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lunedì 8 dicembre 2008

la crisi secondo il Censis


Secondo me in questo periodo si discute più della crisi economica e delle tredicesime già impegnate che non della "guerra tra Procure" o della carne di maiale irlandese alla diossina. Gira che ti rigira la paura della povertà, lo spettro della recessione, il terrore di rimanere letteralmente in mutande non fa dormire sonni tranquilli agli italiani. Se poi ci si mette pure il Censis (http://www.censis.it/) con il suo rapporto annuale sullo stato di salute del nostro caro Belpaese, allora siamo proprio a posto. E' vero, la crisi è globale e epocale e nessuno, tantomeno un Paese economicamente provato e politicamente impazzito come l'Italia, ne uscirà com'era, dice il pessimismo della ragione internazionale. La crisi passerà e noi ne usciremo più forti che prima, dice l'ottimismo della malafede nazionale, mantra quotidiano della premiata ditta Berlusconi & Tremonti. In questa schizofrenia di messaggi si infila, appunto, il Rapporto del Censis, quello che ogni anno, fra un colpo al cerchio e uno alla botte, fotografa la situazione sociale e sentimentale del paese. La crisi c'è, dice dunque il Censis, e l'Italia può sperare di uscirne in piedi solo disponendosi non a un riadattamento ma a una metamorfosi: cambiare è obbligatorio. Il lessico biologico, che l'anno scorso fissava nella metafora della «mucillagine» l'avanzato processo di decomposizione gelatinosa della società italiana, fornisce anche quest'anno la chiave per segnalare il bivio a cui la mucillagine si ritrova inchiodata. Alla crisi si può reagire in due modi: con un processo di ad-aptation, che significa adattarsi mimeticamente allo stato delle cose restando più o meno quello che si è, o invece di ex-aptation, che significa trasformarsi facendo leva su un fattore esogeno, su un «reagente chimico» esterno. Tradotto per il volgo, in preda a una vera e propria «regressione antropologica». Ingredienti di base l'individualismo sfrenato, le emozioni di superficie e una «intima insicurezza» aumentata, non lenita, dalla rincorsa politica (i militari per strada, la social card) verso il panico mediatico (sulla microcriminalità, l'immigrazione, l'impoverimento) e così via. Ma così facendo la società italiana rischia di reagire, al «salutare allarme collettivo» suonato dalla crisi, nel modo sbagliato. Come? Rimuovendo, derubricando, pensando che la crisi non è altro che un'ennesima bolla che si sgonfierà da sé. E autorassicurandosi sulla «solidità di fondo del sistema». Convincendosi insomma che ce la farà come ce l'ha sempre fatta: scaricando sulla famiglia la disoccupazione e il tracollo del welfare, smussando sulla piccola dimensione territoriale la durezza delle dinamiche globali, temperando un po' la «western way of life» fatta di consumi e capricci. Quegli stessi vizi antropologico-politici che il Censis stesso non ha mancato negli anni scorsi di esaltare come virtù, e da cui oggi deve invece prendere distanza: fidandosi di com'è e di com'è sempre stata, l'Italia rischia «un silenzioso collasso per implosione». Non sfugge al Censis, cioè al suo presidente Giuseppe De Rita, la dimensione storica della sfida. La crisi che chiude il trentennio liberista domanda un cambiamento all'altezza di quello che aprì, nel secondo dopoguerra, il trentennio della ricostruzione, dello sviluppo, del welfare. Allora c'erano la democratizzazione e l'intervento pubblico in economia a fare da stimolo per superare il trauma della guerra e della dittatura. Oggi invece la mucillagine rischia di rimanere imprigionata su se stessa, contenta della sua vischiosità. La spinta non può venirle da dentro ma solo da fuori. O meglio, da un fuori che già le vive dentro, non visto e non riconosciuto: gli immigrati che contaminano il tessuto demografico, le «minoranze vitali» e il protagonismo femminile che cambiano le pratiche sociali, le nuove oligarchie che smuovono l'economia. «Fattori che vengono dal fondo del mare, spinte vitali primordiali» che il linguaggio forbito di De Rita contrappone alla «siderale razionalità della cultura internazionale», senza vedere che è proprio con l'internazionalizzazione degli scambi e della cultura che ciascuno di essi ha a che fare. Un'altra cosa invece la vede, e cioè che questa promessa di metamorfosi, «forse già silenziosamente in marcia», ha bisogno di «respirare a pieni polmoni» e di prendere il largo, mentre la politica pensa corto, decide senza immaginazione, si fa forte di un potere senza relazioni. Chiude l'aria invece di aprirla. La crisi è globale, ma niente come la mucillagine italiana rischia di implodere. Non solo per l'impoverimento ma anche per il soffocamento. Che brutta sensazione...

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