodi (tra i tanti, il viceministro all'Economia Roberto Pinza), allo stipendio da lavoro dipendente di chi è tornato a insegnare (Marida Bolognesi, ulivista), alla retribuzione di commissario Enac (Vito Riggio, ex Dc, 150 mila euro lordi l'anno per questo incarico), alle nomine alle varie Authority (Mauro Paissan, Privacy, 144 mila euro lordi). E, soprattutto, si cumula con tutti i livelli di reddito, anche quelli più ragguardevoli. Susanna Agnelli, dinastia Fiat, ha più volte conquistato lo scranno con il partito repubblicano. È stata anche ministro degli Esteri e oggi, non che ne abbia bisogno, con 20 anni di contribuzione riscuote un vitalizio di 8 mila 455 euro al mese. Luciano Benetton, anche lui eletto al Senato nel 1992 per i repubblicani, per 2 anni spesi a Palazzo Madama incassa una pensione di 3 mila 108 euro lordi: briciole per un capitano d'industria della sua levatura. O per altre due ex star di Montecitorio, avvocati di professione, titolari di avviatissimi studi professionali, nel 2006 secondo e terzo, dopo Silvio Berlusconi, nella classifica parlamentare dei redditi dichiarati. Si tratta di Publio Fiori e Lorenzo Acquarone. Il primo, ex An, a fronte del milione e 400 mila euro di reddito annuo incassa quasi 10 mila euro al mese di vitalizio; mentre l'altro, Acquarone, Udeur, al milione 300 mila euro di Irpef aggiunge anche 9 mila 400 euro mensili di vitalizio parlamentare. Riforma? Solo per gli altri. E sì che i richiami - opportuni - alla fine dello sperpero previdenziale in Parlamento risuonano quotidianamente: giù le mani dalle pensioni, la riforma Maroni e lo 'scalone' non si toccano, tuona il centrodestra. In pensione a 60 anni se davvero vogliamo risanare i conti pubblici, rincarano i 'riformisti' di centrosinistra. Tranne poche eccezioni, quelle di rifondaroli, verdi e comunisti italiani, maggioranza e opposizione non sembrano nutrire dubbi sull'inopportunità di riportare a 57 anni il limite per la pensione. "Se si vive sino a 87 anni, come avviene oggi", sentenzia Francesco Rutelli, "nessuno può pensare di avere una pensione da 57 a 87 anni". Giusto. E difatti Confindustria aggiunge che con le nostre finanze disastrate non possiamo permetterci tanta generosità. Mentre la Ue ci marca stretto e invoca misure draconiane per stoppare le pensioni d'anzianità facili e i trattamenti di favore. Ma una cosa balza evidente sfogliando i riservatissimi regolamenti pensionistici: i sacrifici previdenziali non sembrano riguardare i parlamentari. Le regole che si sono date stanno lì a dimostrarlo. Per i deputati è in vigore un regolamento approvato con una riforma dall'Ufficio di presidenza nel luglio del 1997. Recita che gli onorevoli il cui mandato parlamentare sia iniziato successivamente alla XIII legislatura del 1996 conseguono il diritto alla pensione al raggiungimento dei 65 anni. L'unico vincolo è quello della contribuzione: devono essere stati fatti versamenti per almeno cinque anni, quelli di una legislatura piena. Così, almeno per l'età pensionabile, gli onorevoli sembrano allineati al resto della cittadinanza. Ma si tratta di un'illusione. Fissato il limite ecco gli sconti. Sì alla pensione a 65 anni ma, attenzione, l'età minima per il vitalizio scende di un anno per ogni ulteriore anno di mandato oltre i cinque. Sino a raggiungere il traguardo dei 60 anni. Ma non è finita. Una gran parte dei deputati risulta eletta prima del 1996. Per loro resta valida la normativa in vigore prima della riforma. E cosa stabilisce questa normativa? Che si ha diritto al vitalizio all'età di 60 anni, riducibili a 50 utilizzando tutti gli anni di mandato accumulati oltre i cinque minimi richiesti. Morale della favola? Con oltre tre legislature, per esempio 20 anni di contributi, si può andare in pensione addirittura sotto i 50 anni. Ancora più generosi si rivelano i senatori: sotto la spinta delle critiche degli anni Novanta, anche a Palazzo Madama hanno varato una riforma previdenziale con la quale gli eletti a partire dalla XIV legislatura del 2001 hanno diritto alla pensione solo a 65 anni e a condizione di aver svolto un mandato di cinque anni. Ma si tratta di pura apparenza. Fatta la norma, cominciano le deroghe. Anzitutto, per coloro che hanno conquistato lo scranno prima del 2001, per i quali il privilegio antico di riscuotere il vitalizio a 60 anni con una legislatura, a 55 con due e addirittura a 50 anni dopo tre mandati resta immutato. Ma un trucchetto c'è anche per gli eletti del 2001: quelli che avranno collezionato un secondo mandato potranno anch'essi scendere a 60 anni. Insomma, chi la dura la vince. Fine delle facilitazioni? Macché. Il comune cittadino può andare attualmente in pensione con 35 anni di contributi e 57 anni di età. Se lo scalone di Maroni non sarà toccato dal governo Prodi, dal prossimo anno ci vorranno addirittura 60 anni. Deputati e senatori potranno invece affrontare la vecchiaia con il conforto di ricche pensioni-baby. Secondo i regolamenti di Montecitorio e Palazzo Madama il diritto al vitalizio si acquisisce versando le quote contributive (attualmente 1.006 euro mensili) per almeno cinque anni di mandato. Davvero una bella differenza con i 20 anni di contributi minimi richiesti ai cittadini per la pensione di vecchiaia. E non basta. I parlamentari hanno voluto annullare anche gli effetti dell'instabilità politica che in Italia, si sa, porta sovente alla chiusura anticipata delle legislature. Come? Decidendo all'unisono che in questi malaugurati casi 2 anni e sei mesi di effettivo incarico sono sufficienti per il diritto alla pensione. Basta pagare contributi volontari per i due anni e mezzo mancanti. E senza nemmeno affannarsi con i versamenti: agli onorevoli parlamentari è infatti permesso di saldare anche a 'fine mandato e in 60 rate'. Più facile di così! Acquisito il diritto, si passa all'incasso. Naturalmente, sfruttando un altro privilegio legato al metodo di calcolo del vitalizio. A partire dal 1996, con la riforma Dini, i lavoratori italiani hanno dovuto dire addio al vantaggioso metodo retributivo, che ancorava la pensione ai livelli di stipendio della parte finale della carriera, per soggiacere ai rigori del contributivo, in base al quale l'ammontare della pensione è legato al valore dei versamenti effettuati nell'arco dell'intera carriera. Ancora una volta, deputati e senatori fanno eccezione. Come viene calcolato il loro vitalizio? Sulla base dell'indennità lorda (12 mila 434 euro) e degli anni di contribuzione. A ciascun anno è legata una percentuale: per cinque anni di mandato si ha diritto al 25 per cento dell'indennità (pari a 3 mila 109 euro lordi di vitalizio); per 10 al 38 per cento (pari a 4 mila 725 euro); per 20 al 68 per cento (8 mila 455 euro); fino ad arrivare all'80 per cento dell'indennità per i 30 anni e oltre (9 mila 947 euro). Con una ulteriore blindatura della base di calcolo: la cosiddetta 'clausola d'oro' grazie alla quale il vitalizio si rivaluta automaticamente essendo legato all'importo dell'indennità del parlamentare ancora in servizio. Niente male davvero, soprattutto se si vanno a vedere le cifre versate dai parlamentari per riscuotere la pensione. Prendiamo il caso di un deputato cessato dal mandato nell'aprile 2006 ed eletto per la prima volta nel '94. Il suo mandato effettivo è di 12 anni, essendosi la XII legislatura ('94-'96) chiusasi anticipatamente dopo appena due. Ma sommando i contributi versati per riscattare i 3 anni mancanti (36 mila euro) a quelli regolarmente pagati durante il mandato (128 mila euro), l'onorevole neopensionato alla fine avrà versato complessivamente circa 164 mila euro per 15 anni di contribuzione. Un 'sacrificio' che gli consente di incassare oggi un assegno mensile di 6 mila 590 euro lordi. Con quali altri vantaggi? Nell'ipotesi che abbia oggi 57 anni e che viva fino a 87, come ipotizzato dall'onorevole Rutelli, questo deputato incasserà alla fine 2 milioni 372 mila euro a fronte dei 164 mila versati. Un giochino che farà rimettere alla Camera ben 2 milioni 200 mila euro. E per un solo deputato. Dove porterà l'andazzo? Montecitorio (dati 2006) ha in carico 2005 pensionati (reversibilità comprese): gli costano 127 milioni di euro a fronte dei 9 milioni 400 mila di entrate relative ai contributi versati dai deputati in carica. Altrettanto critica è la situazione al Senato che con le sue 1.297 pensioni spende ogni anno quasi 60 milioni a fronte dei 4 milioni 800 mila di entrate ricavate dai versamenti dei senatori in servizio. Un'autentica voragine con un 'buco' nel 2006 pari a 174 milioni di euro. Fino a quanto reggerà il sistema? "Noi nemmeno ci poniamo il problema", spiega un funzionario del Senato. Ci pensa lo Stato a ripianare ogni anno il disavanzo. Qualcuno che si scandalizza per queste storture c'è anche in Parlamento. E magari, come il diessino Cesare Salvi, autore con Massimo Villone del bestseller 'Il costo della democrazia', invoca pure un intervento legislativo per allineare i parlamentari al resto dei cittadini: "Basta con questi scandalosi trattamenti di favore", dice, "ci vuole il contributivo per tutti". Anche il vicepresidente del Senato Milziade Caprili, di Rifondazione, chiede una riforma: "Sarebbe bello se con un atto unilaterale la politica scegliesse la strada di un ridimensionamento dei propri privilegi". Che ci pensi magari il governo, con la prossima 'lenzuolata' riformatrice? C'è da sperarlo, anche se proprio nei ranghi dell'esecutivo si annida un robusto, nuovo drappello di privilegiati: quello dei parlamentari eletti nello scorso aprile, come Roberto Pinza, imbarcati nel secondo governo Prodi e costretti a dimettersi per gli accordi presi dai partiti della maggioranza. Curioso e fortunato destino, il loro. Fossero restati deputati o senatori non avrebbero potuto riscuotere il vitalizio; come ex, invece, nonostante incassino anche indennità e stipendi proprio in quanto viceministri e sottosegretari "non parlamentari" (198 e 192 mila euro l'anno rispettivamente) possono tranquillamente intascare anche la pensione. In tutto sono 2 viceministri e 18 sottosegretari. Altri tre casi tra i tanti: Ugo Intini, vice di Massimo D'Alema agli Esteri, che oltre alla 'paga' spettantegli come membro dell'esecutivo, prende un vitalizio di 8 mila 455 euro lordi; Luigi Manconi, sottosegretario alla Giustizia che incassa 4.725 euro e Alfonso Gianni, sottosegretario allo Sviluppo economico, Rifondazione comunista, che a 56 anni riscuote anche una pensione di 6 mila 600 euro lordi al mese. Questa l'inchiesta de L'espresso del febbraio dell'anno scorso. Che ve ne pare? Fini può ancora scagliare la prima pietra (essendo senza peccato)? Non credo. Come non credo che una nuova regolamentazione del servizio pensionistico parlamentare stia a cuore ai protagonisti dell'attuale campagna elettorale...

Alitalia & la solita commedia all'italiana


La questione Alitalia, al centro dei commenti e delle polemiche di questi giorni, sta assumendo sempre di più una fisionomia caricaturale dei mali endemici dell'Italia, pseudopotenza industriale e settimo Paese mondiale in una ipotetica scala economica, politica e sociale. E' da mesi oramai che si cincischia su questo argomento spinoso e purtoppo estremamente serio (ne avevo già parlato in due post, http://tpi-back.blogspot.com/2007/12/alitalia-senza-ali.html e poi http://tpi-back.blogspot.com/2007/12/matrimonio-alla-francese.html). Non è certamente da oggi che si sa in quale stato economico preagonico versa la nostra compagnia di bandiera. I governi che si sono avvicendati in questi ultimi tre lustri (ed i relativi ministri dell'Economia e dello Sviluppo industriale) hanno plausibilmente preso nota dello stato comatoso di Alitalia dovuto ad uno scientifico saccheggio della sua gestione economica, depredata dei suoi averi, affondata nei suoi debiti, spolpata fino all'osso e anche di più. Tutto sotto gli occhi di tutti, alla luce del sole, nemmeno con una parvenza di pudore politico o di uno straccio di assunzione di responsabilità. A partire dal 1990 si sono alternati nei ruoli di Presidente e di Amministratore Delegato della compagnia di bandiera ben 13 persone (da Michele Principe a Giovanni Bisignani, da Renato Riverso a Roberto Schisano, da Fausto Cereti a Domenico Cempella, da Giuseppe Bonomi a Francesco Mengozzi, da Berardino Libonati a Marco Zanichelli, fino a terminare al top dei top, quel Giancarlo Cimoli unico nel ricoprire il doppio incarico, insuperabile nel buco di bilancio lasciato ai posteri), con una media approssimativa di un dirigente ogni due anni e sei mesi. Non c'è che dire: un modo di gestire e di condurre un'impresa (a capitale pubblico) in un'ottica da top management, da non plus ultra dell'economia aziendale, da tenere corsi alle università inglesi e americane le più rinomate. Nel 1997 Alitalia, ben conscia delle difficoltà economiche e gestionali già allora più che evidenti, intavolò una trattativa con la compagnia di bandiera olandese, la KLM. Una fusione che appariva agli occhi di tutti risolutiva ed efficace. Infatti non se ne fece niente. Successivamente KLM confluì in Air France ed ora, paradossalmente, Alitalia si ritrova sul punto di essere acquistata (a condizioni purtroppo da capestro) proprio dal gigante franco-olandese. E a questo punto della commedia all'italiana chi ti viene fuori? Ma certo, il cavaliere. E chi altrimenti. La massima espressione del capitalismo e della beneficenza all'italiana, il mentore della caritas industriale si è fatto largo tra la folla di politici , banchieri e uomini dal conto a sette zeri ed ha declamato: "Sono intenzionato a fare una cordata italiana con Air One e anche con i miei figli" lasciando intendere che i soldi ce li ha, che oltre le televisioni e i giornali avere anche una bella flotta di Airbus o MD80 o Boeing non gli dispiacerebbe affatto. Mica può andare sempre in giro con il suo vetusto Falcon...E così si chiude questo primo tempo (in verità molto lungo, spero che il secondo sia molto più breve) del film Alitalia, con i personaggi e gli interpreti non sempre in ordine di apparizione, ma tant'è, non stiamo qui a sottilizzare sulla buona fattura del film. L'importante è che ci siamo fatti un bel pò di risate. Anche se ci sarebbe tanto da piangere...

mercoledì 19 marzo 2008

la ricetta berlusconiana del "sole in tasca"...




Ogni volta che mi capita di ascoltare dichiarazioni televisive o di leggere interviste rilasciate a giornali e settimanali da parte di Silvio Berlusconi, rimango per qualche minuto in una fase di leggera trance, di momentaneo torpore cerebrale, non facilmente spiegabile con qualche termine magari di natura medica o addirittura psicologica. Non so perchè, ma il soffermarmi a rileggere o magari a riascoltare (in questo senso Internet mi dà una grossa mano) le disquisizioni berlusconiane mi lasciano a volte interdetto e dubbioso su una considerazione di base: ma questo qui ci è o ci fa? Ma davvero crede in quello che dice? E l'enfasi e la convinzione (apparente) che ci mette nei suoi discorsi sono figlie delle sue certezze o sono solo sabbia negli occhi di chi guarda (e di chi ascolta)? Anche oggi, leggendo una caricaturale intervista rilasciata a Paolo Scarano del settimanale Gente, ho avuto questa strana sensazione: che il cavaliere, a volte, metta in moto l'apparato faringeo e polmonare per dar fiato, senza nel contempo sincronizzare l'apparato cerebrale. Voglio pubblicare un estratto di questa intervista per dar modo anche ai lettori di questo blog di rendersi conto se la mia è solo una sensazione o se trova conforto in qualcun altro la stessa consequenziale meraviglia. Buona lettura. E fatemi eventualmente sapere la vostra idea in merito.


Come si svolgono le sue giornate in attesa del voto del 13 e 14 aprile? A che ora si sveglia e quando va a dormire? Segue una dieta particolare? «Mi alzo alle 7.15. Vado a nanna alle 2.30, dopo aver letto i giornali, che mi arrivano intorno all’una e mezzo. La media giornaliera degli appuntamenti è di 15-20, di norma 20 minuti per ciascuno. Le telefonate, tra un appuntamento e l’altro, sono una cinquantina. Pranzo e cena sono invariabilmente riunioni di lavoro. Nessuna vera dieta, se non l’abitudine a un menu semplice e poco calorico. Si cambia, naturalmente, se sono chiamato a interventi pubblici o televisivi. Dopo la riunione per la cena, appena possibile, lavoro alla scrivania per studiare, stilare dichiarazioni, correggere interviste, preparare gli interventi del giorno dopo. Così per sei giorni alla settimana. Come vede sono quasi in odore di santità...».
Con chi si consiglia sulle scelte politiche? Su quali persone punta per le decisioni più importanti? «Ne discuto con tutti i miei collaboratori, con gli alleati, con gli esperti delle varie materie e alla fine decido io. Ma ho sempre al mio fianco l’onesto e trasparente Sandro Bondi, il geniale Giulio Tremonti e quell’inviato dalla Provvidenza che è Gianni Letta».
Si consulta anche in famiglia, con moglie e figli? «Questa vita e questo lavoro mi fanno stare troppo spesso lontano da loro. Quando stiamo insieme cerco di non far pesare le mie preoccupazioni e i miei problemi. Cerco di seguire l’esempio di mio padre, che anche nei momenti difficili del suo lavoro lasciava fuori dalla porta le negatività e con il suo arrivo riempiva la casa di serenità e di sole. Proprio pensando a lui ho insegnato ai miei collaboratori ad avere sempre “il sole in tasca” e a regalarlo a tutti, a casa, in ufficio, nel lavoro».
Teme Walter Veltroni e la sua abilità dialettica? «Veltroni è un ottimo comunicatore. Ma ha contro di sé tutto il passato della sinistra e tutto il presente del governo Prodi. Cerca di mettere in scena un gioco di prestigio, quello di farli dimenticare entrambi. Ma gli italiani non sono così sprovveduti da farsi convincere da una pur ben presentata fiction lontana dalla realtà. Mi sembra poi che abbia commesso l’imperdonabile errore di assumere impegni che non ha mantenuto. In primo luogo aveva detto: andremo da soli. E invece ha incamerato i radicali e tutti si domandano come faranno dei “mangiapreti” ad andare d’accordo con i cattolici integralisti quali i cosiddetti teodem. Poi si è addirittura apparentato con il campione delle manette, Di Pietro. Quindi non da solo ma, quel che è peggio, male accompagnato. Secondo. Aveva promesso: romperò con la sinistra estrema, quella che ancora vuole chiamarsi, con orgoglio, comunista. E invece si è alleato con loro in tutte le elezioni amministrative, dimostrando così di non voler rompere con il suo passato. Terzo. Aveva promesso: sarà un partito nuovo con una nuova classe dirigente. E invece quando ha presentato le liste si è visto che portano in posizione privilegiata tutti i ministri, i viceministri, i sottosegretari del governo Prodi, tutta la vecchia nomenclatura del Partito comunista. Tre promesse, tre finte, tre impegni mancati, tre delusioni. Mi sembra che si possa dire che i suoi giochi di artificio sono finiti».
Può spiegare la sua ricetta per rilanciare l’economia del Paese? «La ricetta è semplice, ed è quella liberale che tutte le democrazie occidentali hanno messo in pratica per rilanciarsi negli ultimi vent’anni. Meno tasse sulla famiglia, sul lavoro, sulle imprese uguale più consumi, più produzione, più posti di lavoro, uguale più entrate nelle casse dello Stato da utilizzare per aiutare chi ha bisogno, per realizzare le infrastrutture, per diminuire il debito pubblico. È l’esatto contrario del “tassa e spendi, spendi e tassa” della sinistra e del governo Prodi. Quanto alle risorse necessarie per attuare gli sgravi d’imposta, andranno trovate con la lotta all’evasione e all’elusione fiscale, come iniziammo a fare con il nostro precedente governo. Anche qui si calcola che siano circa sei i punti di prodotto lordo che non entrano nelle casse dell’Erario, quasi 90 miliardi di euro. Infine per ridurre, come ci chiede l’Unione Europea, il nostro debito pubblico, che ci costa moltissimo ogni anno in interessi passivi, sarà indispensabile mettere sul mercato una parte consistente del patrimonio di beni immobili, a partire da quelli che sono in tutto o in parte inutilizzati. Per abbassare le tasse è chiaro che si deve anche diminuire il costo dello Stato, della pubblica amministrazione, che costa a ogni italiano il 50 per cento in più di quello che costa, per esempio, lo Stato tedesco a ogni cittadino. C’è quindi da fare un grande e difficile lavoro di riorganizzazione, di ammodernamento e di digitalizzazione della pubblica amministrazione per arrivare nel tempo a un risparmio di 5-6 punti di Pil, cioè da 75 a 90 miliardi di euro».
Si parla di «liste pulite», senza inquisiti. Che cosa ne pensa? «Mi limito a osservare che con questo criterio, Enzo Tortora non sarebbe stato candidabile. Adottando questo principio, si lascerebbe alle Procure (alcune delle quali, come si sa, sono molto politicizzate) di decidere chi può essere candidato e chi no. Se invece si crede, come io credo, nella cultura liberale, nello Stato di diritto e delle garanzie, si deve poi essere coerenti».
È vero che sarà l’ultima volta in cui si presenta davanti agli elettori? Che cosa farà in futuro?«A oggi l’unica cosa certa è che dovrò impegnarmi altri cinque anni per realizzare l’obiettivo di tutti gli italiani che amano la libertà e che vogliono restare liberi: far rialzare l’Italia salvaguardando gli italiani dall’oppressione fiscale, dall’oppressione burocratica, dall’oppressione giudiziaria». Ecco, queste ultime due considerazioni (su Tortora e sui cinque anni che dovremo ancora sorbircelo) mi hanno confermato le sensazioni di cui vi dicevo all'inizio. Speravo di sbagliarmi, invece...

martedì 18 marzo 2008

l'"Arciere" infilzato dalla (mala) giustizia







La triste parabola discendente ed oscurantista del gruppo investigativo dei ROS dei Carabinieri, autori della famosa cattura di Salvatore Riina il 15 gennaio 1993 a Palermo (http://archiviostorico.corriere.it/1993/gennaio/16/ore_belva_circondata_co_0_930116876.shtml), guidati dal leggendario capitano Ultimo (al secolo Sergio De Caprio) e formato da Arciere, Vichingo, Ombra, Pirata e Omar è stata riportata agli onori della cronaca con un paio di articoli sul Corriere della Sera di questa mattina, alle pagine 20 e 21, con le firme di Mario Porqueddu (http://www.corriere.it/cronache/08_marzo_18/estorsione_tesori_ultimo_porqueddu_5ecc579a-f4ba-11dc-b66e-0003ba99c667.shtml) e di Giovanni Bianconi. La notizia è quella (inaspettata) degli arresti domiciliari applicati a uno dei componenti della famosa squadra Crimor, Arciere appunto (al secolo Riccardo Ravera), accusato di concorso in estorsione riferito ad un eclatante fatto di cronaca, avvenuto il 19 febbraio del 2004 (http://archiviostorico.corriere.it/2004/febbraio/20/Saccheggio_Stupinigi_reggia_che_ospito_co_9_040220063.shtml), e che oggi torna alla ribalta con il provvedimento del gip di Torino, Silvia Versano Begey. Un altro colpo basso all'immagine (e all'onore) di uno dei carabinieri che 15 anni fa contribuì a porre fine alla lunga latitanza dello "zio Totò" e di riflesso a tutta la compagine del capitano Ultimo, il quale sul suo sito web (http://www.capitanoultimo.it/) fa un bel pò di chiarezza su molti misteri italiani seguiti alla cattura del famoso latitante, alle polemiche e ai veleni che coinvolsero il De Caprio in primis e che lo videro coinvolto in processi (http://www.peacelink.it/sanlibero/docs/1323.zip) per la mancata perquisizione del covo di via Bernini che ospitò la latitanza di Riina, e da cui comunque ne uscì a testa alta, ma che comunque lasciarono strascichi di polemiche (http://lists.peacelink.it/mafia/msg00101.html) e furiose lotte intestine in magistratura e nell'Arma. Da ascoltare anche un documento contenente la testimonianza di Ilda Boccassini sulla sua conoscenza del De Caprio (http://www.peacelink.it/sanlibero/docs/1322.zip) e da leggere un documento che vede il capitano Ultimo protagonista del famoso "caso Barillà" (da cui la famosa fiction "L'uomo sbagliato" con Beppe Fiorello) di cui molto si è parlato (http://www.peacelink.it/sanlibero/docs/1340.pdf). Insomma, ce n'è abbastanza per farsi un'idea equilibrata e non fuorviante su quali siano le sabbie mobili in cui alcuni uomini probi possono incappare, nell'ambito dell'incontro-scontro con la grande, mastodontica e tritacarne macchina della giustizia (o malagiustizia) italiana.

il grande circo della politica


La data simbolo del 13 e del 14 aprile 2008 si sta avvicinando sempre di più. Ogni giorno che passa gli esponenti politici, i candidati principali, i portavoce più o meno influenti e tutto il grande circo mediatico che ruota intorno al Palazzo della Politica, affilano le proprie armi (in senso figurato, ovviamente) per portare a termine la loro missione. L'appropriazione (indebita?) del potere. Gli slogan si sprecano, le accuse poi fanno da corollario a ogni esternazione nei confronti del (o dei) principale avversario politico, le tv fanno a gara per contendersi questo o quel leader di partito, così anche l'audience ci guadagna. I giornali ogni giorno riportano le cronache dei vari itinerari e dei vari interventi di uno o dell'altro big della politica, accompagnato dall'immancabile editoriale della prima firma o del professorone di turno. Insomma, un tourbillon di parole, cifre, promesse, intendimenti, accuse, diffamazioni, impegni con gli elettori. Ma tutto questo, a volte, serve quasi come una subdola azione di disturbo. Serve a far allontanare l'attenzione dell'italiano medio dal reale e principale problema del nostro beneamato Paese. In che mani sarà l'Italia dopo il 14 aprile? Chi governerà e come? Cosa cambierà realmente per la casalinga di Voghera o per il portantino di Canicattì? Difficile dirlo o prevederlo. Quello che è certo lo abbiamo già alle nostre spalle. O meglio, lo abbiamo negli archivi della nostra memoria. E allora, grazie anche alle vecchie puntate della trasmissione (a mio modesto avviso) più giornalistica e veritiera di tutte, possiamo rinfrescarci le idee e i giudizi sulla classe politica in essere e su quella trascorsa (che poi per il 99% sarà anche quella futura). Un bel ripasso, quindi, che potete fare qui (http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,RaiTre-Report%5E23%5E37271,00.html) oppure qui (http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,RaiTre-Report%5E23%5E38208,00.html) ma se volete un quadro riepilogativo potete guardare anche qui (http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,RaiTre-Report%5E23%5E45415,00.html). Insomma, io qualche elemento di ripasso e di riflessione in vista dell'appuntamento clou di metà aprile ve l'ho dato. Al resto dovete pensarci (e votare di conseguenza) voi. Gli auguri in questo caso non sono superflui.

lunedì 17 marzo 2008

Lucia Annunziata & le paure del cavaliere


Ho letto questa mattina su La Stampa di Torino un articolo pienamente condivisibile di Lucia Annunziata sulla situazione attuale a quattro settimane dal voto e delle paure del cavaliere riguardo ai brogli elettorali. Un deja vu da illo tempore, riproposto in chiave di propaganda elettorale da chi incomincia ad avvertire la vittoria sfuggirgli tra le dita. Eccovi l'articolo dell'ex presidente della Rai. Buona lettura (e buona riflessione).

Tutto già visto

C'è un problema grandissimo», dice Silvio Berlusconi: «Quello dei brogli». Non l’aveva forse già detto? Ma sì, era solo due anni fa, e la storia ci ha perseguitato fino a quasi l’anno scorso. Già visto. E la raccomandazione ai candidati del Pdl di richiamare sempre l’ombra di Stalin? Un classico del berlusconismo: già visto. Non che dall’altra parte non ci siano domande: il Ciarra, ad esempio, quanto conta? Davvero la sua presenza nel centro destra è una tale traumatica scoperta per il centro sinistra da indignarsi fino al cielo? E che crimine è stracciare un programma, come ha fatto Berlusconi? Non sarà mica, dopotutto, la Costituzione! Insomma, già visto, già visto. Non è vero che, come molti sostengono, i grandi temi sono fuori dalla campagna elettorale. C’è lo scontro sulla natura della crisi globale, e sulla politica estera italiana, sulla ricetta per la ripresa economica, e sull’analisi del capitalismo. Alla fine, tuttavia, fatte alcune eccezioni, si ripresentano nella veste di sempre, guardati attraverso i soliti occhiali. Facciamo l’esempio più paradossale che lo scontro in corso ci offre: entrambi i maggiori partiti, e in maniera marcata quello di Veltroni che ne è stato l’inventore e l’apripista, puntano oggi a liberare la campagna elettorale dal più antico vizio della politica italiana, la partigianeria. La promessa nuova fatta a noi elettori è stata quella di una politica che si focalizza sul fare e non sull’odio, sul «per» e non sul «contro». Propositi assolutamente condivisibili, e che hanno suscitato infatti molti entusiasmi in tutti. La verità del giorno per giorno ci svela però che quando la battaglia si accende, è per tornare sui soliti cliché. Nel centro sinistra, per quanto Veltroni provi con sforzo immane a segnare la sua diversità, i cuori si sono davvero accesi sul Ciarrapico, cioè sull’antifascismo. E se fra i due schieramenti si deve parlare di identità non ci sono né ricette sulla precarietà né promesse di detassazione che contino: il filo della divisione corre piuttosto sul nome di Calearo, in un rigurgito marxista che vuole, a destra come nella estrema sinistra, che stiano «padroni con i padroni e operai con operai». In politica estera, dopo tante disquisizioni sugli «interessi nazionali», si ricasca alla fine nei soliti schemi: con gli Usa il centro destra, con gli arabi il centro sinistra. Al punto che il centro destra, pur di sottolineare il suo punto, arriva a proporre di ri-inviare soldati italiani in Iraq, mentre Washington ha solo il problema di come ritirarli. E il centro sinistra gli risponde con la solita, speranzosa, litania del «dialogo come migliore strada». Interessante invece che l’unico accordo fra i due grandi partiti, l’opposizione al boicottaggio delle olimpiadi in Cina, si sia formato senza nessuna sottolineatura. Sulle donne nelle liste elettorali, si è detto fin troppo. Ma, giovani o vecchie che siano, possiamo smetterla, a questo punto di usarle come bandierine su un balcone? Abbiamo capito che fanno tendenza, ma che la Cgil, dopo l’ampiamente sfoggiata novità Marcegaglia, senta l’urgenza di annunciare l’intenzione (ripeto: «annunciare l’intenzione») di scegliere una donna come leader in futuro, è davvero un abuso della pazienza di tutti. Tutte sempre insieme (la presentazione delle candidate è sempre plurima), tutte sempre accanto al leader, con accuse incrociate fra Pd e Pdl su segretarie e veline (non cito quanto strasentite siano le battute), alla fine questo insistito modo di usarle come il volto del rinnovamento, sta cominciando a farle sembrare più come i polli di Renzo che come le facce di una rivoluzione alla finlandese. Infine, la giustizia: la grande desaparecida della campagna elettorale è forse la più banalizzata. Se ne parla infatti solo (e quanto già visto!) per evocare lo scontro politica-giudici. Ma non lamentiamoci, potrebbe andare peggio: questa fuga della politica dalla giustizia si tramuta poi nella cosiddetta società civile, ai casi del padre di Gravina, della Knox di Perugia, o di Alberto con la bicicletta. Già visto anche questo: solo che una volta si chiamavano fotoromanzi. Niente di nuovo sotto il sole, dunque. A quattro settimane dal voto, per spiegare la propria identità, il ripiegamento sulle opinioni di sempre rispunta ancora come la vera strategia elettorale. Né questa tentazione è un dettaglio. A dispetto, o forse proprio a causa, della continua evocazione del cambiamento, le vecchie culture, le vecchie ideologie, sfidate, criticate, strappate come manifesti dal muro, continuano a tornare in scena, e vi ci si riaccomoda dentro come un buon vecchio rifugio. Per ritrovare un po’ di quella sicurezza cui il cambiamento sottrae.