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domenica 30 marzo 2008

la speranza (condivisibile) di Walter Veltroni




Una bella intervista a tutto tondo concessa da Walter Veltroni al giornale da lui diretto qualche anno fa (l'Unità), accompagna questa ultima domenica di marzo il popolo del centrosinistra verso il rush finale di questa strana e non sempre affascinante campagna elettorale. Fra due settimane gli italiani decideranno il loro destino, affidandolo (spero) nelle mani dell'ex sindaco di Roma che bene ha fatto nei suoi sette anni alla guida della Città Eterna. E si presuppone che bene potrà fare anche alla guida del Paese, se non altro per la voglia di novità e di cambiamento che ha fatto trasparire in questo viaggio lungo lo Stivale, a contatto diretto con i cittadini e con gli operai, con gli imprenditori e con le forze nuove e non reazionarie italiane, mentre il suo antagonista meneghino non ha fatto altro che rovesciare veleno e frasi fatte contro la sinistra e contro lo stesso Veltroni, accusato di essere un "affabulatore" e un "parolaio" (invece il cavaliere non lo è mai stato in questi 14 anni...) e altro ancora. Io vi propongo (invece delle solite menate berlusconiane) la bella intervista di Veltroni a Bruno Miserendino. Buona lettura.
«La partita è assolutamente aperta, con ottime possibilità di vittoria». È ottimista Walter Veltroni a due settimane dal voto. E in questa intervista a l’Unità ne spiega le ragioni e fa il punto del suo viaggio per l’Italia. «Ovunque - spiega il segretario e candidato premier del Pd - ho visto persone che vogliono un grande cambiamento. Il Pd interpreta questo sentimento, mentre la destra è prigioniera del demone del passato». La campagna del Pd - aggiunge Veltroni - ha cercato di sostituire le speranze alla paura. «Abbiamo parlato di problemi seri e concreti come i salari, le pensioni, la precarietà, la sicurezza, la casa, con proposte chiare». E il cambiamento è anche un fatto generazionale: «Se si guarda l’età media di chi fa il premier in Europa si vedono persone che hanno la mia età». «Una settimana fa avrei detto che la partita è aperta, adesso dico che la partita è più che mai aperta. Sono assolutamente ottimista. Sono loro che parlano di pareggio...» Prima di andare alla conferenza operaia di Brescia, davanti a migliaia di lavoratori e di sindacalisti, Veltroni fa colazione in uno storico albergo dal nome bene augurante (Vittoria), e si vede che ha un’aria soddisfatta. Sondaggi? Ormai non si possono più rendere noti, però è chiaro che sente il Pd di nuovo in crescita e la famosa forbice che si accorcia. Veltroni, oggi il d-day vede il ritorno in piazza del popolo delle primarie. Cosa vi aspettate da questa mobilitazione e che umori percepite? «Mi pare che si stia progressivamente apprezzando il fatto che a partire da quel 14 ottobre delle primarie molte cose in questo paese sono cambiate e se si esamina la vita politica italiana prima e dopo quella data, si vede che questa mutazione dipende in gran parte dalla novità costituita dalle idee, dai contenuti e dai programmi del partito democratico. Il 14 ottobre fu un risultato inaspettato, come quasi tutto in questo nostro paese, non se l’aspettavano la politica, i media, i sondaggisti. In quella partecipazione c’era la volontà di imprimere un’accelerazione a un processo che si avvertiva come essenziale per lo sblocco della democrazia italiana. C’era una presa in carico dei destini del paese, una risposta all’antipolitica, una sfida razionale di innovazione. Il 14 aprile saranno passati sei mesi, e la mia grande gioia è vedere che in meno di mezzo anno si è fatta l’identità di un partito: valori, idee, programmi, energie nuove. Pensiamo ai giovani che parlano nelle nostre manifestazioni. Da questa giornata di mobilitazione mi aspetto che parta un’altra grande spinta di protagonismo e di innovazione. Protagonismo diffuso, non la politica come mestiere, per addetti ai lavori, ma esperienza civile, passione. Se questo messaggio riparte dai 3 milioni e mezzo delle primarie può davvero diventare l’onda che travolge». Chi sono gli indecisi? I delusi del centrosinistra, i tentati dall'antipolitica? «No, secondo me sono più elettori di centrodestra. Lo dicono i dati. Man mano che noi cresciamo scendono gli indecisi, o viceversa». Però il dato del Pdl non si erode. «Si erode ogni settimana. E comunque io mi sono fatto portare i sondaggi del 2006 a 15 giorni dal voto. Erano proprio come adesso, poi si sa come è andata». Ci fu la promessa di Berlusconi di togliere l’Ici, che conquistò una bella fetta di indecisi, qualche errore di comunicazione del centrosinistra... «Secondo me già allora, 15 giorni prima del voto, le cose non stavano come dicevano i sondaggi. Credo che non avessero percepito del tutto il flusso elettorale, lo spostamento degli elettori. Ora come ora posso solo dire che la situazione, a parti invertite, è molto migliore di allora. Quindi la partita è assolutamente aperta, con ottime possibilità di vittoria». Ma intanto si parla solo di pareggio. «Ma ne parlano loro, che erano partiti con l’idea di una vittoria a mani basse, e già questo indica una difficoltà obiettiva. E d’altra parte in queste settimane quale idea è venuta dalla Destra per l’Italia? Non c’è una proposta innovativa, i nomi dei ministri sono gli stessi del '94, i toni sono quelli di sempre, sui temi concreti non hanno detto nulla, e quando l’hanno fatto si sono divisi. Ogni giorno c’è la ripetizione di un copione logoro, non riescono a trovare nei nostri confronti un punto d’attacco, perchè nessuno dei loro argomenti sembra pagare». Nemmeno su Alitalia? Berlusconi è entrato a gamba tesa nella vicenda, ma a volte, a sinistra, si ha l’impressione che non paghi mai dazio per le cose che fa o dice. «Io penso che come noi ci siamo liberati dal fantasma di Berlusconi, se ne deve liberare anche una parte del mondo degli osservatori. Sull’Alitalia la gente pensa che c’è una gran confusione. Pensa che c’è una trattativa seria in corso, e che improvvisamente è arrivata una proposta strumentale e vaga». A proposito, sulla vicenda Alitalia, dove sono finiti i liberal di questo paese? «In effetti non si sentono. Ma singolare non è solo quel che si dice o accade sulla vicenda Alitalia, è complessivamente singolare la proposta di politica economica della Destra: l’idea di chiamare l’Eni per acquistare la compagnia di bandiera, la politica dei dazi di Bossi e Tremonti, l’idea di far acquistare Alitalia con una cordata con i figli dell’aspirante premier, previo prestito ponte dello Stato, vale a dire una forma di utilizzo di soldi pubblici a fini privati. Vedo un silenzio imbarazzato di tanti che hanno paura di dire quello che pensano. Questo è un problema del paese. Noi abbiamo bisogno del ritorno di una cultura critica non fondata sul principio, anche quello stanco, dell’equidistanza. Anche questo atteggiamento lo considero parte di un tempo che si va esaurendo». Magari un confronto televisivo potrebbe aiutare a capire. L’impressione è che non ci sarà, e nel frattempo Berlusconi mantiene il predominio assoluto nella comunicazione televisiva. Quanto pesa questo squilibrio? «Conta, certo, ma qualunque sia il risultato, non invocherò lo squilibrio come alibi. Io credo che questo non sia un paese di spettatori, ma di cittadini, interessati alla soluzione dei problemi, quelli loro e dei loro figli, non a chi vince il Grande Fratello. Non ho solo il dovere di avere fiducia, ma ho ragione di avere fiducia nei cittadini. Gli italiani nei momenti cruciali hanno sempre mostrato una grande voglia di innovazione. Il nostro mondo si attarda in una concezione un po’ piagnona, sempre difensiva. Secondo me sbaglia e credo sia stata una delle cause della perdita di relazione tra il mondo del centrosinistra e la società italiana». Lo squilibrio lo certifica l’Authority. «Certo che c’è, ma penso che gli italiani siano più saggi e avranno la forza di rispondere a una crisi profonda, indicando una soluzione alternativa di tipo europea». Se il risultato non dovesse garantire la governabilità, cosa bisognerebbe fare? «Chi vince governa e se la situazione fosse di assoluto equilibrio, insieme si devono rapidamente approvare le riforme indispensabili. Chi governa capisce che la sua sopravvivenza è legata al senso di responsabilità dell’opposizione. Ma credo che alla gente il dibattito su pareggi e alleanze interessi fino a un certo punto. Ai cittadini interessa avere un sistema governabile. Se non c’è la colpa è della Destra, che ha fatto prevalere gli interessi particolari su quelli generali. Credo che in quel passaggio, nello schieramento a noi avverso, si siano consumati errori gravi. Anche il Centro ha sbagliato. Se Casini avesse rotto allora, invece di farsi mettere alla porta dopo, probabilmente oggi la situazione sarebbe diversa. La realtà è che il tema delle riforme istituzionali sovrasta il paese e non si potrà eludere». Berlusconi dice che vi state accordando con la sinistra radicale per tornare insieme o per fare accordi elettorali in alcune regioni. «Non so di che parla». Casini verrà riattratto nell’orbita della Destra? «Dopo quello che è successo mi pare molto difficile. Sta facendo una scommessa difficile e coraggiosa che avrebbe dovuto fare prima, ma penso che sia a un punto di non ritorno». Col pullman ha visitato più di 80 delle 110 province. Che idea si è fatta dell’Italia girandola in lungo e in largo? «Ho visto una forte domanda d’innovazione, che certo si presenta con molti linguaggi, con sentimenti diversi, però c’è. E questo grande desiderio di cambiamento non può essere interpretato dalla Destra. Se in questi 15 giorni noi riusciremo a farlo capire a tante altre persone, il paese sceglierà di uscire dal collo dell’imbuto. L’Italia, per come sta, non può affidarsi a un governicchio. Ha bisogno di un ciclo politico lungo, di un cambio generazionale. Se si va a guardare l’età media di chi fa il premier in Europa, si vedono persone che hanno più o meno i miei anni. E non per caso. Perché chi si mette a governare deve poter fare questo passaggio brusco, radicale, impegnativo». Dicono che Berlusconi non ha voglia di governare, ma solo di vincere. «Mostra una grande stanchezza, personale e politica. Si capisce dai nomi che propone come ministri. Bossi, quello della riforma della Costituzione bocciata dagli italiani, Tremonti, l’emblema della crescita zero, ora si parla anche di Calderoli... Ma vedo anche una stanchezza personale. Tutte queste affermazioni: faccio un sacrificio, chi me lo fa fare, tradiscono non solo un’idea bizzarra del rapporto con le istituzioni, ma anche difficoltà personale. Invece credo che il paese abbia apprezzato la nostra scelta di fare una campagna elettorale con un tono di voce fermo, ma sereno. Abbiamo cercato di sostituire le speranze alle paure, e abbiamo parlato di una serie problemi seri e concreti: le pensioni, i salari, la precarietà, la sicurezza sul lavoro. Stamattina (ieri ndr) alla conferenza operaia parlerò del tema casa, annunciando un grande piano di vendita di tutti gli immobili delle case popolari agli inquilini, per poter fare coi proventi di questa vendita la costruzione di nuovi alloggi e alleviare il problema dell’affitto». La cosa più sgradevole di questa campagna elettorale? «Il fatto che la Destra non riesce a liberarsi del demone del passato. Sono sempre uguali a loro stessi. Noi abbiamo fatto un’operazione molto rischiosa, in politica non capita facilmente che in una situazione di obiettiva difficoltà, si rinunci al 7-8% dei voti. Si poteva immaginare che determinasse varie reazioni, invece la reazione è quella che vede chi ha seguito il cammino nelle piazze d’Italia. Una comprensione della scelta, una straordinaria partecipazione, come non si vedeva da tantissimi anni, e tanti giovani. È successo questo perché il paese sente il bisogno di una sfida di innovazione, carica di valori e di proposte, che porti l’Italia in sintonia con la storia della democrazia europea». È iniziato un curioso dibattito sulla soglia del successo, al di sotto della quale si scatenerebbe il finimondo nel Pd. «È iniziato su qualche giornale. Ed è finito. Non ci sono soglie, ci sarà solo da registrare che c’è un partito nuovo, anzi la più grande forza riformista che la storia politica italiana avrà conosciuto». Qualcuno dice che sarebbe l’ora di tirare fuori le unghie, di rinfacciare alla Destra i suoi insuccessi. Naturalmente lei non è d’accordo. «Assolutamente no, non voglio farmi trascinare nello stereotipo delle campagne elettorali precedenti. Secondo me non c’è bisogno di ricordare alla nostra gente e a tutti gli elettori che se c’è un voto che può evitare al paese di finire in questo vecchio impasto di populismo, questo è il voto al partito democratico. Non ho bisogno di alzare i toni per farlo capire. Abbiamo fatto una campagna elettorale di proposte e di valori. La frase che abbiamo detto in Calabria contro le mafie, non è mai stata detta in questi termini nella vita politica italiana. Mi aspetto che venga detta da altri. Bisogna dare al paese un messaggio nuovo, Dio ci scampi dalla riedizione del vecchio film. La gente è esausta tanto quanto quel film». La vedo ottimista... «Secondo me la gente è stufa. Per quanto ci riguarda, la novità della nostra campagna elettorale è che abbiamo parlato più degli italiani che della politica, che mai come adesso è sembrata lontana e fredda dalla vita reale dei cittadini. Noi abbiamo pensato ai disagi reali degli italiani. Lo capisco dai ragazzi precari che mi fermano, che vedono in noi il partito che cercherà di risanare la più grande e lacerante ferita del nostro tempo. È un modo di fare politica antico e nuovo, che non sta dentro il recinto piccolo e affollato dal quale la Destra non riesce a uscire». È un messaggio che riesce ad arrivare all’Italia profonda? «Ogni campagna elettorale è la scansione di un’epoca. L’Italia è arrivata a un bivio molto delicato, perché i suoi fattori di debolezza legati alle vicende internazionali possono davvero spingerla verso un declino, mentre c’è tanto talento, una tale voglia di fare, tale intelligenza diffusa, che credo questo paese possa trovare il modo di uscire dal collo della bottiglia. Per questo batto sempre su un tasto: noi vogliamo aprire un ciclo lungo di cambiamento radicale, e la differenza tra noi e la Destra è proprio qui. Il cambiamento radicale dell’Italia, persino della sua cultura diffusa, del suo senso comune, è un’opera che merita impegno, passione e il tempo naturale per essere realizzato. Qualsiasi soluzione a breve sarebbe per il paese un suicidio. Nella nostra proposta vedo la risposta a una grande questione nazionale, la costruzione di un’identità condivisa che è fatta non solo di memoria ma anche di soggettività attiva». Gli applausi più forti li prende sempre quando parla di costi della politica. Lei ha detto che non ci possono essere i salari più bassi d’Europa e gli stipendi dei parlamentari più alti d’Europa. Farete una proposta precisa? «Noi presenteremo delle proposte sulla riduzione dei costi della politica, che sono il contrario dell’antipolitica. Sono idee per una politica sobria, nuova, europea e occidentale, che non gonfi se stessa fino a scoppiare, in sintonia con un paese che deve tirare la cinghia. Su questi assi ispiratori stiamo disegnando una soluzione che ridia fiducia al paese e velocità alla politica». Oggi l’Unità sarà diffusa in tutti i luoghi del D-Day. Che rapporto vede nel futuro tra il giornale e il Pd? «L’Unità, anche in una situazione come questa dimostra la sua essenzialità, la sua utilità. Il giornale deve mantenere la sua ispirazione e la sua tradizionale autonomia. Dopo le elezioni avvieremo insieme un discorso sulla riorganizzazione complessiva di tutto il sistema della comunicazione del Pd. Un grande partito come noi siamo e saremo deve fare una riflessione moderna su tutti gli strumenti disponibili, ma è chiaro che in ogni caso il ruolo del giornale in questo contesto sarà essenziale».

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