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domenica 28 dicembre 2008

al di là delle Alpi...


Secondo me, in alcuni casi, è d'obbligo gettare un'occhiata anche in casa d'altri. Soprattutto se questi "altri" possono darci qualche lezione in campo politico-istituzionale. E' il caso dei "cugini" d'Oltralpe, i francesi, che hanno avuto in passato dei problemi interni di conflittualità tra poteri dello Stato e sembrano averli risolti. Perchè quindi non prendere spunto ed esempio dalle loro vicissitudini per bonificare una volta per tutte questa incresciosa situazione tipicamente italica di conflitto di interessi e di conflitto tra potere esecutivo e legislativo? In questo caso, uno sguardo al di là delle Alpi ci aiuta a capire come ci si regola quando al potere c'è un primo ministro che crede nella separazione dei poteri. Tra potere giudiziario e potere politico di governo non ci può essere uno stato di non belligeranza, perché ciò sarebbe il sintomo di una sottomissione del primo al secondo. In un normale Stato di diritto il rapporto tra controllo di legalità e azione di governo genera sempre conflittualità. Dato che il controllo è sempre vissuto come una sorta di ingerenza in scelte politiche discrezionali, a mio modesto avviso ci vuole una grande attenzione affinché l'azione della magistratura si svolga secondo le regole del diritto: quando si supera positivamente questo esame, nel caso sul quale sta indagando il pm o il giudice, non si dovrebbero incontrare più ostacoli. Se poi si tratta di reati cosiddetti «comuni» il problema non si pone e il malcapitato politico viene abbandonato alla giustizia senza strepiti o evocazione di complotti. Esemplare, per chi la ricorda, è la vicenda del potente ministro transalpino Dominique Strauss-Kahn, dimessosi immediatamente appena raggiunto da un avviso di garanzia per un reato che riguardava i fondi della sua campagna elettorale (farebbe lo stesso in un caso analogo il nostro caro pifferaio di Arcore?), anche se Lionel Jospin era contrario al rigido automatismo della «dottrina Balladur» che esigeva le dimissioni immediate dei ministri indagati. Si osserva, in buona sostanza, tra governo e ordine giudiziario un reciproco dovere di riconoscersi come poteri autonomi, senza tentazioni di prevaricazioni o delegittimazioni. In Italia, invece, la storia di questi ultimi decenni ci mostra il passaggio da una fase di non belligeranza, con una magistratura sottomessa al potere politico (la procura di Roma «porto delle nebbie» e la Cassazione centro di smistamenti di processi «per legittima suspicione»), ad una fase palesemente conflittuale, con una magistratura riappropriatasi della indipendenza assegnatale dalla Costituzione e le forze politiche di governo, che contestano radicalmente il suo potere di controllo. Emblematico in questi giorni è il caso Englaro, con un ministro che con un suo decreto tenta di bloccare l'esecuzione di una sentenza irrevocabile nel silenzio dei massimi custodi della Costituzione: lo sviluppo ulteriore di questa conflittualità sarà la sottoposizione al Guardasigilli dell'ufficio del pm e della relativa gestione dell'azione penale. Ritorniamo, allora, al governo Jospin e alla sua gestione dei rapporti con la magistratura ben descritti dal direttore del suo gabinetto Olivier Schrameck nel libro "Rive Gauche 1997-2001" con il capitolo sulla giustizia intitolato «Il pungiglione giudiziario». Jospin era determinato ad ottenere l'indipendenza dei pubblici ministeri dal Guardasigilli e, per la storia, occorre ricordare che anche Jacques Chirac lo avrebbe voluto. La destra, però, si era opposta e il presidente non aveva mai convocato la riunione delle camere congiunte per la relativa modifica costituzionale. Nondimeno Jospin aveva tenuto fede, nei fatti, alla sua determinazione di non ingerenza e per oltre quattro anni le due Guardasigilli (al vertice indiscusso della gerarchia dei pm) Elisabeth Guigou e Marylise Lebranchu non avevano mai interferito in nessun caso giudiziario di qualsiasi natura, limitandosi solo ad emanare delle circolari sugli orientamenti generali della politica penale del governo. E pensare che il precedente Guardasigilli Jacques Toubon aveva fatto rintracciare sulle pendici dell'Himalaya un procuratore capo perché tornasse in sede a smentire una requisitoria, sgradita al governo, che un suo aggiunto aveva pronunciato in sua assenza! Le regole di fatto imposte da Jospin, oltre alla non ingerenza dell'esecutivo negli affari giudiziari, comprendevano, tra l'altro, le disposizioni di «rispettare la legge» in tutti i casi, senza esitazione e senza ritardo e di non andare mai contro il parere del Consiglio superiore della magistratura nelle nomine dei membri del parquet. Il segreto di Stato per la difesa nazionale, fino allora opposto in maniera generale ed assoluta ai giudici, veniva affidato alla valutazione di una commissione ad hoc le cui raccomandazioni per la trasmissione integrale o parziale dei documenti venivano sempre accolte. Tutte le perquisizioni richieste presso qualsiasi ministero, compresa la presidenza del consiglio, venivano autorizzate e così anche le testimonianze, richieste al consiglio dei ministri per i membri del governo, venivano autorizzate sempre e senza ritardo. Si potrebbe continuare con altri esempi, sempre per rilevare come alla base di questi comportamenti c'era, come diceva Schrameck, il rispetto di un lascito prezioso della rivoluzione francese: la conquista dell'uguaglianza davanti al giudice. Altro Paese, altra classe politica, altrae sensibilità democratica. Altro che l'Italia dei berluscones...

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