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mercoledì 31 dicembre 2008

nonostante tutto, buon 2009!


Come ho fatto alla vigilia di Natale, anche in questa vigilia di inizio anno voglio dedicare il post a tutti i lettori del mio blog. Ma voglio farlo accompagnando gli auguri con qualche (amara) riflessione. Finisce un anno orribile. Ma, anche se siamo in clima di auguri, nulla fa prevedere che il prossimo sarà migliore. Nessun progetto politico di lungo respiro, niente sussulti d’orgoglio e, soprattutto, nessuna prospettiva vera. Eppure, ad andare a cercare, il Paese produce a pieno ritmo idee, sistemi all’avanguardia, innovazione. Peccato che tutto questo rimanga inascoltato, isolato, lasciato un po’ per conto suo. Così progetti realizzabili (e qualche volta realizzati) sulla produzione di energie sostenibili e rinnovabili, trovano sponde a livello locale (qualche regione particolarmente sensibile e illuminata) e mondiale (gli Stati Uniti col new deal green di Obama, la Cina, il Giappone), ma vengono affossati dai pastrocchi di chi ci governa, che vorrebbe addirittura tornare al nucleare. Così la ricerca, interessantissima e sacrosanta, ma falcidiata dai tagli. E i cervelli, su cui abbiamo tanto investito in formazione, scappano. Così i nostri informatici, bravissimi coi software, diventano appetibili perché costano molto meno degli indiani e dei cinesi. Così le nostre infrastrutture, anche quelle telematiche, la banda larga, le reti municipalizzate, vengono considerate «sprechi», invece che investimenti. I nostri studiosi, i nostri scienziati, i nostri professori, continuano a resistere e a creare, ma a questo punto è lecito chiedersi ancora per quanto e con quanta frustrazione. Abbiamo campato per decenni con la dicitura del «made in Italy». Ma ora che la crisi spazza via i consumi (e le borsette, le giacchette, le scarpette alla moda volgono al tramonto), sarebbe forse il caso di sostenere competenze nuove e diverse. Invece, nulla di tutto ciò. Peccato. Ma nonostante tutto, vi auguro (con un pizzico di amarezza) Buon Anno lo stesso.

martedì 30 dicembre 2008

la crisi aguzza l'ingegno (per la spesa)


Mi ricordo qualche anno fa, quando uscirono i primi punti vendita degli "hard discount", lo scetticismo e la pessima accoglienza che accompagnarono la nascita commerciale di questo nuovo modo di acquistare prodotti (chiaramente non di marca o griffati) a prezzi decisamente molto più bassi rispetto a quelli praticati dalle grandi "majors" dalla distribuzione più che affermata. Con il passare degli anni di necessità si è fatta virtù. L'entrata in vigore dell'Euro, l'inflazione mai domata e il depauperamento del potere d'acquisto dei salari e degli stipendi hanno accelerato ed evidenziato la crescita (quasi come fosse una sorte di bene rifugio) degli "hard discount" con la consequenziale lotta all'ultima offerta delle grandi catene distributive, finalizzate all'accaparramento e alla fidelizzazione del cliente finale. Nata come iniziativa di autosostegno per lavoratori precari con reddito basso e incerto, la strada del "low cost" praticata dagli "hard discount" è diventata una strategia economica e aziendale, un fenomeno sociale, uno stile di vita. Oramai si può parlare di grandi classici. Pietre miliari del consumo del nuovo millennio da cui non si può prescindere, non soltanto nel campo alimentare. I biglietti aerei acquistati sul web all’ultimo minuto, i distributori di latte alla spina, i carrelli della spesa pieni di prodotti a marchio del supermercato, le telefonate fatte dal pc di casa con Skype, gli abiti alla moda trovati negli outlet o nelle catene mangianegozi come Zara o H&M. Tutte forme di "low cost" che hanno cambiato le abitudini di spesa degli italiani. In particolar modo dei precari, costretti a campare con mille euro al mese (quando va bene) e diventando un rito necessario per milioni di famiglie che sudano per arrivare alla quarta settimana (ancora, quando va bene). Poi è arrivata la crisi e il basso costo si è riscoperto come nuova filosofia di vita. L’impennata delle materie prime, la corsa del petrolio, l’emergenza rifiuti, infine il tracollo finanziario mondiale: tutti campanelli d’allarme, tutti segnali di un modo di produrre e consumare che ha bisogno d’essere innovato all’insegna della sostenibilità economica, sociale e ambientale. Così il "low cost" è cresciuto in quantità e si è evoluto in qualità, aggiungendo nuovo senso ad ogni strumento di risparmio. Innanzitutto nel mercato degli alimentari. Su tutto il territorio nazionale si sono diffusi corner e farmer’s market che, alla possibilità di comprare frutta e verdura a prezzi convenienti, uniscono il valore aggiunto dell’eticità e del basso impatto ambientale. I gruppi d’acquisto solidale sostengono piccoli produttori e colture biologiche, i mercati del contadino offrono un’alternativa alle distorsioni della filiera, vale a dire rincari ad ogni passaggio di mano tra grossisti ed emissioni inquinanti ad ogni trasporto da luoghi lontani. Nemmeno la distribuzione è stata con le mani in mano. In alcuni ipermercati delle catene Coop, Auchan e Crai si possono acquistare prodotti sfusi: pasta, riso, cereali, caramelle e salatini si trovano in grandi dispenser, i clienti riempono i sacchetti con quel che serve, spendono il 30% in meno e risparmiano all’ambiente nuovi imballaggi da smaltire. Altri supermercati hanno aderito a progetti di last minute market, per recuperare a livello locale gli alimenti rimasti invenduti ma vicini alla scadenza: anche le 4.000 tonnellate di cibo ancora buono che finiscono ogni giorno in discarica contribuiscono a far lievitare i listini. Ma la rivoluzione "low cost", come tutte le rivoluzioni che si rispettino, non si è fermata al cibo per il corpo. Non solo l’universo musicale e cinematografico si sta piegando alle regole di Internet, che ha reso fruibili a costo zero i contenuti audio e video, ma anche i libri (nutrimento dell’anima per eccellenza) hanno trovato la propria strada di diffusione a basso prezzo. Soprattutto attraverso le sezioni «remainders» di librerie reali e virtuali piene di volumi fuori catalogo e rimanenze di magazzino degli editori, rigorosamente al 50% del prezzo di copertina. Oppure nei siti di appassionati tipo librinprestito.it, dove si prestano gratuitamente grandi classici alla sola condizione che siano restituiti entro un mese e mezzo «in modo che il libro, tornando nelle mie mani, sappia raccontarmi del tempo passato nelle tue». Non c’è settore che resista alla trasformazione: l’abitare si fa in co-housing, il viaggiare si fa in sofa surfing (si mette a disposizione il divano di casa propria per gli ospiti, certi di ricevere a propria volta altrettanta ospitalità), il dare denaro a credito si fa in social lending (comunità online per scambi finanziari tra persone, che escludono l’intermediazione delle banche e assicurano tassi più vantaggiosi). Anche la mobilità sta cambiando radicalmente faccia, grazie al circolo virtuoso creato dalla necessità di abbattere sia i costi per l’automobile sia le emissioni inquinanti da gas di scarico: nelle città continuano a crescere le iniziative di car sharing e bike sharing, che con pochi euro mettono a disposizione una macchina o una bicicletta solo per il tempo e per il tragitto che serve. E per quelli che non sanno rinunciare alle quattroruote di proprietà ci sono le pompe bianche, ovvero i distributori no logo dove un litro di benzina costa 4 centesimi in meno rispetto a quelli delle grandi compagnie petrolifere. Decisamente, molto più di una strategia a basso costo. Della serie, la crisi aguzza l'ingegno.

lunedì 29 dicembre 2008

la befana di Brunetta


Certo che ci vuole una gran bella immaginazione per pensare, solo per un attimo, al ministro bonsai Renato Brunetta nei panni della Befana. Ma tant'è. Di questi tempi non mi meraviglio più di niente. Sto diventando impermeabile a tutto e a tutti, quindi anche all'eventuale distribuzione di dolciumi e di carbone da parte del ministro con la scopa. Dolciumi non credo ne distribuirà. Con il carbone, invece, sono sicuro che ha rempito già tutte le sue calze. Carbone, carbone e ancora carbone. Per i dipendenti pubblici, il nuovo anno non promette nulla di buono e il ministro Renato Brunetta si annuncia come una delle peggiori Befane mai viste. Al di là della propaganda profusa a piene mani, il 2008 si è chiuso con ingiustizie più che palesi. Tutti gli impiegati hanno ricevuto con il contratto circa 40 euro netti in più al mese (neanche 4 pizze), mentre i soli dipendenti della Presidenza del Consiglio (che include anche il dipartimento guidato dal ministro) si sono visti recapitare sotto l'albero un pacco da sogno: ben 600 euro mensili in media di aumento, in cambio di due ore di lavoro in più alla settimana. Per non parlare delle forze di polizia, per le quali il ministro della Difesa Ignazio La Russa ha preannunciato un bel «bonus» di almeno 100 euro. Si parla tanto di «casta», «lotta ai fannulloni» e «meritocrazia», ma finora questo governo non ha efficientato un bel nulla. Gli uffici pubblici (soprattutto le strutture sanitarie) restano spesso disorganizzati, lenti e caotici, mentre pochi privilegiati hanno ricevuto le solite prebende. Il «contropaccotto», comunque, è già pronto: una serie di scioperi, a cominciare da quello Cgil del 13 febbraio, indetto insieme alle tute blu. Ma i più inguaiati di tutti restano, come al solito, i precari. Il 2009 porterà con sé una vera e propria emergenza, finora inedita per un settore da sempre abituato ad assorbire personale, e che fino a qualche anno fa era visto come il luogo simbolo del posto garantito. La Cgil calcola che usciranno dal pubblico impiego almeno 60 mila persone, tutti i precari che Brunetta ha deciso di non stabilizzare e ai quali non vuole neanche rinnovare il contratto. E' bastato un tratto di penna sulla legge Nicolais, figlia del governo Prodi, che d'accordo non risolveva il problema, ma se non altro permetteva di prorogare i contrattisti o di assumere, attraverso concorsi, buona parte di loro. Brunetta, insomma, per i cococò e i lavoratori a termine si preannuncia più deleterio (e più brutto) della crisi e della Befana. E dire che persino il Centro studi della Confindustria, nell'ultimo report di previsioni per il 2009 (gli «Scenari economici» diffusi a metà dicembre), metteva in guardia il governo su possibili licenziamenti senza criterio: i precari, si evidenziava nella nota, sono la parte più aggiornata e produttiva, e se verranno messi alla porta molti uffici pubblici rischieranno il blocco. Sportelli al collasso, quindi? Per gli italiani sarebbe una vera novità...

domenica 28 dicembre 2008

al di là delle Alpi...


Secondo me, in alcuni casi, è d'obbligo gettare un'occhiata anche in casa d'altri. Soprattutto se questi "altri" possono darci qualche lezione in campo politico-istituzionale. E' il caso dei "cugini" d'Oltralpe, i francesi, che hanno avuto in passato dei problemi interni di conflittualità tra poteri dello Stato e sembrano averli risolti. Perchè quindi non prendere spunto ed esempio dalle loro vicissitudini per bonificare una volta per tutte questa incresciosa situazione tipicamente italica di conflitto di interessi e di conflitto tra potere esecutivo e legislativo? In questo caso, uno sguardo al di là delle Alpi ci aiuta a capire come ci si regola quando al potere c'è un primo ministro che crede nella separazione dei poteri. Tra potere giudiziario e potere politico di governo non ci può essere uno stato di non belligeranza, perché ciò sarebbe il sintomo di una sottomissione del primo al secondo. In un normale Stato di diritto il rapporto tra controllo di legalità e azione di governo genera sempre conflittualità. Dato che il controllo è sempre vissuto come una sorta di ingerenza in scelte politiche discrezionali, a mio modesto avviso ci vuole una grande attenzione affinché l'azione della magistratura si svolga secondo le regole del diritto: quando si supera positivamente questo esame, nel caso sul quale sta indagando il pm o il giudice, non si dovrebbero incontrare più ostacoli. Se poi si tratta di reati cosiddetti «comuni» il problema non si pone e il malcapitato politico viene abbandonato alla giustizia senza strepiti o evocazione di complotti. Esemplare, per chi la ricorda, è la vicenda del potente ministro transalpino Dominique Strauss-Kahn, dimessosi immediatamente appena raggiunto da un avviso di garanzia per un reato che riguardava i fondi della sua campagna elettorale (farebbe lo stesso in un caso analogo il nostro caro pifferaio di Arcore?), anche se Lionel Jospin era contrario al rigido automatismo della «dottrina Balladur» che esigeva le dimissioni immediate dei ministri indagati. Si osserva, in buona sostanza, tra governo e ordine giudiziario un reciproco dovere di riconoscersi come poteri autonomi, senza tentazioni di prevaricazioni o delegittimazioni. In Italia, invece, la storia di questi ultimi decenni ci mostra il passaggio da una fase di non belligeranza, con una magistratura sottomessa al potere politico (la procura di Roma «porto delle nebbie» e la Cassazione centro di smistamenti di processi «per legittima suspicione»), ad una fase palesemente conflittuale, con una magistratura riappropriatasi della indipendenza assegnatale dalla Costituzione e le forze politiche di governo, che contestano radicalmente il suo potere di controllo. Emblematico in questi giorni è il caso Englaro, con un ministro che con un suo decreto tenta di bloccare l'esecuzione di una sentenza irrevocabile nel silenzio dei massimi custodi della Costituzione: lo sviluppo ulteriore di questa conflittualità sarà la sottoposizione al Guardasigilli dell'ufficio del pm e della relativa gestione dell'azione penale. Ritorniamo, allora, al governo Jospin e alla sua gestione dei rapporti con la magistratura ben descritti dal direttore del suo gabinetto Olivier Schrameck nel libro "Rive Gauche 1997-2001" con il capitolo sulla giustizia intitolato «Il pungiglione giudiziario». Jospin era determinato ad ottenere l'indipendenza dei pubblici ministeri dal Guardasigilli e, per la storia, occorre ricordare che anche Jacques Chirac lo avrebbe voluto. La destra, però, si era opposta e il presidente non aveva mai convocato la riunione delle camere congiunte per la relativa modifica costituzionale. Nondimeno Jospin aveva tenuto fede, nei fatti, alla sua determinazione di non ingerenza e per oltre quattro anni le due Guardasigilli (al vertice indiscusso della gerarchia dei pm) Elisabeth Guigou e Marylise Lebranchu non avevano mai interferito in nessun caso giudiziario di qualsiasi natura, limitandosi solo ad emanare delle circolari sugli orientamenti generali della politica penale del governo. E pensare che il precedente Guardasigilli Jacques Toubon aveva fatto rintracciare sulle pendici dell'Himalaya un procuratore capo perché tornasse in sede a smentire una requisitoria, sgradita al governo, che un suo aggiunto aveva pronunciato in sua assenza! Le regole di fatto imposte da Jospin, oltre alla non ingerenza dell'esecutivo negli affari giudiziari, comprendevano, tra l'altro, le disposizioni di «rispettare la legge» in tutti i casi, senza esitazione e senza ritardo e di non andare mai contro il parere del Consiglio superiore della magistratura nelle nomine dei membri del parquet. Il segreto di Stato per la difesa nazionale, fino allora opposto in maniera generale ed assoluta ai giudici, veniva affidato alla valutazione di una commissione ad hoc le cui raccomandazioni per la trasmissione integrale o parziale dei documenti venivano sempre accolte. Tutte le perquisizioni richieste presso qualsiasi ministero, compresa la presidenza del consiglio, venivano autorizzate e così anche le testimonianze, richieste al consiglio dei ministri per i membri del governo, venivano autorizzate sempre e senza ritardo. Si potrebbe continuare con altri esempi, sempre per rilevare come alla base di questi comportamenti c'era, come diceva Schrameck, il rispetto di un lascito prezioso della rivoluzione francese: la conquista dell'uguaglianza davanti al giudice. Altro Paese, altra classe politica, altrae sensibilità democratica. Altro che l'Italia dei berluscones...

sabato 27 dicembre 2008

passata la festa, gabbato lo santo


Il titolo di questo post non l'ho scelto per accomunarlo alla festa del Natale appena trascorsa. No, ci mancherebbe. Non mischio il sacro con il profano. Qui voglio parlare (e scrivere) del "pacco" Alitalia, vale a dire della fregatura tanto evocata quanto subìta da parte dei neoassunti nella CAI, la nuova compagnia di Roberto Colaninno. I nodi si sa, prima o poi, vengono al pettine. Nel caso di Alitalia, sono bastate le prime lettere di assunzione inviate da CAI ai lavoratori, ora cassintegrati, per rendere chiaro a tutti la posta in gioco. Una «marea» di contratti a tempo determinato (molti di sei mesi, proposti a chi prima era assunto a tempo indeterminato), niente assunzioni per le mamme e per i lavoratori che rientrano nelle «categorie protette» (chi cioè ha figli con handicap a carico). Dentro invece, guarda caso, tutte quelle persone che nel giro di uno o due anni matureranno i requisiti pensionistici. Sullo sfondo, il timore che le assunzioni siano molte di meno di quelle previste dagli accordi sottoscritti. La premessa è d'obbligo perchè a protestare nei giorni scorsi, causando la cancellazione di un centinaio di voli all'aereoporto di Fiumicino, sono stati i lavoratori «di terra» di Alitalia (manutenzione, handling, check in e via dicendo) iscritti alle sigle sindacali firmatarie degli accordi con CAI (i confederali Cgil, Cisl e Uil, e Ugl). La precettazione del ministro dei trasporti Altero Matteoli ha di fatto riportato alla (quasi) normalità la situazione a Fiumicino mentre, nel frattempo, la premiata ditta Colaninno & Co. prova a forzare la mano e ad inaugurare un nuovo modello di relazioni industriali. Il periodo vacanziero, d'altra parte, facilmente acuisce la rabbia di chi, in partenza, si è ritrovato senza bagagli o impossibilitato a partire. L'Enac (il regolatore nazionale delle attività del trasporto aereo) ha aperto un'istruttoria sulla situazione di Fiumicino «ipotizzando sanzioni per mancata assistenza dei passeggeri». Dal governo - garante, nella persona di Gianni Letta, degli accordi siglati - il silenzio più assoluto. Eccezion fatta per il ministro Renato Brunetta che, invece, ne approfitta per richiedere «la mano dura», perchè «è finita l'epoca per cui Alitalia spendeva 2 milioni di euro al giorno, che pagavamo noi». Solidarietà ai lavoratori Alitalia iscritti a Cgil, Cisl e Uil è arrivata comunque da Anpac e Unione piloti che sottolineano: «Negli ultimi giorni sono state evidenziate le gravi incongruenze, da noi abbondantemente denunciate da più di un mese, in merito agli accordi sottoscritti a ottobre e novembre e ai criteri di assunzione ed esclusione proposti da CAI e accettati dai sindacati. Solo restituendo la dignità violata al personale di terra, ai piloti e agli assistenti di volo, si potrà costruire un futuro positivo per la compagnia di bandiera». L'incertezza regna sovrana nel numero di assunzioni, soprattutto nell'handling. In una lettera al governo e a CAI, i sindacati hanno rinnovato la proposta di contratti part time, quale «strumento di solidarietà sociale tra i lavoratori, che contribuirebbe a ridurre il personale che oggi si trova in cig senza speranze di raggiungere la pensione o di essere riassunto in CAI». «I numeri di palazzo Chigi, che parlano di 10.150 assunzioni, ancora non si vedono», dice Mauro Rossi (Cgil). Nessuna assunzione c'è stata ancora per il servizio pulizia a bordo degli aerei e il timore è che CAI pensi all'esternalizzazione del servizio. Nessuna assunzione, denunciano ancora i sindacati, per i «capisquadra», persone in genere ancora lontane dalla pensione. E ancora, troppi contratti a termine e troppe assunzioni per chi invece è «vicinissimo» alla pensione. Condizioni capestro, infine, per assistenti di volo, donne madri o lavoratori con handicap. Proprio per questa serie di motivi elencati in questo post non potevo che scegliere il titolo appropriato del "passata la festa, gabbato lo santo". O no?

venerdì 26 dicembre 2008

quelle immagini di 4 anni fa...


Forse inconsciamente avevo rimosso dalla mia mente quelle drammatiche immagini di quattro anni fa, quando uno spaventoso tsunami si portò via in un attimo (e per sempre) la vita di 230.000 persone. Rivedendo questa sera, all'ora di cena, nell'edizione delle 20 del TG1 quelle sequenze e risentendo quelle grida di chi andava incontro alla morte (http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/#contentLTXTTop e anche su YouTube, http://video.google.it/?hl=it&ie=UTF-8&tab=wv) ) il mio pasto non proprio frugale, ripensando a chi è sopravvissuto e ancora non ha la possibilità di mangiare o di avere un tetto sopra la sua testa. In tempi di festa e di sprechi, in momenti in cui si invita alla preghiera e alla riflessione, ho creduto opportuno questa sera dedicare questo mio piccolo post a chi non c'è più e a chi ancora c'è ma è come se non ci fosse. Fermiamoci un momento, e dedichiamo un minuto della nostra vita al ricordo di quelle 230.000 anime risucchiate come in un dantesco girone infernale.

mercoledì 24 dicembre 2008

auguri di cuore a tutti!


Sembrerebbero parole di circostanza, ma non è così. Il mio augurio, sincero e sentito, vada a tutti i lettori (e alle loro rispettive famiglie) che frequentano questo blog, sia ai più "anziani" (auguri Mauro) sia a quelli più recenti (auguri Rossaura), con la speranza che queste festività siano un punto di ripartenza per chi era in difficoltà e di stabilità positiva per chi era dignitosamente in tranquille acque. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. Un sereno Natale a tutti!

martedì 23 dicembre 2008

l'informazione birichina


Il nostro caro premier è sempre più sorprendente, nei modi come nelle parole. Non perde mai l'occasione, sia essa data da una conferenza stampa che da una passeggiata in centro scortato dai suoi gorilla, per dire la sua su tutto e su tutti. In particolar modo gli piace far sapere alla gente quello che pensa a proprosito dell'informazione, sia essa esercitata tramite tv, stampa o internet. la sua vera, reale e attuale ossessione è proprio il controllo totale e funzionale di ogni rivolo di libera informazione. «In democrazia il bene maggiore è la privacy e la riservatezza», dice il pifferaio di Arcore. Perciò tutti zitti, giornali e televisioni, direttori e cronisti. E' proprio questo il sogno di Berlusconi, che negli ultimi tempi ha distillato attacchi all'informazione in un crescendo orchestrale. La battaglia anti-mediatica è un paradosso per il re dei media, ma è la sua attuale priorità. Tacitare gli avversari, censurare i nemici, gabellare i concorrenti è diventato lo sport preferito di Sua Emittenza che, oramai quasi quotidianamente, munito di telecomando, spara sulla fiction e sulla satira, su Fazio e su Santoro, sui talk-show, «licenzia» i direttori dei grandi giornali e incensa i suoi tirapiedi mediatici. I giornalisti sono dei «birichini», ha dettodurante la conferenza di fine anno in diretta tv. Il padrone dello schermo e del Paese, capace di risolvere tutti i problemi nazionali e internazionali, dall'Alitalia alla guerra in Ossezia, dal clima all'immondizia, passando per la crisi economica, si preoccupa dei giornalisti birichini, che gli tolgono il sonno (quelle poche ore, d'altronde). La povertà? L'Italia gode ottima salute, se non fosse per stampa e tv che spaventano il «cittadino consumatore». La grande narrazione della realtà è di sua competenza, via i disturbatori. Il cavaliere, che conosce bene il potere della fiction, non a caso se l'è presa con l'ultima puntata di Annozero di Santoro, dove le intercettazioni sono state messe in scena da due attori. Scelta discutibile, ma che certamente evoca una suggestione potente che traduce in lessico accessibile a tutti l'intricata trama del rapporto affari-politica. L'obiettivo principale di Berlusconi sono i media, un fastidioso intoppo alla comunicazione diretta con il popolo e con il suo show da «Babbo Natale» di Villa Madama dell'altro giorno. Mettere sotto controllo l'emotività del pubblico, al di là delle news, impedire che il racconto del «tutto va bene» sia alterato da voci dissonanti. Per impedire che giungano all'orecchio e all'occhio, Berlusconi ha intenzione di prosciugarne la fonte e di impedire ai magistrati di fare uso delle conversazioni telefoniche. La riforma della giustizia «è pronta», ha assicurato nel suo lungo monologo, «la porteremo al consiglio dei ministri dopo la pausa delle feste», e c'è da scommettere che le intercettazioni saranno consentite solo per i serial killer. Ascoltare e parlare per i magistrati, e non solo per loro, sarà un esercizio limitato, tanto che «se i pm vorranno parlare con i giudici, dovranno bussare alla porta con il cappello in mano». L'attacco generalizzato all'informazione, che colpirà presto anche la RAI, dopo la probabile rimozione forzata di Villari alla vigilanza, è uno tsunami che va oltre la riforma della giustizia. È una strategia di desertificazione della libertà di opposizione, iniziata con la cancellazione del diritto soggettivo per i giornali di cooperativa, da mettere fuori edicola con il taglio dei fondi all'editoria, e proseguita con lo stillicidio di «editti». La democrazia è un discorso politico condiviso, attraversato da conflitti, pubblico. Il solo regista dello spettacolo, però, deve essere lui, tutto il resto è «privacy». O noia. Fate voi.

domenica 21 dicembre 2008

il principe tiene famiglia


Noblesse oblige, si diceva una volta a proposito di principi e dignitari di corte. Oggi si dice pecunia non olet. Anzi, la frase più indicata è "tengo famiglia" e devo da magnà. Così si esprime, in sintesi, il principe Emanuele Filiberto di Savoia, prossimo concorrente di rango nel programma di RAI Uno "Ballando con le stelle", dove ci delizierà con passi di danza o di salsa, il tutto finalizzato per intascare il lauto cachet indispensabile (stando almeno alla sua intervista pubblicata sul Corriere della Sera) per pagarsi le spese correnti di una vita non più di corte ma più prosaicamente di cittadino comune, con moglie e prole a carico e con le bollette da pagare alla fine del mese. Non crediate che sia facile la vita del principe decaduto e in bolletta (si fa per dire, naturalmente: avessi io un decimo del conto corrente svizzero del nipote dell'ex Re d'Italia...). Per uno abituato a ostriche e champagne e caviale, astice e ricci di mare di Ginevra, salmone pescato la sera prima e aragosta a colazione, passare tutto d'un tratto a spaghetti al pomodoro e basilico e fettina di manzo con insalata mista non dev'essere stato proprio un bel pasteggiare. In più omogeneizzati e pappine, pannolini e ciucciotti, oltre al guardaroba della moglie molto chic Clotilde. Insomma un vero problema. Reale, da sangue blu, ma sempre problema è. «So bene che verrò criticato da molti monarchici. Ma non si può ottenere sempre il cento per cento dei consensi. E io intendo vivere il nostro tempo. Siamo quasi nel 2010, ho una famiglia e due figlie da mantenere, lavoro da quando ho 19 anni e nessuno mi ha regalato mai niente». Un sospiro e una risata, la «r» arrotondata rende l'unico accenno storico meno drammatico: «Non potrei mai rappresentare il ruolo del principe che se ne sta alla finestra sospirando "com'era bella l'Italia prima del 1946", cioè prima del referendum istituzionale...» Così parlò Emanuele Filiberto, il principe che tiene famiglia. A chi lo stuzzicava sulla eventuale reazione dei monarchici, il forbito principino rispondeva senza remore: «Io ho il massimo rispetto per l'istituzione e per il retaggio storico che mi riguarda. Però sono sicuro che gli italiani potranno finalmente capire chi è veramente questo Emanuele Filiberto di Savoia dopo le chiacchiere e le storie che sappiamo... La tv entra nelle case di tutti ed è un mezzo straordinario per farsi conoscere. Viaggio frequentemente per il Paese, espongo le mie idee sull'Italia e l'Europa con la mia associazione "Valori e futuro". Da questo punto di vista la scelta di partecipare a "Ballando con le stelle" non è desacralizzante. È solo un altro modo per esprimermi». E con l'alta finanza, come la mettiamo? Riesce a conciliare due lavori così diversi? «Grazie a Internet e al collegamento in tempo reale col mondo, non ho bisogno di stare in ufficio. Bastano i miei collaboratori». Socc' mel! Pardon. Volevo dire, auguri!

cavaliere, provi a vivere con 600 euro al mese...




Fortunatamente per lui, alla conferenza stampa di fine anno di Silvio Berlusconi (svoltasi ieri a Villa Madama) non c'erano tra i giornalisti accreditati Aldo, Giovanni e Giacomo che, molto probabilmente, si sarebbero rivolti all'unisono nei confronti del premier con la fatidica domanda "Cavaliere???" e al "Ouiiii..." di rimando avrebbero profferito lo stranoto "ppprrrrrrrrrr" di defilippiana memoria. Purtroppo tutto ciò ieri non è avvenuto (e non sono neanche volate scarpe...) e la conferenza stampa-monologo del pifferaio di Arcore si è snodata sul solito percorso istituzional-popolare tanto caro all'entourage del primo ministro con aspirazioni quirinalizie. Ma dopo aver ascoltato con le mie orecchie l'ennesimo "invito" di Sua Emittenza agli italiani, affinchè comprino in questi giorni di festa per risollevare la china pericolosamente intrapresa dalla nostra economia, mi sono ulteriormente convinto che più che salire lo scalone del Quirinale, Berlusconi è pronto per salire lo scalone di qualche casa di riposo. Come si può ancora così ottusamente far finta di niente e continuare a sfruculiare la buona predisposizione all'educazione degli italiani invitandoli a spendere quello che non hanno? Mi piacerebbe oggi far arrivare a qualcuno (magari anche della sua scorta), che casualmente si imbatte in questo blog, un messaggio neanche troppo subliminale: caro presidente, provi lei a vivere con 600 euro al mese pagandone circa 450 per l'affitto e avendo a carico moglie e figlia. Provi e poi mi faccia sapere. Prima, però, si legga cortesemente (sempre se i suoi molteplici e improrogabili impegni istituzionali glielo permettono) l'articolo di Paolo Griseri su la Repubblica (http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/economia/crisi-7/cassa-natale/cassa-natale.html) e poi mi faccia sapere se ha ancora voglia di far spendere e spandere gli italiani. In caso contrario, e sono sicuro di ciò, provi a fare un bel gesto inviando a ognuna delle famiglie italiane non il solito libretto sulle sue imprese governative, ma un ben più prosaico e anelato vaglia postale. La cifra la decida lei. Le assicuro che riceverà molti più ringraziamenti che rumorose risposte alla Aldo, Giovanni e Giacomo...

sabato 20 dicembre 2008

l'uomo che comprava i sogni


Dieci anni (di reclusione) non si negano a nessuno. Figuriamoci al cavalier Calisto Tanzi, l'uomo del bidone (finanziario), l'uomo che ha infranto i sogni, di ricchezza tramite il risparmio, di migliaia di famiglie italiane con i famosi "bond" rivelatisi carta straccia. Il crollo si verificò alla fine di dicembre 2003. Un mese prima, il 21 novembre, sette analisti finanziari su quattordici consigliavano alla clientela di «comprare» le azioni della società Parmalat, mentre 2 suggerivano di «tenere» le azioni stesse e solo 5 di «vendere», almeno un po'. Al contrario dei metereologi quanto al clima, gli analisti finanziari influenzano l'andamento materiale della loro scienza. Gli analisti hanno infatti un ruolo importante perché orientano le banche e gli investitori istituzionali. Pesano sulle scelte: comprare, tenere, vendere. E' assai probabile che gli analisti ne sapessero di più; ma le informazioni erano a disposizione dei clienti di rango superiore, di banche predilette. I pareri degli analisti dovevano servire agli investitori istituzionali basandosi sulle migliori informazioni disponibili. Tutto fasullo, tutto privo di ogni attendibilità, per non dire di peggio. Essi sono consegnati alle cronache di Parmalat e del Parlamento italiano; fanno parte della documentazione presentata dall'allora governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, alle apposite commissioni di Camera e Senato, nel corso di un'indagine conoscitiva su «sistema delle imprese, mercari finanziari e tutela del risparmio» già nel gennaio del 2004, poco dopo lo scoppio dello scandalo. Per non cadere, il capo indiscusso e sostanziale padrone di Parmalat, Calisto Tanzi, doveva pedalare sempre più forte. Però pedalava nella neve, anzi nel fango e gli occorrevano sempre più forze per restare in sella. Tanzi finanziava la politica allargata, cioè una parte consistente di personaggi influenti con seguito e potere nei palazzi romani e parmensi. Intorno ai politici vi era un sottobosco di gente di spettacolo e di sport, affaristi e burloni, insomma un certo numero di cortigiani, legati a esponenti con voce in capitolo e richieste esorbitanti. Ma anche Tanzi era diventato potente tra i potenti; e il ruolo gli piaceva. Le spese sontuose andavano oltre ogni immaginazione; ma non si poteva tornare indietro. Serviva sempre più denaro e quindi un giro d'affari più spettacolare, allargato. Il sostegno politico ora non occorreva più solo per avere vantaggi produttivi nell'alimentare, ma in ogni situazione aperta. Dallo sport al turismo, passando per il credito. Uomini della Parmalat entravano nelle banche locali, potenti banchieri davano consigli decisi a Tanzi e ai suoi. Un banchiere interessato alla sopravvivenza di un quotidiano in difficoltà, suo cliente, convinse Tanzi a sottoscriverne un pacchetto di azioni. Tanzi eseguì, ma il giornale gli rimase del tutto estraneo. E lui al giornale. Avevano solo un banchere in comune. L'Italia era piccola per Tanzi; come gli altri grandi dell'alimentare tricolore (Barilla e Ferrero). Occorreva puntare sull'Europa, sul mondo. Inoltre serviva un continuo spettacolo, per sostenere la quotazione delle azioni in Borsa. Gli acquisti di società estere non furono tutti equilibrati. Anzi, quasi nessuno lo fu. I prezzi pagati sbalordirono la concorrenza. Si scese a battaglia con le case più forti, per esempio con la Nestlè nel settore del latte in Amerca latina, con piani ambiziosi e irresoluti. In Italia si inventò il latte fresco a lunghissima conservazione e l'acqua di rubinetto minerale o mineralizzata. Erano invenzioni sostenute dalla politica. Si lasciarono dietro una scia di sconcerto e di multe. All'estero, per sostenere il proprio standard di multinazionale trionfante, Parmalat fu costretta a comprare grandi imprese fatiscenti. Con il risultato di raggiungere alla fine del 2002 un fatturato consolidato di 7,6 miliardi di euro per un quarto realizzato in Italia; «quasi due terzi provenivano da mercati extra europei. I dipendenti erano 37.000, circa 4.000 dei quali in Italia» (Fazio 27 gennaio, Senato della Repubblica). Le società del gruppo erano 213, in 50 Paesi (30 in Italia). Le banche avevano preteso che Parmalat emettesse delle obbligazioni; e in circolazione ce ne erano per 7,7 miliardi di euro. Quando venivano a scadenza era necessario emettere nuove obbligazioni a tassi sempre peggiori. Vendere qualcosa era impossibile, sia per la debolezza del mercato, sia per la necessità di manifestare sempre un successo dopo l'altro. Così Parmalat puntò su un fondo di 3,9 miliardi di euro in tasca a una società del gruppo dal nome fatidico Bonlat, con sede alle isole Cayman. Ma per un antipatico equivoco tra Tanzi e i banchieri, c'erano le isole, c'era Bonlat, ma di soldi neanche l'ombra. Fu un equivoco tropicale; o una truffa in comunella? I dieci anni, comminati all'uomo che comprava i sogni, stanno lì a dimostrare qualche cosa.

venerdì 19 dicembre 2008

tutte facce di bronzo


Ha perfettamente ragione il sagace Francesco Merlo quando su la Repubblica di stamani disegna i contorni di un Paese che non conosce l'arte della dimissione (io direi della vergogna), vale a dire di quel senso di pudore istituzionale che chiunque (sia esso assessore, ministro o semplice portaborse), investito o soltanto sfiorato da un'inchiesta giudiziaria, dovrebbe aver a cuore in casi eclatanti come quelli della Campania o della Basilicata, per non parlare di altri recenti casi regionali. Io francamente non capisco come possa un rappresentante del popolo (più o meno liberamente eletto) non sentire l'esigenza di dimettersi dal proprio incarico e lasciare quella poltrona simbolo di potere e generatrice di corruzione e quant'altro di viscida consuetudine nella gestione della cosa pubblica, sia a livello locale che nazionale. Gli avvisi di garanzia, gli arresti domiciliari, le custodie cautelari in carcere sembrano non scalfire più di tanto le somatizzate espressioni tipiche delle facce di bronzo (o di tolla a seconda della pronuncia) appartenenti a personaggi conosciuti e non del grande circo melmoso e puzzolente della politica italiana, figlia illegittima della cosiddetta Seconda Repubblica. Indipendentemente dalla colorazione (rossi, neri, verdi o azzurri poco importa), il filo comune che lega tutti gli avvoltoi predatori della nobile arte dell'inganno e della truffa (nei confronti degli speranzosi cittadini che li avevano delegati) è quello della mazzetta celata e non rivelata, della provvista indispensabile e assicurata, della "dazione di denaro" di dipietrana memoria, tanto in voga negli anni bui di Tangentopoli uno, fragorosamente tornata in auge in questi giorni di sconquasso totale e vergognoso per tutto il tessuto sano della tanto bistrattata italietta. Immagino cosa possano pensare e provare tutti quei cittadini che poco tempo fa ancora riponevano speranze e progetti nel nuovo soggetto politico (il PD) e in quelle facce che sembravano ispirare un pò di fiducia in più rispetto a quelle solite. E invece niente. Un'ondata anomala ma preventivabile di fango ha totalmente sommerso anche l'ultima sbrindellata bandiera in mano a qualcuno che aveva una nuova utopìa. L'onestà e la bontà del politico. Proprio un'utopìa e niente più.

giovedì 18 dicembre 2008

se anche Gelli ha facoltà di parlare...


Non mi stupisco più di niente. Il susseguirsi di eventi, parole, fatti, opinioni e quant'altro mi lasciano sempre più sconcertato. Scandali e corruzione dilagante, politica nel fango, giornali che azionano i ventilatori per diffondere quanta più melma possibile. E come se non bastasse ci si mette pure il Grande Vecchio a dire la sua. E uno dei quotidiani più diffusi in Italia (si colloca subito dietro "Il Corriere della sera","La Repubblica" e "Il Sole 24 ore"), parlo de "la Stampa", di Torino, diretta da Giulio Anselmi, ha pubblicato l'altro giorno un'intervista lunga una pagina intera a Licio Gelli, il Venerabile della Loggia P2, ritornato agli onori della cronaca non solo politica, visto e considerato che ora è anche presente ogni settimana su Odeon TV. La giustizia italiana, malgrado numerosi processi intentati negli ultimi venticinque anni dopo la scoperta della Loggia e l'inchiesta parlamentare del 1982, non è giunta (come succede sempre nei confronti dei ricchi e dei potenti) a nessun risultato. Licio Gelli è un cittadino libero e dotato di idee assai precise su se stesso, come sull'Italia. Per prima cosa fa una domanda retorica al giornalista: "Il mio piano rinascita ha trionfato, non crede?" E subito dopo: "Berlusconi se ne é letteralmente abbeverato, la giustizia e le carriere separate dei giudici, le tv, i club rotariani in politica…Già, proprio come Forza Italia. Apprezzo che non abbia mai rinnegato la sua iscrizione alla P2, e del resto come poteva?" I riferimenti di Gelli sono limpidi. Quando parla del piano rinascita, ricorda il suo "Piano di rinascita democratica" sequestrato a sua figlia all'aeroporto di Linate, che prevedeva appunto l'addomesticamento della stampa e della tv (chi potrebbe negarlo oggi?), la divisione dei sindacati (innegabile, senza dubbio), la separazione delle carriere e altri obbiettivi minori. E non si può dar torto a Gelli quando dice che Berlusconi se ne è "abbeverato". Quel che è difficile da accettare, riguardo alla diagnosi generale di Gelli, è che la crisi della sinistra (di cui tanti oggi ne parlano) derivi dall'espansione delle logge massoniche di cui vaneggia il Venerabile. A Firenze enumera 520 logge a Palazzo Vecchio e 500 a Palazzo Vitelleschi e si lamenta per le "discriminazioni" che, a suo avviso, ci sono in alcune regioni come Marche e Toscana. Poi aggiunge che ormai (finito il Pci) non ci sarebbe più la sinistra. Ma qui cade in contraddizione, perché se la giunta fiorentina di Domenici non gli pare più di sinistra ma poi gli pare in crisi, non ci si capisce un granchè….Tra Veltroni e D'Alema non vede differenze e preferisce, nettamente, la moglie di quest'ultimo (la riservatissima Linda Giuva), che è una nota archivista presso l'Università di Siena, alla quale si è rivolto per depositare le carte innocue di carattere storico che aveva nella sua villa. Gelli oramai è in pista e, a proposito della P2, afferma senza esitazioni: "La P2? La rifarei tranquillamente…" E ribadisce: "Meglio burattinaio che burattino." Il cerchio sembra ormai chiudersi, dopo vent'anni di turbolente vicende, ritornando alla casella iniziale. Ma è possibile che gli italiani non se ne accorgano? Che sia giunta a questo punto di declino la nostra democrazia? Francamente sono sempre più stupito. Dolorosamente stupito.

martedì 16 dicembre 2008

il linguaggio delle scarpe


Ho atteso qualche ora prima di decidermi a scrivere un post su quanto è accaduto domenica scorsa all'ormai ex presidente degli Stati Uniti, George Walker Bush. E per scriverne ho ripescato nel fondo della mia memoria (con notevole sforzo) un episodio che fa il paio (è proprio il caso di dirlo) con il lancio di scarpe verso Mr. President. Il parallelismo che mi viene in mente è quello che unisce Nikita Krusciov a Muntadhar Al Zeidi. Dai banchi delle Nazioni Unite al bunker di Baghdad, il potere della scarpa non cambia: rimane un’arma di distruzione di massa dell’immagine. Non importa se si tratta del segretario del partito comunista sovietico o di uno sconosciuto reporter della televisione araba Al-Baghdadia con base al Cairo. Il violento atto di protesta del giornalista che, rimanendo scalzo, le ha scagliate tutte e due domenica contro il presidente degli Stati Uniti, gridandogli "sei un cane", ha avuto un impatto planetario che è andato molto al di là del rumoroso dissenso manifestato da Krusciov il 12 ottobre 1960, quando ha sbattuto ripetutamente sul banco la sua scarpona nera, mentre il rappresentante filippino stava parlando di "doppio standard".
Questa volta, mentre una parte dell’America sorride alla prontezza di spirito e al colpo d’occhio del presidente Bush (che ha schivato entrambe le scarpate trovando la forza di dire "dovrebbero essere un 44/45"), il "secret service", che protegge il capo della Casa Bianca 24 ore su 24, si trova in forte imbarazzo perché il reporter televisivo ha avuto tutto il tempo di chinarsi a raccogliere anche la seconda e scagliarla con la precisione di un lanciatore degli Yankees, prima che qualcuno potesse intervenire.
Al Zeidi, che ha 29 anni, è in carcere in attesa di un processo per direttissima e rischia fino a 7 anni. Per il mondo arabo però è già un eroe. A Baghdad ieri mattina migliaia di persone hanno manifestato chiedendone la liberazione immediata e giudicando il suo atto un gesto di libera espressione del dissenso.
D’ora in poi non solo in Iraq, ma in tutti gli altri posti del mondo i giornalisti rischiano però di presentarsi alle conferenze stampa scalzi o addirittura senza penne e matite, perché anche queste, come i registratori e le macchine fotografiche, sono ormai entrati nell’arsenale delle "armi improprie".
Le scarpe di Al Zeidi, come la sua frase gridata (che non era una domanda ma un’affermazione), sono ormai diventate un simbolo politico della resistenza irachena, probabilmente non contenta del fresco accordo che il governo di Baghdad ha firmato con gli Usa, e che non solo mantiene la presenza americana nel paese fino al 2011, ma rischia di prolungare il pattugliamento delle unità di combattimento nelle grandi città molto oltre la data del prossimo giugno 2009, come invece prevede l’intesa.
Da Kabul, dove si trovava ieri (con i reporter e i fotografi a debita "distanza di scarpa"), Bush ha detto con aria rilassata e quasi sorridendo: "In situazioni difficili sono cose che capitano", lasciando intendere che non farà pressioni per ottenere dal tribunale iracheno il massimo della pena nei confronti del giornalista arabo, che qualcuno sostiene avrebbe chiare simpatie per l’ex partito Baath di Saddam Hussein.
Si è appreso però che Al Zeidi ha avuto membri della sua famiglia uccisi, e altri rapiti, in seguito all’invasione e all’occupazione americana. A Baghdad ieri più di 200 avvocati, guidati dal famoso Khalil Al Dulaymi, si sono offerti di difendere gratuitamente il reporter, sostenendo che "la linea difensiva si baserà sul principio che gli Stati Uniti occupano l’Iraq e che quindi ogni resistenza è legittima, compreso il lancio di scarpe".
E’ probabile però che le autorità irachene, proprio per dimostrare la loro diversità col passato regime e soprattutto per non farne un eroe, usino clemenza nei confronti del giornalista e, di fronte ad un atto di ravvedimento, cerchino una soluzione per il suo rilascio che si potrebbe risolvere anche col pagamento di una multa.
Di sicuro però gli Yankees farebbero bene a tenerlo d’occhio. Quest’anno non sono arrivati alle finali di baseball per la crisi dei lanciatori: Al Zeidi ha decisamente un buon braccio. E Bush un bel colpo d’occhio. Non dimenticando che c'è sempre a disposizione un certo Silvio Berlusconi...

sabato 13 dicembre 2008

qualche riflessione sulla crisi


Mi pesa, e non poco, tornare a scrivere di crisi economica, di sensazione di povertà, di paura di recessione, di fantasmi del passato. Non passa giorno che sul posto di lavoro non mi capiti di confrontarmi su questi temi con i miei colleghi, ancora più impauriti e depressi di me. Una sorta di bolla invisibile di latente paura avvolge tutti noi, i nostri pensieri, le nostre minime speranze. Ognuno di noi cerca disperatamente di aggrapparsi a qualcosa che seppur lontanamente somigli a una fioca luce di ottimismo (certo non quella del Pifferaio di Arcore), di possibilità di riuscita nel superare questi problematici tempi cupi. La mia impressione è che comunque non tutti abbiano compreso realmente la portata di questa crisi. Il fatto stesso che ogni governo nazionale stia cercando una risposta da solo, indica con chiarezza che le classi dirigenti sono cieche alle dimensioni universali della crisi. L’Europa si sta rivelando una tigre di carta. La BCE, stretta dal Trattato che ne limita l’azione, è lontana dall’agilità con la quale si muove la Federal Reserve negli Stati Uniti: promette liquidità, ma non salva le banche agendo sul portafoglio dei loro titoli. Nelle circostanze di una crisi universale, caratterizzata da domanda insufficiente, le tradizionali fonti di domanda effettiva sono quasi bloccate. Gli investimenti privati si riducono, perché le imprese, in tutto il mondo, si confrontano con vendite in calo; le imprese che lavorano con economie di scala si vedono aumentare più che in proporzione i loro costi. Questo effetto le spinge a chiudere gli impianti e a licenziare manodopera, accrescendo la crisi di domanda. Le esportazioni di ciascun Paese calano perché le capacità d’acquisto del resto del mondo sono diminuite in relazione alla crisi. Ogni tentativo di aumentare le esportazioni riducendone il prezzo, attraverso una riduzione dei salari, avrà come effetto una riduzione della domanda di consumi. E poiché la crisi è universale, tutti i Paesi cercheranno di vendere riducendo i prezzi. Così la spesa pubblica resta l’unica fonte che potrebbe crescere, ma vi si oppone un retaggio culturale familistico, per il quale ogni debito è una disgrazia, anche quello pubblico. Bisogna chiarire che nella crisi, poiché il Pil diminuisce, diminuirà anche il gettito fiscale, e come conseguenza il disavanzo crescerà, e con questo il debito. Se ogni governo volesse cercare di evitare disavanzo e debito riducendo la spesa pubblica, aggraverebbe la crisi di domanda, il tasso di diminuzione del Pil e del gettito fiscale (anche se credo che Tremonti non la veda proprio così). Tutto ciò non serve a scusare il nostro governo, e le sue esitanti e deboli misure: queste sono necessarie, ma occorre scrollarsi di dosso anni di cultura liberista se si vuol procedere con qualche effetto reale sulla crisi. Faccio un esempio, che indurrà all’orrore i benpensanti: occorre evitare che le imprese licenzino e che chiudano fabbriche e uffici. Questo significa che lavorando a costi elevati, le imprese si troveranno presto in rosso; è allora imperativo che il sistema bancario finanzi le imprese in perdita, per recuperare il credito solo quando la crisi sarà superata. Si tratta di far lavorare in deficit le banche, per coprire il deficit delle imprese. Forse è necessario dotarsi di banche pubbliche, forse occorre nazionalizzarne qualcuna (altri in Europa l’hanno fatto). È difficile? Certo che è difficile, ma adattarsi alla crisi, e chiudere gli occhi alla realtà, è sicuramente la peggiore delle scelte.

venerdì 12 dicembre 2008

l'imbonitore da strapazzo


Nemmeno la buonanima di Guido Angeli (quello famoso per lo spot di Aiazzone "provare per credere") possedeva una tale pervicacia e cocciutaggine fuori dal comune, tipica del venditore televisivo. Ma, come si dice, c'è venditore e venditore. Invogliare all'acquisto non è semplice. Di questi tempi poi...Eppure il nuovo imbonitore (da strapazzo) di fine anno, al secolo Silvio Berlusconi, continua pedissequamente a pronunciare la fatidica frase: "Italiani...comprate, spendete, investite. Non è il momento di risparmiare". Roba da matti. Uno che parla così sembra uscito l'altro giorno dal manicomio di Castiglione delle Stiviere (a quello di Aversa gli hanno negato l'accesso). Possibile che nessuno ha a disposizione una bella camicia di forza? Posso anche accettarla di colore azzurrina (le sue preferite), l'importante è che sortisca l'effetto voluto. Neutralizzare l'imbonitore. Farlo desistere da questa folle telepromozione e invitarlo gentilmente ad andare per un lungo periodo in Argentina. Proprio quell'Argentina che qualche anno fa (qualcuno se lo ricorderà) non sembrava un Paese da terzo mondo, ma grazie agli inviti stile Berlusconi dell'allora presidente Carlos Menem ci diventò, sprofondando in quella melma delle sabbie mobili dei famosi "bond" che portò al crac. Francamente non voglio fare previsioni catastrofiche, ma se poco poco si sparge la voce, in ambito internazionale, che lo Stato italiano rischia la bancarotta, allora sì che siamo nei guai. Gli stranieri disinvestono e la bancarotta arriva davvero (anche se Tremonti continua a dire che il debito italiano è solidissimo e che l'Italia non è l'Argentina). Come se non bastasse, alcuni dei quotidiani più letti dagli investitori internazionali, come ad esempio The Economist e Financial Time, sostengono da tempo che l'Italia è a rischio Argentina. Un rischio assai probabile, scrivevano l'anno scorso, "nel caso in cui si verificasse in Italia una lunga recessione". Aggiungevano di non avere alcuna fiducia nelle politiche economiche di un eventuale (all'epoca) governo Berlusconi, perchè con il precedente governo di centrodestra (2001-2006) il debito pubblico era tornato a crescere, per la prima volta da dieci anni. Sarà poco patriottico, ma sembrano argomenti molto più seri e molto più razionali degli improbabili annunci di Tremonti in qualche talk show di comodo. Il premier, in ogni caso, è ottimista. E continua ad invitare anche gli italiani all'ottimismo. La questione, però, è che quando Berlusconi professa ottimismo la gente oramai tocca ferro...

giovedì 11 dicembre 2008

la solitudine nel ventunesimo secolo


Sono rimasto piuttosto colpito da una notizia che forse ai più sarà passata totalmente inosservata. La notizia è di quelle brevi, che di solito i giornali mettono a una o al massimo due colonne nella sezione "interni" e che vengono definite "curiose". A me sono sempre sembrate, più che curiose, agghiaccianti. La settimana scorsa è stato trovato nella sua casa di Crema il corpo senza vita di un uomo di 55 anni, Nicola Scarinci. Il rinvenimento del cadavere è avvenuto casualmente. L'uomo doveva essere sfrattato e non rispondeva alle lettere del padrone di casa. Nell'appartamento è entrato l'ufficiale giudiziario che doveva consegnarli la notifica. Insieme a lui c'era l'ex moglie di Scarinci che non aveva notizie dell'uomo da alcuni mesi. Scarinci era morto da circa un anno. Questo ha detto l'autopsia. Un anno. Dodici mesi. Trecentosessantacinque giorni. Un tempo infinito per sparire. Inghiottito nel nulla. Dimenticato. Mai cercato da altri. E tutto questo in una città come Crema che conta trentamila abitanti, dove quasi tutti si conoscono, si salutano per strada, passeggiano in piazza e nel corso la domenica e i giorni di festa. Eppure non una persona ha cercato Nicola Scarinci. O se l'ha fatto non s'è preoccupato di non averlo trovato. La solitudine perfetta, compatta, respingente di un'esistenza apparentemente come le altre. E invece sorprendentemente diversa da quelle "normali". Come le nostre, che sono scandite da incontri, dialoghi, appuntamenti. Non era nemmeno anziano Scarinci. Cinquantacinque anni sono pochi perchè la vita abbia fatto il vuoto intorno a noi. La desolata solitudine dei vecchi che vedono scomparire accanto a loro gli amici, coloro che possono ricordarli giovani o appena adulti. Le persone che li hanno accompagnati per buona parte del cammino. Questa crudele solitudine, che affligge tante persone anziane nelle nostre metropoli, rappresenta uno dei destini più insopportabili che la sorte possa riservare a un essere umano. Deve essere terribile veder morire accanto a sè, a uno a uno, tutti gli alberi di quella grande foresta che è stata la nostra vita. Ma altrettanto crudele deve essere stata la solitudine di Nicola Scarinci se durante un anno intero nessuno, ripeto nessuno, si è accorto della sua scomparsa. Nessuno ha avuto la curiosità di sapere che fine aveva fatto Nicola, dov'era, che faceva, come frantumava le ore lunghissime della sua giornata nell'indifferenza totale, agghiacciante. Mi chiedo che tipo di vita aveva trascorso Nicola, che lavoro aveva fatto, quali relazioni umane aveva intessuto, perchè non era riuscito a lasciare dietro di sè alcuna traccia, alcun segno. Nemmeno quello simile alla bava delle lumache nei loro percorsi autunnali. E penso, ogni volta che leggo notizie come questa, che la condanna peggiore per le persone che invecchiano e vengono espulse dal mondo del lavoro, è quella di ritrovarsi soli. Senza una compagna o un amico o un semplice conoscente con cui scambiare qualche parola, un'impressione, un ricordo. Solitudini urbane senza speranze, destinate ad aumentare nei prossimi giorni, nei prossimi mesi. Quando dovremo fare i conti con la crisi "reale" e non solo con quella finanziaria, spesso virtuale, che finora sembra aver riguardato solo banchieri anonimi e speculatori cialtroni di Borsa. Ci saranno meno posti di lavoro, minori possibilità di incontro e più depressioni dietro l'angolo. E maggiori solitudini da gestire. Pensiamoci, durante queste feste natalizie. E ricordiamoci di chi sta molto peggio di noi.

martedì 9 dicembre 2008

il piacere (a volte) del cartaceo


Debbo confessare che non sono un estimatore tout court della versione cartacea del quotidiano. Sarà per quella fastidiosa sensazione petrolifera che si appiccica sulle dita, sarà per quella odiosa fatica nel piegare le pagine del giornale facendole combaciare (magari mentre si è in strada durante una tromba d'aria), sarà come sarà ma personalmente la versione digitale on line mi ha catturato, senza grossa fatica in verità. Ma questa mattina ho voluto fare una piccola eccezione. Sono andato dal mio edicolante di fiducia (di un tempo) per chiedere una copia de La Stampa di Torino, solo ed esclusivamente per il piacere tutto mio del tenere in mano il cartaceo e godermi riga dopo riga la bella intervista di Claudio Sabelli Fioretti all'ex ministro delle Finanze ed ex pezzo da novanta del vecchio Partito Socialista, vale a dire Rino Formica. Non è più un giovincello il Formica, ma da come ha tenuto botta al Sabelli Fioretti e per come ha dato certe risposte a certe domande, ho capito che personalmente ci metterei veramente la firma per poter arrivare ottuagenario (in quelle condizioni intellettive) come ci è arrivato Rino Formica. E per chi non avesse goduto della suddetta intervista, voglio rimediare pubblicandola integralmente. Buona lettura.
Ricordate i nani e le ballerine? La lite delle comari? La politica sangue e merda? I conventi poveri mentre i frati sono ricchi? Il poker d'assi di Craxi contro Di Pietro? Era lui, sempre lui, il potente ministro delle Finanze socialista, Rino Formica. Quando si sfasciò il Psi tutti i socialisti si riaccasarono. Chi inseguì gli elettori, trovò seggi con Berlusconi. Chi preferì la storia, si accomodò negli angusti spazi offerti dal Pds. Lui scomparve. Si dette agli studi. Non si presentò più alle elezioni. Smise di votare, o quasi. E anche le interviste: niente, o quasi. Uscì dalla Prima Repubblica e non entrò nella Seconda. "Persa la famiglia socialista non sentivo il bisogno di entrare in un'altra. Nel 1992 avevo fatto un disperato tentativo convincendo Craxi a dare la segreteria a Benvenuto. Ma Benvenuto crollò. Le pressioni furono forti." Da parte di chi? "Dall'esterno." Cioè? "Un mondo complesso." Che vuol dire? "Non si può dire." Perché? "Insomma, quella fase andava chiusa con la liquidazione del Psi." Forze internazionali..."Quando una piccola potenza fa la politica di una grande potenza, nei momenti di difficoltà dei potenti può trovare spazio. Ma quando il potente può fartela pagare, te la fa pagare." Un socialista dove deve andare? Stefania è a destra, Bobo a sinistra..."Non ho mai criticato chi è andato di qui o di là. Era un momento di sbandamento. Chi ha trovato casa, chi il capanno, chi una villa...benissimo. State dove vi chiama il ventre o l'intelligenza. Ma non manipolate la storia". A chi stai pensando? "A Giuliano Amato...E' un manipolatore della storia...E' anche l'unico socialista che viene utilizzato ad intermittenza e a rate nel PD. Sai perché? Perché tutti sanno che nel Psi Amato contava meno del due di briscola". Hai detto che è un bugiardo... "E' la verità. Un esempio. Alla famosa riunione della segreteria, quella del poker d'assi contro Di Pietro, Amato c'era. Intervenne proprio su come fronteggiare Di Pietro. Il giorno dopo Scalfari scrisse un violentissimo attacco ad Amato perché aveva partecipato ai lavori della segreteria pur essendo presidente del Consiglio. Amato mi telefonò: Devo fare una smentita. Dirò che non ho partecipato ai lavori in cui si è parlato di Di Pietro". Chiedeva complicità? "Esattamente. Mi disse: Sei l'unico che potrebbe rompermi i coglioni. Posso fare questa dichiarazione? Gli dissi: Falla, va benissimo per me. E lui la fece." E tu tacesti... "Fino a quando cominciò a dire che non sapeva di questo, non sapeva di quello. Non sapeva niente". Non sapeva del sistema delle tangenti... "Come uno che fa parte di una famiglia dove entra uno stipendio di mille euro al mese ma si vive al ritmo di 2 mila euro al giorno". Anche tu sapevi... "Ma certamente, come no?" Ma Amato negava... "Perché non era un intellettuale organico. Era ingaggiato. Un professionista. Praticamente un tassista". Hai detto: Non sta mai fermo, esiste solo se balla... "E' noto che il decreto salva-Mediaset l'ha fatto lui". Quello grazie al quale Craxi riaccese le tv di Berlusconi... "Due sono le cose. O l'hai fatto su commissione e dici: Vabbè, non me ne fotte niente, mi hanno ordinato un pacco e io l'ho consegnato..." L'intellettuale tassista... "Oppure dici: Ci ho messo la mia convinzione. Lo difesi e lo difenderò." E invece non lo difende... "Ha collaborato con Craxi, ha ispirato Craxi, ha sostenuto Craxi con dottrina e con sapere". Dopo la morte di Craxi hai detto: Non lascio campo libero ai pentiti ciarlieri. "Gli ex comunisti". D'Alema, presidente del Consiglio, offrì di fare i funerali di Stato."E allora? Dopo quello che gli aveva fatto...dopo avergli impedito di curarsi in Italia..." Come poteva D'Alema farlo tornare in Italia a curarsi? Era latitante. "Un governo forte poteva risolvere questo problema. Bastava un decreto per farlo curare a Milano." I funerali di Stato non ci furono. "Bobo e Stefania non vollero. Fu un errore gravissimo. Coprì la contraddizione". Perché Craxi non tornò? Massimo due giorni di galera... "Quando alla fine del 1993 c'era la certezza che ci sarebbe stata una sventagliata di provvedimenti coattivi, io posi il problema a Craxi: Abbiamo tutti il dovere di rimanere qui. Questa vampata si spegnerà. Si tornerà ad una maggiore serenità di valutazione". Che cosa rispose Craxi? "Ad un atto ingiusto io non resisto. Io andrò via". Non hai cercato di convincerlo? "Gli dissi: Commetti un errore gravissimo. Nei confronti della comunità che ti ha voluto bene e nei confronti di te stesso". Non ti ascoltò. "Craxi aveva un grande bisogno di aria, di libertà. La sola idea di essere chiuso gli sarebbe stata fatale". Tu inventasti i nani e le ballerine. "L'assemblea nazionale." Eri contrario. "Non solo io. Tutta la sinistra, Signorile in testa. Ma quando si votò ci fu l'unanimità". Oggi c'è il pericolo di una deriva autoritaria? "La dittatura è la forma più dura, più spietata di sacralità della politica." E allora? "Quello di Berlusconi è un partito barattolo, un contenitore, come quello di Veltroni". E allora? "Il leader di un partito barattolo è immune dalla dittatura: proprio lui è il grande picconatore della sacralità della politica. Fa "cucù" alla Merkel...Te lo immagini dittatore?". Recentemente hai polemizzato con Bassanini. L'hai definito craxiano e lui se l'è presa. Dice che era lombardiano. "Talmente lombardiano che nel '79 aveva fatto il programma di governo di Bettino. E fu sostenuto alle elezioni dai craxiani. I lombardiani sostenevano Cicchitto". La sede e l'utenza del telefono della corrente lombardiana di Roma erano pagate da Licio Gelli... "E' vero. E non mi risulta che il lombardiano Bassanini avesse mai preso le distanze da questa faccenda". La corrente lombardiana, la più a sinistra, in casa di Gelli? "Il problema è Signorile." Cioè? "Era simpaticamente disinvolto..." E allora? "Non voglio riaprire polemiche con lui". Dietro i lombardiani c'era Gelli? "Gelli non stava dietro... Gelli era un intelligente speculatore". La P2... "La P2 era una copertura. Serviva, su suggerimento dei servizi Nato, a non fare accorgere a nessuno dell'esistenza di una rete clandestina, un club, dove erano iscritti tutti i capi dei servizi. Qualcosa di eversivo. E Gelli era un drittone". Ma poi la P2 è scoppiata... "Solo quando in America hanno sentito che cominciava a puzzare, che Gelli si era montato la testa, che voleva mettere sotto Calvi, mungendogli soldi. E che voleva fottersi il Corriere della Sera". Dietro la P2, l'America... "Io ho fatto parte della commissione P2. Nella lista c'era anche Randolph Stone, capo della Cia in Italia. Figurava come imprenditore. Quelli dell'elenco sono stati sentiti tutti. Tranne Stone. In Commissione continuavo a dire: Ma vogliamo convocare Stone?" Cosa ti rispondevano? "Niente". E tutto questo significa... "Che Stone Gelli lo ha messo lì a garanzia che stava svolgendo una funzione per conto loro...Com'è che questa loggia non ha mai avuto, nella sua vita, una riunione?" Com'è? "Era una casella postale." Gelli era potente. Nominava le alte cariche... "Un vecchio trucco democristiano. Quando sapeva che c'era una nomina, prometteva a tutti i candidati di interessarsi. Alla fine, quello nominato, era conquistato per sempre". C'è ancora la P2? "Sotto altre forme ce ne saranno centomila". Tu facesti il nome di Belzebù...di Andreotti... "Si pensava che la P2 fosse un luogo di raccordo nazionale. Invece aveva una spinta sovranazionale." Che c'entra Andreotti? "Andreotti sapeva..." Quindi non pensi che sia il grande vecchio dietro a Gelli... "No, lui non guidava Gelli. Però che ci fosse una casella postale di un luogo che aveva una sua legittimità, a livello internazionale, lo sapeva". Lo hai definito un grande inquinatore... "Sbagliavo. Lui è un grande uomo di Chiesa. E' il vero capo di governo vaticano prestato all'Italia. Nel suo studio ho visto un quadro molto bello di Guttuso. C'è una serie di cardinali. E sotto la dedica: Al cardinal Andreotti e una figura mezzo cardinale e mezzo laico. Lui". Perché Cicchitto si è iscritto alla P2? "Si era aperta la successione a Lombardi. Cicchitto sapeva che Signorile era protetto dalla P2." Signorile non era della P2. "Sicuramente aveva rapporti. Signorile è sempre stato molto levantino, abile". Il piano di rinascita democratica di Gelli non ti sembra quello di Berlusconi? "Il piano non è per nulla un elenco di azioni eversive. Bisogna essere onesti: il piano di rinascita è il piano comune che hanno sia il PD che Berlusconi. Un giorno ero con Macaluso e leggemmo una presa di posizione del PD. Commentammo: Ma questo è il piano di Gelli!" Tu sei sempre stato poco diplomatico. Hai definito Signorile uno stupido. "Signorile non è uno stupido. Forse in qualche occasione si comportò da stupido". Merzagora un uomo poco serio... "Quello sì. Quando ero segretario amministrativo del Psi scrisse in forma allusiva che avevo fatto una speculazione sui titoli Ferruzzi. Lo querelai. Lui non si fece mai dare l'autorizzazione a procedere...sviò, svicolò. Fece di tutto per non andare davanti al giudice. Lui che aveva uno yacht che batteva bandiera panamense". Gaetano Scamarcio disse che non ti si doveva affidare nemmeno la gestione di una salumeria... "Fu un eccesso di zelo da parte degli amici di Andreotti. Cercavano qualcuno della mia parte che mi desse fastidio. Trovarono Scamarcio". Franco Reviglio disse: Non potevo avere un successore peggiore alle Finanze... "Io non potevo avere un predecessore più inesperto." Perché inesperto? "Era un professore universitario ma si occupava molto più del sottogoverno che degli studi". Sei favorevole alla pubblicazione delle intercettazioni? "Ciò che si riferisce ad una responsabilità grave va pubblicato. Ma l'operazione difficile è la lettura delle intercettazioni. E la depurazione. Poi bisogna considerare il grado di sensibilità dell'opinione pubblica. Io non voglio fare i nomi...ma insomma quando Mattei si occupava di petrolio...se avessero intercettato le sue telefonate per avere il favore dello Scià..." Il Pci è stato il grande intercettatore e il grande intercettato, dicesti una volta... "Il Pci, con l'aiuto dei sindacati, aveva i suoi uomini all'interno delle società telefoniche...poteva ascoltare tutte le telefonate che voleva. Bastava combinare bene i turni..." Che cosa pensi dei politici di oggi? "Non hanno la bussola". La bussola è l'ideologia? "L'ideologia, un insieme di valori..." Per Berlusconi ideologia è un insulto... "Berlusconi è l'interprete delle tendenze di fondo del Paese. Ordina un sondaggio, legge i risultati e si adegua. Ai miei tempi il compito della politica non era conoscere la realtà, ma forzare il corso delle cose. Adesso si sta dietro il corso delle cose." Chi è che non ti piace a sinistra? "Il trasformista. Quello che fa la scelta e poi cerca il consenso. Oggi abbiamo una classe dirigente trasformista, che produce trasformismo. Sia a destra che a sinistra. Sia Berlusconi che Veltroni". Berlusconi lo conosci? "E' venuto un paio di volte al ministero". Ti eri occupato della famosa Iva di cui si parla tanto adesso. Dicono che facesti un piacere a Berlusconi concedendogli l'aliquota del 4%. "Alla Rai, per il canone, veniva applicato il 4%. La commissione bicamerale dei Trenta chiese al governo di applicare il 4% per tutti, pubblici e privati". Che impressione ti fece Berlusconi? "L'avevo conosciuto ancora prima, nel 1977, a una riunione al circolo di Aniasi. Me lo aveva segnalato Craxi: Troverai un giovane imprenditore milanese, uno che potrebbe anche essere amico nostro. Non mi fece una grande impressione. Capelli lunghi e tanta brillantina. Mi dette fastidio. Pensavo che la brillantina fosse di destra". Avevi visto giusto... "Alla fine ci mettemmo a parlare in un salottino. Mi disse: A me piacerebbe fare la politica. Io gli chiesi: Che cosa vorrebbe fare?. E lui: Il ministro degli Esteri. Quando tornai a Roma lo raccontai a Craxi. Craxi si mise a ridere: Ma chi cavolo è questo qui? Ma che si tolga di torno." Poi però cambiò idea...si precipitò da Londra per fargli il decreto che riaccendeva i suoi ripetitori...sembrava un suo suddito... "Craxi voleva rompere gli schemi del monopolio dell'informazione". Di Berlusconi hai detto: Le sue posizioni mutano secondo le convenienze. "Gli aristocratici della monarchia sabauda industriale di Torino dicevano: Ciò che fa bene alla Fiat fa bene all'Italia. Berlusconi pensa la stessa cosa. Quello che fa bene a Mediaset fa bene all'Italia". Cosa pensi delle leggi ad personam? "Una volta si diceva che le leggi sono come banconote: messe controluce, in filigrana si vede la testa del Re". Oggi si vede la testa del Re anche se non le metti controluce." Il sistema democratico dovrebbe risolvere la questione. Basterebbe la chiarezza". Esempio? "Avrebbero dovuto dire: Portiamo davanti al Parlamento il fatto che sono stati compiuti atti giudiziari che configurano un caso di persecuzione. La società liberale aveva risolto questo problema. Il fumus persecutionis era la ragione per la quale non si dava l'autorizzazione a procedere. Ma lo chiamava col suo nome". Berlusconi ti piace? "E' stato un innovatore. Ha svelato l'animo profondo di questo Paese, moderato e individualista. Ha messo in evidenza i difetti italiani e li ha chiamati virtù". Gioco della torre. Bobo o Stefania? "Li butterei giù tutti e due..." Perché? "Non danno un bello spettacolo". Cioè? "Fanno pensare che Craxi non fosse capace di insegnamento". De Michelis o Boselli? "Boselli è modesto. E' la sottoburocrazia comunista dell'Emilia." Martelli o Intini? "Di Martelli uno si affeziona all'intelligenza. E alla capacità chirurgica di intervenire sui fatti. Intini è più schematico. E' un vecchio funzionario bolscevico. Non butto nessuno dei due. E' già avvenuta una strage di socialisti per mano altrui". Visco o Tremonti? "D'Alema, quando gli dissero che Visco stava facendo una politica fiscale contro gli operai, disse: Visco è sia contro gli operari che contro gli industriali. E' contro tutti. A Visco manca la visione politica. Tremonti è aperto al nuovo. Se uno non sapesse, penserebbe che Tremonti è di sinistra e Visco è di destra..." Tremonti di sinistra? "Strutturalmente di sinistra. Ha la capacità di essere raffinatamente doppio". Mentana o Vespa? "Mentana ha una sua capacità creativa. Butto Vespa. Porta a porta potrebbe essere il Bignami della politica. Invece è Novella 2000". Mieli o Mauro? "Tutti e due hanno sulla coscienza il fatto di aver partecipato al falò dei socialisti. Ma butto Mauro perché è il più antisocialista". Repubblica o Corriere? "Il Corriere è antologico. Mantiene una linea di fondo di ispirazione realistica. Repubblica è fuori stagione. E' l'unico grande giornale in Italia che riesce ad essere nostalgico apparendo innovativo. Nostalgico, peggio che conservatore. Nelle sue pagine non c'è una riga che non appartenga allo strapassato". Qual è il giornalista che proprio non sopporti? "Se ti dovessi dire quello che mi dà fastidio... però mi dispiace dirlo perché... insomma è Scalfari. Invecchia male. E' diventato insopportabile. E' di una faziosità antica. Dà un giudizio sui partiti politici secondo le esperienze di 40 anni fa. Secondo i suoi riconoscimenti o i torti o gli insuccessi che coltivò allora". Sarà mica innamorato ancora di De Mita... "Sicuramente no. Ma non ha mai detto una parola sull'errore di quell'innamoramento. Lui è ancora al punto che De Mita è bravo perché cercava di fregare Craxi". Perché Scalfari ce l'aveva con Craxi? "Perché era quello che voleva essere lui. Il segretario del Psi".

lunedì 8 dicembre 2008

la crisi secondo il Censis


Secondo me in questo periodo si discute più della crisi economica e delle tredicesime già impegnate che non della "guerra tra Procure" o della carne di maiale irlandese alla diossina. Gira che ti rigira la paura della povertà, lo spettro della recessione, il terrore di rimanere letteralmente in mutande non fa dormire sonni tranquilli agli italiani. Se poi ci si mette pure il Censis (http://www.censis.it/) con il suo rapporto annuale sullo stato di salute del nostro caro Belpaese, allora siamo proprio a posto. E' vero, la crisi è globale e epocale e nessuno, tantomeno un Paese economicamente provato e politicamente impazzito come l'Italia, ne uscirà com'era, dice il pessimismo della ragione internazionale. La crisi passerà e noi ne usciremo più forti che prima, dice l'ottimismo della malafede nazionale, mantra quotidiano della premiata ditta Berlusconi & Tremonti. In questa schizofrenia di messaggi si infila, appunto, il Rapporto del Censis, quello che ogni anno, fra un colpo al cerchio e uno alla botte, fotografa la situazione sociale e sentimentale del paese. La crisi c'è, dice dunque il Censis, e l'Italia può sperare di uscirne in piedi solo disponendosi non a un riadattamento ma a una metamorfosi: cambiare è obbligatorio. Il lessico biologico, che l'anno scorso fissava nella metafora della «mucillagine» l'avanzato processo di decomposizione gelatinosa della società italiana, fornisce anche quest'anno la chiave per segnalare il bivio a cui la mucillagine si ritrova inchiodata. Alla crisi si può reagire in due modi: con un processo di ad-aptation, che significa adattarsi mimeticamente allo stato delle cose restando più o meno quello che si è, o invece di ex-aptation, che significa trasformarsi facendo leva su un fattore esogeno, su un «reagente chimico» esterno. Tradotto per il volgo, in preda a una vera e propria «regressione antropologica». Ingredienti di base l'individualismo sfrenato, le emozioni di superficie e una «intima insicurezza» aumentata, non lenita, dalla rincorsa politica (i militari per strada, la social card) verso il panico mediatico (sulla microcriminalità, l'immigrazione, l'impoverimento) e così via. Ma così facendo la società italiana rischia di reagire, al «salutare allarme collettivo» suonato dalla crisi, nel modo sbagliato. Come? Rimuovendo, derubricando, pensando che la crisi non è altro che un'ennesima bolla che si sgonfierà da sé. E autorassicurandosi sulla «solidità di fondo del sistema». Convincendosi insomma che ce la farà come ce l'ha sempre fatta: scaricando sulla famiglia la disoccupazione e il tracollo del welfare, smussando sulla piccola dimensione territoriale la durezza delle dinamiche globali, temperando un po' la «western way of life» fatta di consumi e capricci. Quegli stessi vizi antropologico-politici che il Censis stesso non ha mancato negli anni scorsi di esaltare come virtù, e da cui oggi deve invece prendere distanza: fidandosi di com'è e di com'è sempre stata, l'Italia rischia «un silenzioso collasso per implosione». Non sfugge al Censis, cioè al suo presidente Giuseppe De Rita, la dimensione storica della sfida. La crisi che chiude il trentennio liberista domanda un cambiamento all'altezza di quello che aprì, nel secondo dopoguerra, il trentennio della ricostruzione, dello sviluppo, del welfare. Allora c'erano la democratizzazione e l'intervento pubblico in economia a fare da stimolo per superare il trauma della guerra e della dittatura. Oggi invece la mucillagine rischia di rimanere imprigionata su se stessa, contenta della sua vischiosità. La spinta non può venirle da dentro ma solo da fuori. O meglio, da un fuori che già le vive dentro, non visto e non riconosciuto: gli immigrati che contaminano il tessuto demografico, le «minoranze vitali» e il protagonismo femminile che cambiano le pratiche sociali, le nuove oligarchie che smuovono l'economia. «Fattori che vengono dal fondo del mare, spinte vitali primordiali» che il linguaggio forbito di De Rita contrappone alla «siderale razionalità della cultura internazionale», senza vedere che è proprio con l'internazionalizzazione degli scambi e della cultura che ciascuno di essi ha a che fare. Un'altra cosa invece la vede, e cioè che questa promessa di metamorfosi, «forse già silenziosamente in marcia», ha bisogno di «respirare a pieni polmoni» e di prendere il largo, mentre la politica pensa corto, decide senza immaginazione, si fa forte di un potere senza relazioni. Chiude l'aria invece di aprirla. La crisi è globale, ma niente come la mucillagine italiana rischia di implodere. Non solo per l'impoverimento ma anche per il soffocamento. Che brutta sensazione...

la vera informazione (utile) di servizio


In tempi magri per l'economia e per i consumi (anche se si avvicina il Natale), con la paura del "bidone" dietro l'angolo o dell'ennesima truffa alimentare in agguato (maiale irlandese docet), ecco che l'informazione di servizio per il cittadino, per il consumatore, diventa una sorta di zattera di salvataggio cui aggrapparsi per non affondare nel mare infido e spietato dei trabocchetti e delle fregature ad opera delle varie aziende più o meno disoneste. Una sorta di baluardo editoriale, in questo contesto, è rappresentato da Il Salvagente, il settimanale nato in difesa del consumatore e conosciuto per le battaglie civili e per le inchieste rivelatrici di inganni e soprusi ai danni del cittadino inerme. Consumi delle auto truccati dalle case costruttrici, Rc Auto a confronto, formaggi e truffe, scarpe tossiche, banche e mutui casa, latte alla melamina, il business dei cordoni ombelicali, cosa cambierà con il maestro unico, come scoprire se i nostri risparmi nelle banche sono davvero a rischio. Sono temi che in tempi di crisi e d’incertezza interessano sempre di più. "Basta vedere il tempo che ora gli italiani passano a studiare i prodotti davanti agli scaffali dei supermercati prima di metterli nel carrello", dice un manager di una azienda di primissimo piano come Unilever. Ed è su temi come questi e su un target di cittadini curiosi e insieme diffidenti che si esercita da 17 anni Il Salvagente: l’elenco degli argomenti sopra citati è infatti quello degli strilli di due fra le ultime copertine del settimanale. Carta povera, ma una straordinaria densità informativa, Il Salvagente è edito da Editoriale Il Salvagente, società cooperativa di giornalisti e tipografi, che l’ha preso in mano nel 1992, quando il suo primo editore, L’Unità, aveva deciso di chiuderlo. Da allora, con molta fatica, stipendi e costi al minimo, il prodotto è cresciuto in autorevolezza e diffusione (dichiarata attorno alle 45-50mila copie, con 5mila abbonati paganti), è un marchio riconosciuto e utilizzato per libri e servizi di editing, rivolti in particolar modo ad alcuni portali Internet come quello della Regione Emilia-Romagna, e dal luglio scorso fa sistema con un sito Internet (http://www.ilsalvagente.it/) che non è più una semplice vetrina del giornale cartaceo, ma è diventato un vero e proprio quotidiano on line che apre l’home page con le principali notizie d’attualità, senza paura di scarrocciare sulla politica. In definitiva, un vero e proprio must per i consumatori alla ricerca di conferme e di verità su aziende e prodotti di cui potersi fidare. E di questi tempi non è poco...

domenica 7 dicembre 2008

la morale dell'Immorale


A volte non riesco proprio a capacitarmi di fronte a quello che vedo o che sento quando in ballo c'è Lui, il pluridecorato re della menzogna e dell'immoralità. Sì, proprio lui, il presidente del Consiglio che milioni di italiani (spero non immorali quanto lui) hanno eletto a loro rappresentanza e guida non più tardi di 8 mesi fa. Il presidente del Consiglio che si permette, con quella bella faccia da pirla, di dare lezioni di morale e moralità al principale partito avverso e ai suoi rappresentanti o esponenti, prendendo a stupido pretesto la polemica innescata dal sindaco di Firenze dopo un'inchiesta de L'espresso. Un presidente del Consiglio che ieri si è messo pure a correre, in pieno centro a Pescara, in giacca blu e seguito (con la lingua di fuori) da guardiaspalle, telecamere, fotografi e giornalisti, lungo corso Umberto quasi fino a piazza Sacro Cuore. Una prestazione ginnica a sorpresa del settantaduenne presidente del Consiglio nella visita, non tanto a sorpresa, a tutto vantaggio del candidato del PdL, Gianni Chiodi, "in corsa" come presidente della Regione e che se la deve vedere con Carlo Costantini, candidato di tutto il centrosinistra dal PD all’Idv alla Sinistra democratica, che di anni invece ne ha appena quarantasei. Con quella di ieri (sabato del ponte dell’Immacolata) siamo già alla seconda visita del premier per la campagna elettorale in Abruzzo, dove si vota il 14 e 15 dicembre. E tra lo scatto ginnico, mani da stringere e sondaggi da declamare (che naturalmente lo danno per vincente), iniezioni di ottimismo ai consumatori e quant'altro, Silvio Berlusconi si mette anche a fare la predica al PD. Siamo alla vigilia di una nuova tangentopoli?, chiedono i giornalisti al Pifferaio di Arcore. «Non amo questo nome, non lo amo proprio (chiaramente si riferisce a Tangentopoli non al Pifferaio...) e spero non sarà così - risponde il premier - certamente la sinistra italiana sbagliava quando pretendeva di avere l'esclusiva dell'etica. Non ce l'ha e non l'ha mai avuta». Ma anche senza attendere i cronisti al seguito è questo il leit motiv che ripete già appena sbarcato a Pescara dal suo elicottero: «È innegabile che ci sia, e c'è assolutamente», una questione morale all'interno del PD. Una predica che fa infuriare il vicesegretario del Partito Democratico Dario Franceschini. «Berlusconi che parla di questione morale nel PD? È l'ultimo uomo al mondo che può permettersi di farlo. Provi a ripetere la stessa frase davanti allo specchio e vedrà che non ci riuscirà neppure lui per la vergogna». Ma il premier insiste. Gli chiedono cosa ne pensa del sindaco di Firenze incatenato al cancello di Repubblica e del gruppo Espresso a Roma per denunciare di essere stato ingiustamente calunniato. «Cosa volete che vi dica – dice il premier -. E allora io chissà per quanto tempo mi sarei dovuto incatenare. Avrei dovuto farlo tutti i giorni». Quanto all’Abruzzo, dove promette di ritornare una terza volta prima delle votazioni, soggiunge:«È una cosa ignobile che la sinistra continui a raccontare la stupidaggine che il governo di centrodestra abbia sottratto fondi all'Abruzzo. Così come è ignobile l'atteggiamento avuto dalla sinistra sul decreto Gelmini per la scuola e ignobile il comportamento avuto sulla normalizzazione dell'Iva per Sky». Per Berlusconi sono tutte e solo «figuracce che la sinistra ha fatto». La crisi sta mettendo a rischio posti di lavoro? Anche questa è una menzogna della sinistra. «Questa è la canzone che la sinistra e i media della sinistra divulgano ogni giorno».Va tutto bene: «Dobbiamo saper reagire - ha insistito - al "tanto peggio tanto meglio". È nelle nostre possibilità». E come si fa. Comprando. «Bisogna comprare europeo», è il suo consiglio. Lui che ammette di essere venuto a Pescara per Chiodi e anche per farsi un giro nei negozi. E vuoi vedere che riesce anche a trovare a prezzi da saldo un bel "brillocco" da regalare per Natale alle sue amate Veronica e Mara? Magari spendendo anche qualche decina di migliaia di euro. Tanto per rimanere in tema di moralità...

sabato 6 dicembre 2008

l'autorevolezza della Rete


Per chi come il sottoscritto usa e abusa di Internet da quasi 10 anni è un gioco da bambini spezzare una lancia in favore dell'autorevolezza o meno della Rete rispetto ai canoni preesistenti dell'informazione. Negli ultimi tempi ampie discussioni e infuocati dibattiti on line (e non solo) hanno focalizzato l'attenzione degli internauti sulle problematiche, vere o presunte, sorte dall'affidabilità delle notizie circolanti sul Web, sia tramite blog sia con altra forma indipendente di informazione o pensiero. Quando ho letto recentemente di un convegno sull’autorevolezza dei media, con l’obiettivo neanche tanto recondito di rivalutare il futuro dei media tradizionali, dei quotidiani in particolare, nei confronti del mondo Internet, mi sono alquanto stupito delle relative polemiche generatesi. La tesi di fondo è abbastanza semplice: le notizie, le opinioni, i dibattiti che troviamo sulla Rete non godono del controllo di un caposervizio, di un caporedattore, di un direttore, quindi non sono affidabili o almeno non sono "autorevoli". Ergo i quotidiani hanno un grande futuro davanti come unici depositari di questa "autorevolezza". Debbo confessare che mi sarebbe piaciuto assistere al convegno, ma leggendo gli ampi resoconti sui quotidiani e su alcuni siti di riferimento, mi sono fatto l'idea che il dibattito sia stato più una seduta di autorassicurazione collettiva di un gruppo di persone con poca convinzione del proprio ruolo futuro o in cerca di parole d’ordine rassicuranti e con una scarsa conoscenza del mondo Internet, che non un vero e proprio terreno di confronto. L’autorevolezza nel mondo della Rete non è, e non sarà mai, affidata a un caporedattore, a una testata, a una marca. E' per definizione affidata agli internauti, agli user. E funziona meglio di qualunque caporedattore. Eccovi alcuni esempi concreti. Esempio numero uno. La rivista scientifica Nature ha comparato l’enciclopedia Britannica e Wikipedia su quarantadue lemmi scientifici. Come si sa Wikipedia è una enciclopedia on line alimentata dagli internauti stessi, senza comitati scientifici o redattori. La Britannica ha invece un comitato scientifico composto da autorevoli studiosi delle varie materie. Bene, su quarantadue voci Wikipedia aveva quattro errori e la Britannica tre, con la differenza che il giorno dopo la pubblicazione dell’articolo di Nature Wikipedia li aveva già corretti, mentre la Britannica ha dovuto attendere la successiva edizione. È ovvio che sia così; qualche decina di studiosi si confrontano con migliaia di user che comprendono, a seconda degli argomenti, dilettanti, appassionati e studiosi stessi. La Britannica sarà sempre perdente. Esempio numero due. La gran parte degli utilizzatori di Internet usa Google per ricercare sulla Rete. Il sistema page rank di Google stabilisce la gerarchia con cui presentare i risultati delle ricerche. Il motore dietro il sistema "rilegge" tutto quello che c’è sulla Rete sull’argomento investigato e lo elenca in un ordine che è guidato dal numero di link che ogni sito ha evidenziato. In altri termini il primo della lista è quello che gli internauti hanno già consultato di più e via così per l’intera lista. La qualità è automaticamente definita dalla quantità. È come se Google realizzasse su ogni argomento un gigantesco referendum. Ditemi voi perché io dovrei sentirmi più rassicurato dalla selezione fatta da un giornalista o da un caporedattore. Esempio numero tre. Per vari motivi ho seguito con molta attenzione la campagna elettorale americana. La mia routine negli ultimi 120 giorni è stata: il sito Cnn per i filmati dei dibattiti e degli speeches; YouTube per la satira di "Saturday night life"; due blog, The Huffington Post (http://www.huffingtonpost.com/) e Politico.com (http://www.politico.com/) per le novità. Poi come al solito ho letto i corrispondenti dei maggiori quotidiani italiani e non sono riuscito a leggere nulla che non sapessi già, anzi in molti casi ho trovato un resoconto "adattato" e banalizzato di quello che stava accadendo. Esempio numero quattro. Le grandi "marche" di Internet sono tutte degli "organizzatori", dei "facilitatori": Google, Yahoo!, eBay, Facebook, YouTube, MySpace, ecc. organizzano o classificano i contributi degli utenti, favoriscono aggregazioni, transazioni, scambi di opinioni e di contenuti. Nessuno di loro gerarchizza, sceglie per l’utilizzatore. La sintassi di Internet è democratica per definizione e basata sulla quantità. Per dirla in termini giornalistici la verifica delle fonti e delle notizie è affidata al controllo immediato e istantaneo di milioni di user con una forte predisposizione a interagire e a intervenire correggendo. E si potrebbe continuare con molti altri esempi. Alla fine di quanto sopra esposto stupisce solo che i direttori dei maggiori quotidiani italiani non abbiano colto queste evidenze. E magari continuino ancora a discutere, a discutere, a discutere...

giovedì 4 dicembre 2008

il censore puritano




Faccio pubblica ammenda per non essermi ricordato del compleanno di un uomo di cultura (anche se gossippara) che seguo fin da quando faceva il disc-jockey (che peraltro ho fatto anch'io in illo tempore...). Un uomo di successo e molto apprezzato per la feroce ironìa con cui giornalmente, oramai da più di 8 anni, mette alla berlina i "supercafonal" sul suo sito Dagospia. E' pacifico che sto parlando di Roberto D'Agostino, 60enne dal look paragiovanile (o paraculistico, fate vobis), ricordato negli anni che furono per le sue lezioni da tuttologo nel programma di RENZO ARBORE "Quelli della Notte". Ma diventato famoso, ahilui, più per il ceffone con Vittorio Sgarbi (http://it.youtube.com/watch?v=c2Ehsmc3XwA) che per i missaggi in consolle. Ma tornando ai giorni nostri, debbo ammettere che D'Agostino, in fondo, è diventato un moralista. Prova ne sia la sua meticolosa rassegna dell’osceno, la sua certosina ricerca dell’orrore rappresentato senza sconti, il suo essere puritano e censore dei costumi e delle scostumatezze, espresso apertamente su quel blog multiforme riconosciuto dalla non sibillina sigla di «Super-Cafonal», con la dépendance del cafonalino. Il suo killer, oramai seriale, Umberto Pizzi, s’incarica per lui d’impallinare l’Italia godereccia ritratta spietatamente nella sua spudorata sincerità. L’insieme, ottimamente calibrato di sacro e profano (lì dove il sacro è l’immagine disgustosa e il profano la notizia in anteprima profusa senza censure), ha regalato al sito «Dagospia» un’aureola di religioso rispetto. Oramai si interroga il suo sito come una sibilla cumana. E si spia dal buco della serratura di una certa società magnacciona. E visto che siamo «sull’orlo del burino» il più volgare dei reality trova la sua acconcia fine in un libro, ovviamente fotografico, che raccoglie il meglio dello schifo mediatico e salottiero. Quattrocentoquaranta pagine rilegate da Mondadori sullo stile di un catalogo d’arte. Il titolo «Cafonal» la dice lunga. I due autori, D’Agostino & Pizzi, fanno il resto. Il libro, a sfogliarlo, sembra un trattato di sociologia. O meglio, di antropologia culturale scritto con le facce, i corpi debordanti, le tette rifatte, le labbra a canotto, il potere esibito nelle mani forchettate. Perché è la grande abbuffata il filo conduttore che unisce i «morti di fama». Ci si rimpinza a bocca piena e a gambe larghe (per tenere il piatto in equilibrio), ci si ingozza come se fosse l’ultimo buffet, l’ultimo bucatino prima del deliquio. D’Agostino, sadico oltre che moralista, mentre condanna s’indigna e si diverte, conia aforismi graffianti, s’affida a Pizzi per l’affondo finale. Una cosa va però detta: il mondo qui magistralmente rappresentato fa parte di Roma e da Roma non prescinderà mai. Anche quando oltrepassano i Castelli, sono sempre i cafoni del generone capitolino a essere Pizzicati. Ma non per mania campanilistica: è che oltre quel confine quell’universo non c’è. Una volta una signora torinese molto in vista fu ospite d’onore in una festa romana d’alto lignaggio. Tutti finirono su Dagospia e lei se ne adontò. Tale reazione stupì molto la padrona di casa che le disse. «Ma come, tutti vogliono finire sul Cafonal». L’altra non capì; adoperava canoni di comportamento che s’adattavano ovunque, tranne che a Roma. Alcuni giornalisti sprovveduti s’inorgogliscono di vedere il loro articolo ripreso da Dagospia. Non sanno i poveretti che D’Agostino sceglie per amore di paradosso ciò che più gli piace, dunque il peggio sulla piazza, l’articolo più ridicolo, il tema più inutile (e Dio ci salvi dalle dovute eccezioni). Perciò, sempre restando fedeli allo stesso sistema di misura, grazie a D’Agostino & Pizzi si ha la misura del potere che sale e che scende le scale di un salotto. Che a sua volta, sale e scende d’importanza a seconda di chi lo frequenta. I politici sono mazzolati comunque, in un perfetto dileggio bipartisan. Fassino, Berlusconi, D’Alema, la sedicente contessa, l’attricetta, la velina, tutti nello stesso calderone, tutti con il boccone in bocca, tutti indecenti. Il potere, si dirà, non alberga solo a Roma. Certo, ma i potenti a Roma ci vanno e sono pochissimi quelli che resistono alla tentazione di presenziare. In agguato troveranno Pizzi. Il quale, da moralista anche lui, non fotografa mai sua moglie e non ha fotografato la festa dei 60 anni di Roberto D’Agostino. Il Cafonal non entra in casa di chi l’ha creato. Per fortuna...