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sabato 30 ottobre 2010

quando non c'è la Caritas c'è Silvio...


Ho atteso volutamente un paio di giorni prima di scrivere qualche mia riflessione sulla faccenda bunga bunga. Volevo fare della facile ironia sul presidente del Consiglio (spero sempre ancora per poco) Silvio Berlusconi, il quale, in uno slancio di genuina umanità, si era adoperato lo scorso 27 maggio, scomodando persino il capo di gabinetto della Questura di Milano, per affidare una giovane marocchina di nemmeno diciotto anni (trattenuta in stato di fermo per furto di gioielli e denaro) alle amorevoli cure della sua igienista dentale, che nel frattempo (per meriti di ortodonzia) era diventata consigliere regionale della Lombardia, anche se molti continuano a ritenere che più del trapano del dentista ha funzionato qualcos'altro (http://www.youtube.com/watch?v=K8kqUcpTAJU). Ma poi mi sono detto: è come sparare sulla Croce Rossa. Ed ho desistito, soprattutto perchè qualcuno (anzi qualcuna) ha detto che Silvio si è comportato come la Caritas. Anzi, di più. Ma adesso, a parte tutto e a parte l'acclarata malattia del Pifferaio di Arcore (già ampiamente svelata dalla ex moglie Veronica Lario), cerchiamo di mettere in chiaro una cosa seria e cioè che chi fa veramente del bene agli altri lo fa senza troppi strombazzamenti e senza nemmeno mandare fuori dalle Questure d'Italia le proprie addette alla manicure nè tantomeno le incaricate di togliere calli e duroni dalle preziosi e personali estremità. Prendiamo per buono (con un sovrumano sforzo di volontà) quello che ha dichiarato il buon Silvio: la sua conoscenza della minorenne marocchina è dovuta al semplice fatto che egli aiuta chi ne ha bisogno. La stampa nazionale (e non solo) e la politica si stanno dividendo tra chi crede a questa affermazione e chi invece pensa che si tratti di tutt'altro. A mio modo di vedere la questione importante è un'altra. Ci sono milioni di italiani che aiutano ragazze e ragazzi che hanno davvero bisogno. Molti lo fanno per lavoro, in cambio di uno stipendio esageratamente contenuto. Insegnanti, psicologi, assistenti sociali, educatori. Tutti quanti che, finite le ore pagate, continuano spesso a lavorare gratuitamente perchè sanno che quegli stessi ragazzi e ragazze che seguono negli orari certificati potrebbero trovarsi in difficoltà in altri momenti, avendo bisogno di assistenza continua. Molte volte questi italiani che aiutano il prossimo fanno già altri mestieri. magari lavorano in banca oppure sono imprenditori o magari semplici operai. E magari devolvono il loro denaro e dedicano il loro tempo mettendo a disposizione la loro conoscenza e la loro attenzione emotiva ed operativa. O magari sono dei semplici genitori che fanno parte delle tante forme dell'aiuto reciproco informale che affronta crisi e pericoli della crescita. O finanche sono degli esperti di fondazioni che decidono a quali progetti dare i denari vagliando con accortezza chi li gestirà e chi li saprà usare con equilibrio e sapienza. Ebbene sì, caro presidente del Consiglio (spero sempre per poco), sono davvero tanti gli italiani che aiutano i ragazzi italiani e stranieri (e non soltanto le belle marocchine minorenni). Aiutano le loro famiglie con complesse misure di sostegno, rispettando gli equilibri e motivi e del diritto. Cercano anche di ridurre i danni in caso di assenza delle famiglie stesse, tramite l'affido (ma con quello vero, mica come con quella sua pagliacciata) o con ore e giorni di tempo dedicato. Spesso questi italiani trascorrono parte delle loro vacanze con le giovani persone povere o in difficoltà. E per fare bene queste cose si aggiornano continuamente sul come e sul cosa fare. Studiano, partecipano a weekend di confronto, seguono conferenze di psicologi, pedagogisti, giudici e medici. Affrontano terapie personali o supervisioni di gruppo, pur di evitare errori macroscopici. Vanno all'estero e si confrontano con chi fa le stesse cose altrove (e non fanno come lei che va all'estero giusto per farsi dare il lettone da Putin o farsi dire da Gheddafi come funziona il bunga bunga). Questi italiani di cui le sto parlando, caro presidente del Consiglio (spero sempre ancora per poco), sono credenti e laici. Votano a destra e a sinistra e anche al centro. Perchè quando si tratta di fare davvero queste cose (cioè di aiutare veramente gli altri), le barriere ideologiche cadono e non esistono più nemmeno i giudici politicizzati. E il confronto, naturale ed opportuno, che prevede anche posizioni e indirizzi di pensiero differenti, si sposta sulla comune e difficile riflessione intorno alle cose fatte e ai risultati ottenuti. E ai tanti errori. Il che richiede l'umiltà e la fatica di guardarsi dentro e di domandarsi se si sta facendo il tutto per i ragazzi o per se stessi. Anche perchè educare è un mestiere difficile, ma educare e sostenere chi è giovane e in difficoltà (e non solo se è bella e marocchina) è veramente difficilissimo. Questo è il grande e laborioso esercito di persone perbene, caro Silvio, che aiuta davvero i ragazzi che hanno bisogno. Un esercito che rappresenta la migliore Italia bipartisan. Chi ne fa parte potrà pensare bene o male di lei (forse più male che bene), esimio premier. Ma sono sicuro che nessuno, ma proprio nessuno, di questi italiani ritiene che regalare gioielli o denaro o vestiti di marca a un'adoloscente in difficoltà (per quanto procace e sensuale sia) voglia dire aiutare veramente chi ne ha bisogno. Perchè credo che il solo pensarlo offenda profondamente gli anni di lavoro, le cose fatte e apprese e lo stesso senso della vita e della relazione tra esseri umani, che nel tempo hanno dato significato all'impegno reale e non propagandistico di questo esercito del bene rappresentato da nostri connazionali. Prenda esempio da loro, presidente Berlusconi. E non da Gheddafi e dal suo harem.

martedì 19 ottobre 2010

le ville del Caimano


Tutti i suoi acerrimi nemici (politici e personali) lo vogliono mandare a casa, ma lui, il presidente del Consiglio in carica (speriamo ancora per poco), usa anche l'ironia per controbattere affermando che di case ne ha 20 e quindi non sa in quale andare. Io, modestamente, gli suggerirei di preferire nella scelta quelle casupole che ha acquistato ad Antigua, non soltanto per la metratura ma soprattutto per la paradisiaca location naturale che quelle ville possono offrire ai comuni mortali. A parte le battute, quello che ho visto domenica sera in tv, su RaiTRE, nella trasmissione Report condotta da Milena Gabanelli (http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-fdeb885d-620c-4471-b319-a1e4ef43ecf8.html), ha suscitato in me una lacerante sensazione di angoscia, rabbia e sdegno, unita ad un legittimo senso di ribellione. Non è possibile che si possa giungere a tanta sfrontatezza, improntitudine e spavalderia senza che l'opinione pubblica s'indigni e si faccia sentire, magari attraverso l'invio di valanghe di mail o di telefonate, tutte indirizzate all'inquilino (per me sempre abusivo) che alloggia a Palazzo Chigi. Mentre un quarto degli italiani vive al di sotto del livello della povertà e mentre un altro quinto è costretto a campare con 500-600 euro al mese, attraverso l'inchiesta televisiva della Gabanelli (che il ministro Romani ha definito addirittura "odiosa") ci è stato dimostrato un campione delle modalità con cui una certa classe dirigente dell'Italia evade sfacciatamente il fisco, godendosi la vita in lussuose ville nelle Antille, nelle zone franche, attraverso i cosiddetti paradisi fiscali. E allora, come non andare con il pensiero (e con il cuore) a quel gruppo di lavoratrici, con il camice verde della OMSA, viste in tv nella puntata di Annozero di giovedì scorso al minuto 44 (http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-753207d0-7bfd-4ff3-913d-3fe70038eb9e-annozero.html?p=0), messe sul lastrico dal padrone che ha deciso di trasferire la sua fabbrica in Serbia, dove la manodopera costa soltanto 400 euro al mese. Il viso devastato di quella donna di 47 anni, senza futuro, separata dal marito e con un figlio a carico, che percepisce la misera somma di 700 euro con la cassa integrazione, mi ha oggettivamente intristito e rammaricato, apprendendo. anche che deve pagare 450 euro per l'asilo del figlioletto. Ebbene, il viso di quella donna credo che debba assurgere a simbolo del valore etico e politico di centinaia di migliaia di donne e di madri (giovani e meno giovani) costrette a campare nell'umiliazione e nella disperazione più infame e più feroce. Questa, signori miei, è l'Italia della più volgare e reietta classe padronale dei ricchi e dei politici corrotti e corruttori, i quali se ne fregano altamente della dignitosa povertà con la quale convivono almeno dieci milioni di loro connazionali. E il primo che ne frega è il Pifferaio di Arcore, re delle società off-shore. Allora mi domando: che cosa deve ancora capitare nel nostro Paese per aprire gli occhi agli italiani in modo che dicano basta? Credo che a questo punto l'opposizione presente in Parlamento (o almeno quel che di essa ne rimane) debba necessariamente chiedere conto a chi di dovere su quanto è stato mostrato dalla televisione pubblica domenica sera. Si obblighi il capo del governo a riferire nelle sedi istituzionali e si pretenda di conoscere come sia stato possibile per un uomo di Stato farsi coinvolgere in un'operazione degna della peggiore malavita finanziaria internazionale. E poichè (ne sono più che sicuro) è facile prevedere che Silvio Berlusconi sarà, come al solito, silente, reticente o bugiardo, è bene chiedere una commissione d'inchiesta parlamentare per fare chiarezza sull'opacità (come l'ha definita la Gabanelli) di questo clamoroso scandalo. Altro che le commissioni d'inchiesta che chiede lui per i magistrati politicizzati.

domenica 17 ottobre 2010

la pornografia dei sentimenti in tv


Ci risiamo. Puntualmente. Inevitabilmente. Era già successo con la Franzoni e il delitto di Cogne, con Erika e Omar e il massacro di Novi Ligure, con Amanda e Raffaele e l'omicidio di Meredith Kercher a Perugia, con Alberto Stasi e la tragedia di Garlasco. Adesso tocca alla povera Sarah Scazzi. Ogni qualvolta la cronaca nera italiana viene drammaticamente alla ribalta, con squartamenti e orribili rappresentazioni macabre stile Grand Guignol, ecco immancabile la massiccia e ossessiva presenza televisiva di trasmissioni e speciali dedicati a questo o a quel mostro, al tal delitto o al movente di quell'altro efferato crimine. Una serie interminabile di parole, opinioni, sentenze, processi mediatici e quant'altro, tutti declinati in nome di una sorta di orgia della pornografia dei sentimenti e del talk show da quattro soldi, della seduta psicoanalitica nel salotto tv e della gara a chi la spara più grossa. Ovviamente immolando il tutto sull'altare degli ascolti e dello share. A quasi due mesi dall'inizio della tragica vicenda della quindicenne di Avetrana, a dieci giorni dalla soluzione del delitto (con l'upgrade del coinvolgimento della cugina Sabrina, in carcere insieme al padre orco) che tanto ha scosso l'opinione pubblica nazionale, ecco che le telecamere delle principali reti televisive non accennano minimamente a mollare la presa sui Misseri, a spegnere i riflettori sul paesino in provincia di Taranto, a staccare la spina a questo lugubre e raccapricciante teatrino del dolore catodico. Anzi, se possibile, è in atto una specie di vomitevole recrudescenza dell'afflizione e della sofferenza a reti quasi unificate. Basti pensare ai due principali salotti della tv di Stato e commerciale (Porta a Porta e Matrix), uniti quasi allo spasimo nell'andare in onda nella stessa ora e quasi con gli stessi ospiti, di quelli onnipresenti e praticamente intercambiabili. Come ai bei tempi. Quelli appunto di Cogne e di Garlasco, di Perugia e del rosario infinito dei grani della passione e dei crimini sanguinari. Ma francamente un collegamento in diretta dal cimitero non mi era mai capitato di vederlo in televisione. Credo sia la nuova frontiera del giornalismo, malvagio e disumano, che solo una mente malata (anche di protagonismo) poteva immaginare e mettere in pratica. Venerdì mattina, nel corso del famigerato programma dell'altrettanta famigerata televisione del biscione (sto parlando ovviamente di Mattino Cinque e di Canale 5, già tristemente famosi alle cronache per l'ignobile servizio sul giudice Mesiano), una pseudo giornalista in ghingheri è apparsa davanti alle telecamere di Mediaset circondata dalle lapidi del camposanto di Avetrana. Chissà, forse in nome del diritto di cronaca (e magari in cerca di un insperato scoop) si era messa a favore di camera in una posizione strategica, probabilmente sperando in qualche "soffiata" dall'oltretomba da spiattellare all'incuriosita conduttrice Federica Panicucci. La soffiata non è arrivata, ma non certo per demerito della pseudo cronista: è alquanto risaputo che i trapassati sono di poche parole. Tornando alla tv seriale del dolore e della rappresentazione cruenta, debbo sottolineare come quasi tutti (con debite e rare eccezioni) gli operatori dell'informazione (o disinformazione, fate vobis) siano stati così tenaci dal non fermarsi davanti a niente, ma soprattutto dal non fermarsi mai, nonostante il fatto che le notizie siano sempre quelle, che il mostro in prima pagina è stato già sbattuto (oltre che in galera) e che anche la sorpresa della figlia dell'orco in gattabuia è stata metabolizzata. E così, in mancanza di nuovi accadimenti o di altri colpi di scena, ecco che i solerti ricercatori della verità si lanciano, con coraggio e disprezzo del pericolo (cosa si fa pur di portare a casa la pagnotta alla fine del mese), quasi come una muta di cani da tartufo, all'inseguimento di quell'eldorado della notizia in esclusiva cui la maggior parte di essi aspirano. E allora sotto con i dubbi, con le ricostruzioni, con i retroscena, le illazioni e le ipotesi, anche quelle più inverosimili e fantasiose. L'importante è attirare l'attenzione del popolo catodico, magari attraverso un primissimo primo piano degli occhi di Michele Misseri (l'orco), manco fosse l'interprete retroattivo di uno dei western targati Sergio Leone. Facendo seguire il tutto dalla solita incetta di opinioni da parte di criminologi, psicologi, dietrologi, avvocati, presenzialisti, donnine di spettacolo (un bel paio di cosce e due belle tette non hanno mai fatto male a nessuno) e via cianciando. L'accanimento e la foga messa in atto dagli interlocutori nelle loro sterili conversazioni sfiora quasi una sorta di umorismo nero, quasi involontario, e mi rimane difficile spiegare (prima di tutto a me stesso, poi ai miei lettori) il perchè il pubblico televisivo sia così morbosamente attratto dal dolore e dall'alibi che il crimine dà nel poter scrutare nella vita degli altri. Questo potrebbe essere un argomento ideale per qualche talk-show un pò più serio o serioso, mettendo per una volta i mass media sul banco degli imputati. Perchè, mi viene da dire, qualunque sia la risposta al quesito, la responsabilità dei mezzi d'informazione (con il loro soffiare sul fuoco della spettacolarizzazione ad ogni costo) sta diventando intollerabile e nauseante. Qualcuno ha, forse giustamente, discusso sulle presunte colpe di Federica Sciarelli, incapace di interrompere il suo Chi l'ha visto? mentre la mamma della povera Sarah apprendeva in diretta della confessione del cognato assassino. Ma la Sciarelli, almeno a mio modesto avviso, aveva la grossa attenuante di trovarsi lei stessa faccia a faccia con la notizia. Sotto lo stesso treno in corsa. E che dire allora dei conduttori, degli opinionisti e degli "esperti" che a distanza di giorni continuano imperterriti a pestare sangue e lacrime nel mortaio televisivo? Come si fa a trovare accettabile, se non doverosa, questa scioccante pornografia dei sentimenti? Allora mi chiedo: ma se questa non è la peggiore delle pornografie, che aspettiamo a sollecitare il processo di beatificazione per Moana Pozzi?

mercoledì 13 ottobre 2010

ma in che razza di Paese viviamo?


Gli episodi di violenza metropolitana accaduti in sequenza a Milano e a Roma non fanno altro che confermare l'imbarbarimento della nostra società attuale e dell'umanità del terzo millennio. Non è giusto, ovviamente, generalizzare ma viene da sè affermare che qualcosa sta pericolosamente cambiando dentro ognuno di noi se poi l'indifferenza e l'assuefazione la fanno da padroni. Senza scomodare psicologi e psichiatri, senza interpellare dotti analisti e tromboni del libero pensiero, credo sia sufficiente portare ad esempio quello che si evince dalla lettura di due editoriali di questa mattina, a firma di Michele Serra e di Elena Loewenthal, rispettivamente su la Repubblica e su La Stampa, ripresi dal sito di Manuela Ghizzoni (http://www.manuelaghizzoni.it/?p=15573 e http://www.manuelaghizzoni.it/?p=15569). Se posso sommessamente aggiungere qualcosa anch'io, credo che questa scellerata abitudine al clima violento, che pervade la società di oggi, sia dovuta anche alla sistematica e continua operazione di lavaggio del cervello operata dalla comunicazione e dalla errata educazione di una tv standardizzata sul modello del prevaricatore vincente, il cui risultato è quello di aver provocato una mutazione antropologica profonda, oserei dire finanche ineluttabile in questo Paese.
Agli incroci delle strade, così come in auto o a piedi, fuori dai locali oppure in treno, a scuola come nei posti di lavoro, dal Nord al Sud vi è oramai un aumento esponenziale del gesto violento, della rissa, dell'aggressione connessa o non connessa con la piccola e grande criminalità.
E' alquanto noto che nel nostro Paese sono in crescita in maniera sensibile le liti, sia quelle di condominio che quelle evitabili e risolvibili attraverso la relazione pacifica tra le persone. Ammesso e non concesso che questa ancora esista. Assistiamo (spesso impotenti) ad un'aggressività diffusa e persistente, indicatrice della fine del senso del buon vicinato, primo gradino indispensabile per poi edificare, su vasta scala, la convivenza civile.
L'episodio di Roma è emblematico: il corpo di una donna riverso a terra è stato scavalcato e ignorato da decine di persone per oltre due minuti prima che qualcuno si chinasse e intervenisse (http://www.youtube.com/watch?v=6P08jqVgPrQ&has_verified=1) dopo il devastante pugno sferrato dal ventenne romano a seguito di una banale lite per una precedenza nell'acquisto di un biglietto per la metropolitana. A Milano un uomo è anche lui in coma per le ferite riportate dopo un pestaggio causato dal suo accidentale investimento di un cane: un energumeno, fidanzato della proprietaria del povero animale, lo ha affrontato e ridotto in fin di vita. Ma non finisce qui, perché gli amici dell'aggressore hanno poi intimidito gravemente alcuni testimoni dell'accaduto, che hanno deposto e confermato che l'investitore non andava ad alta velocità e si stava scusando dell'orribile fatalità. Il nostro Paese, dunque, che nell'iconografia classica è stato sempre rappresentato come un po' cialtrone ma popolato da gente buona e di cuore, si sta rapidamente trasformando in un posto inquietante, dove essere gentili e solidali è sinonimo assoluto di perdente, dove chi governa invita le giovani di bell'aspetto a trovarsi uno ricco per sistemarsi e spinge bellimbusti palestrati a diventare modelli ai quali aspirare, consacrati a idoli da programmi tv sia di intrattenimento come da quelli di informazione, in un continuum di messaggi formativi ed educativi che contribuiscono alla minimizzazione e alla giustificazione (se non alla legittimazione) della reazione violenta, dell'insulto, della prevaricazione come giusto e valido comportamento. Picchia per primo, non ti fermare a pensare, guarda avanti dritto, scavalca qualunque ostacolo: questo è il nuovo prontuario che madri e padri devono tenere a mente per l'educazione della prole, se vogliono figli e figlie vincenti e non sfigati, come si dice oggi. Come dar loro torto, in un'ottica di salvaguardia del sangue del proprio sangue, quando le agenzie educative sono a livello zero nella graduatoria delle priorità politiche e sociali?
La mitezza, categoria etologica ben lontana dalla remissività e dalla modestia, ma ingrediente indispensabile per costruire empatia e relazione tra umani, è ormai un attributo obsoleto nell'orizzonte educativo e formativo dell'Italia aggressiva e urlatrice dei potenti e degli arroganti.
Come uscire da questo orrendo impasse sociale credo che rappresenti oggi un angoscioso interrogativo senza risposta.

domenica 10 ottobre 2010

Schifani e l'amico blogger


Nell'era della tecnologia moderna non ci si può meravigliare se anche i mafiosi usano Internet, e in particolare questa piattaforma (Blogger), per poter scrivere quasi come giornalisti provetti, alla faccia di tutto e di tutti. Il Professore di Villabate (il titolo non è accademico ma dovuto alle alte e meritevoli credenziali criminali), al secolo Nino Mandalà, ha aperto recentemente un blog (http://www.ninomandala.blogspot.com/) con la lodevole intenzione di scrivere e disquisire di problemi di giustizia e di carceri, di mafia e di amicizie politiche ed istituzionali, come quella (accertata dalla magistratura) con il presidente del Senato Renato Schifani. Il nostro nuovo blogger siciliano sta cercando, a modo suo, di allontanare dalla seconda carica dello Stato l'ombra della mafiosità che da un pò di tempo sta aleggiando con una certa insistenza, soprattutto dopo i reiterati servizi giornalistici de L'espresso e de Il Fatto Quotidiano a firma, rispettivamente, di Lirio Abbate e di Peter Gomez (http://espresso.repubblica.it/dettaglio/mafia-indagato-schifani/2135303 e http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/02/consulenza-nostra/55597/). La sensazione, almeno quella mia, è che il Professore non stia proprio riuscendo nell'impresa. Anzi, a forza di dare del cornuto ai suoi due (ex?) amici, vale a dire Renatino Schifani e Enrichetto La Loggia, sta dando sempre più l'impressione di avere il dente avvelenato nei loro confronti, magari per qualche "favore" non prontamente restituito. Detto questo, per farsi un'idea del contesto socio-mafioso nel quale ha avuto modo di proliferare la strana amicizia tra il boss di Villabate e i due politici berlusconiani, basta andare a rileggersi le intercettazioni tratte da un bel libro-inchiesta (dall'esplicativo titolo I complici) della già citata coppia Abbate-Gomez, edito da Fazi Editore (per chi ha il braccino corto o non ha momentaneamente risorse finanziarie può leggersi lo stralcio da questo ottimo blog, http://isolaferdinandea.wordpress.com/2008/05/13/schifani-non-solo/). Tornando al blog di Mandalà mi viene da pensare che il Professore non cerchi tanto la vendetta nei confronti dei due cornuti, quanto invece dire la sua su politica e filosofia (alquanto spicciola e non certamente sulla falsariga si Schopenhauer) con delle riflessioni maturate in carcere. Scrive di intercettazioni, di uomini murati vivi, di maratone vasatorie di Totò Cuffaro. Scrive anche di Casini e di Schifani, precisando che "non sono io a dire d'essere stato amico e socio del senatore Schifani, ma lo dicono un video in cui il presidente del Senato appare al mio matrimonio e gli atti della SICULA BROKERS da cui risulta che siamo stati soci in quell'azienda". Mandalà è uno della vecchia guardia, eppure scrive con freschezza e agilità mentale (quasi quanto me...); sembra uno splendido quarantenne (pur avendo vent'anni di più) alle prese con una battaglia etica e morale. Quando scrive che Schifani "è un pezzo di merda" perchè l'ha tradito non so se descrive la realtà ma comunque dà l'idea dell'amico di vecchia data che cerca disperatamente di riprendersi gli attimi di vita fuggiti via, senza che ci sia più possibilità di riacciuffarli. E per questo fa anche un pò pena. Debbo confessare che mi meraviglia questo aspetto dei mafiosi (mi riferisco a quelli che finiscono in galera e che poi aprono un blog, non a quelli che siedono alla Camera o al Senato...) i quali continuano a credere al fatto che politici con una carica così alta, come quella di Schifani, non si lascino corrompere dal Potere scordandosi degli amici che li hanno portati fin là, per memoria corta o per interesse poco importa. In fin dei conti i mafiosi (così come i camorristi e gli 'ndranghetisti) sono i soli che finiscono dietro le sbarre delle patrie galere (a vita e in isolamento), a scontare quel potere criminale di cui altri beneficiano. Il più delle volte vengono manipolati dal Sistema come soldatini usa e getta, da utilizzare al momento opportuno e poi da far marcire in cella. Quando i mafiosi capiranno che il gioco non vale più la candela, che cumannari 5 o 10 anni per poi farne 30 in isolamento non è meglio ca futtiri, ma soprattutto quando si spezzerà questo rapporto perverso tra mafia e politica allora, e solo allora, si potrà sperare (per il nostro Paese) in un reale cambiamento. E non avremo più bisogno di mafiosi-blogger...

mercoledì 6 ottobre 2010

la piovra leghista


Finire sulla copertina di un settimanale politico come L'espresso non deve aver provocato entusiasmi eccessivi e smodati nell'entourage di Umberto Bossi. Anche perchè, ultimamente, sono sempre più frequenti le inchieste (come appunto quella del settimanale attualmente diretto da Bruno Manfellotto, http://espresso.repubblica.it/dettaglio/lega-padrona/2135484) e i servizi dei principali quotidiani italiani che documentano puntualmente la penetrazione di esponenti leghisti nelle banche, negli enti e nelle fondazioni pubbliche e private, così come nelle Asl e nelle reti televisive. Si moltiplicano le tensioni e i conflitti fra la Lega e il Pdl per occupare, a Roma o nelle regioni del Nord, una miriade di posti e di posizioni di potere. Un sistema complesso, abitualmente definito come sottogoverno, che gestisce grandi risorse finanziare e favorisce la stretta integrazione fra politiche pubbliche e affari privati. Con la possibilità di ottenere importanti benefici, più o meno leciti, per tutti i partecipanti. Siamo di fronte a una sorta di mutazione genetica del Carroccio? Forse. E ritengo quindi sia utile riflettere con più precisione sulle premesse, sul contesto e sui possibili effetti del processo in corso. Tutti ci ricordiamo (almeno credo) come la Lega, negli anni 90, manteneva il monopolio sul terreno dell'antipolitica con le famigerate campagne contro Roma ladrona e le conseguenti polemiche generalizzate contro tutte le èlite politiche, economiche e culturali. In molte occasioni lo stesso Bossi sottolineava ed enfatizzava il carattere popolano e popolare del movimento leghista. Le virtù di laboriosità, parsimonia, onestà ed intraprendenza della gente comune del Nord erano contrapposte alle logiche proprie dei grandi operatori economici quali le banche, le grandi imprese private e soprattutto le statali. La Lega, però, non aveva il sostegno della borghesia del Nord e neppure quello delle tradizionali associazioni di rappresentanza degli interessi. Il Carroccio cercò allora di dar vita, in modo autonomo, a una sorta di società civile padana, dai sindacati alle associazioni culturali e ricreative, fino alla creazione di una vera e propria banca padana (la CredieuroNord). Il progetto servì a motivare e a mobilitare gli attivisti e i sostenitori del Carroccio ma non ottenne grandi risultati. L'avventura della banca leghista si concluse ben presto con un ignominioso tracollo finanziario. Il quadro, però, cambiò profondamente nel 2008 quando i voti leghisti raddoppiarono soprattutto a spese dei partiti confluiti nel PdL. Nelle successive elezioni regionali l'avanzata della Lega è continuata senza interruzioni, con la conquista della presidenza di Veneto e Piemonte e che vede a tutt'oggi sventolare la bandiera verde in 14 province e in 350 comuni. Nel contempo l'attuale conflitto tra Berlusconi e Fini ha fatto crescere il peso politico della Lega all'interno della coalizione di centrodestra determinandone un ruolo molto più influente rispetto alle previsioni più ottimistiche dei lumbard; il tutto senza rinunciare a quel marchio di fabbrica costituito da domande e proteste popolari, soprattutto a livello locale. Bisogna anche evidenziare che oggi non sono solo i settori popolari il riferimento principale della Lega e che d'altra parte sono stati abbandonati gli accenti polemici del passato nei confronti della grande borghesia. Attualmente il partito di Bossi ha allargato i consensi nell'ambito delle classi dirigenti dell'Italia settentrionale, valorizzando la propria capacità di rappresentarne gli interessi in modo più efficace rispetto alle altre forze politiche oltre ad accaparrarsi le simpatie di numerosi manager e imprenditori di terza e quarta fila. Le dichiarazioni del Senatùr circa la volontà di conquistare le banche del Nord hanno apertamente esplicitato un nuovo salto di qualità nella politica leghista. Il progetto, già da tempo avviato dal partito, mira all'occupazione diretta da parte di esponenti della Lega di tutte le posizioni possibili nel sottogoverno: i poteri acquisiti nelle istituzioni politiche nazionali, regionali e locali possono trovare un naturale e tradizionale completamento con i posti disponibili negli enti pubblici, nelle fondazioni economiche e nelle banche. In parallelo alla competizione (sul terreno elettorale) con il partito di Berlusconi, si è perciò sviluppata una serrata contesa fra la Lega e le diverse componenti del PdL, e queste aspre dispute per le poltrone e per la distribuzione dei finanziamenti richiamano alla memoria le epiche battaglie degli anni 80 tra il PSI di Craxi e la DC. La novità è che oggi l'attuazione del progetto leghista comporta uno squilibrio tra il numero dei posti disponibili (o conquistabili) e gli esponenti del Carroccio di cui Bossi può fidarsi ad occhi chiusi: la soluzione l'hanno rapidamente trovata moltiplicando a dismisura gli incarichi affidati ad alcuni dirigenti locali che però provoca una sorta di rigetto nell'opinione pubblica, la quale critica (credo a ragione) questa tendenza alla creazione di feudi personalizzati in diversi contesti regionali. Il rovescio della medaglia è rappresentato dal fatto che occupando con maggiore disinvoltura tutte le posizioni possibili a livello di sottogoverno, il partito di Bossi sembra perdere quei tratti che l'avevano caratterizzata nel passato mentre ora si ritrova giocoforza protagonista di polemiche sterili ed inutili pur di sottolineare la sua diversità e la sua vocazione di rappresentanza privilegiata del Nord. Ormai la Lega è così direttamente coinvolta negli affari economici nazionali da dover spostare l'attenzione degli italiani sulle battutacce di Bossi sui porci romani al posto della tradizionale Roma ladrona. Salvo poi chiedere scusa e battere in ritirata per non delegittimare troppo la sua presenza al governo e nel sottogoverno. Non prima di aver fatto una bella mangiata di polenta e pajata con Alemanno e la Polverini. Alla faccia dei romani.

martedì 5 ottobre 2010

il Paese dei missionari (della libertà)


Da quando è sceso in campo, in quella fatidica e sciagurata giornata del 26 gennaio 1994 (ricordata anche per la famosa calza di nylon sull'obiettivo della telecamera), Silvio Berlusconi ha fatto del sostantivo libertà l'opera omnia della sua attività politica. Praticamente non c'è stato comizio, discorso o semplice telefonata con la mignotta di turno senza il quale il Cavaliere non abbia fatto ricorso al termine LIBERTA'. Una specie di ossessione subliminale che deve ancora tarare se, come dimostrato anche dal suo discorso-show di domenica sera a conclusione della 2^Festa della Libertà del PdL, ogni 10 parole usate (a parte comunisti e giudici) una è libertà. A questo punto mi sorge il sospetto (non necessariamente maligno) che la sua paura inconscia sia proprio quella di perderla questa benedetta libertà. E ovviamente stiamo parlando della sua. Gli incubi notturni (quasi parametrabili a quelli di un vecchio sketch in bianco e nero della pubblicità dell'Olio Sasso nella quale lo scomparso Mimmo Craig si vedeva nel sogno con una enorme pancia e al risveglio la pancia non c'era più) devono far sudare freddo il Cavaliere, seppur attenuando il tutto con preziose lenzuola di seta pura e con morbidi guanciali a forma di seno materno, capezzoli inclusi. Ed ecco allora che la paura delle manette viene esorcizzata ricorrendo al mantra della parola libertà, declinata in ogni sua forma possibile ed immaginabile. Fino a giungere a queste nuove formazioni (di ignari custodi della preziosa libertà del presidente del Consiglio) denominati forse un pò pomposamente team della libertà (http://www.affaritaliani.it/politica/pdl_voto_team_liberta051010.html). In pratica una versione riveduta e non corretta dei vecchi "missionari della libertà" che, a loro volta, erano figli e nipoti rispettivamente dei "paladini della libertà" e dei "pretoriani della libertà", tutti malinconicamente e celermente archiviati nonchè rottamati senza nemmeno usufruire del benchè minimo incentivo di Stato. Ci fu anche una televisione della libertà, fortemente voluta dall'allora non ancora ministra Michela Vittoria "autoreggente" Brambilla, che fece una ingloriosa fine e di cui mi occupai con un articolo scritto poco più di due anni fa (http://tpi-back.blogspot.com/2008/08/orfani-della-tv-della-brambilla.html). Insomma, a quanto pare, le naufragate esperienze del passato non debbono aver insegnato molto ai cultori della libertà e in particolar modo al dominus per antonomasia; l'ordine di servizio diramato da Berlusconi domenica dal palco milanese è stato quello di formare le nuove squadre di missionari della libertà (o team che poi la sostanza non cambia) per essere presenti "capillarmemente" sul territorio nazionale e nelle 61 mila sezioni elettorali, ovviamente in vista delle prossime ed inevitabili elezioni politiche anticipate. Ora il problema, se così vogliamo chiamarlo, è costituito dal reclutamento di questi missionari del porta a porta della libertà, di questi militanti cieci ed obbedienti al servizio di Sua Emittenza. Ne servirebbero, conti alla mano, circa 300.000 perchè il presidente del Consiglio ne vuole cinque o sei per ognuno dei 61.000 team della libertà e di questi tempi non è facile assumere (senza nemmno stipendiarli) giovani e meno giovani con gli ideali berlusconiani, anche perchè cieci ed obbedienti sì ma coglioni no di certo. E allora sembra che questa chiamata alle armi del Berlusca stia miseramente naufragando: quelli che hanno risposto affermativamente (fregandosene di ricevere in cambio del loro impegno un carnet di buoni pasto) sono a tutt'oggi circa 50.000. Un pò pochini se la previsione era sei volte tanto. Ma tant'è. Il cavaliere non sembra preoccupato: volete mai che uno che ha impiegato 154 giorni per scovare il successore del ministro dimissionario dello Sviluppo Economico non riesca a trovare 250.000 missionari con l'animo berlusconiano e con la predisposizione del "piazzista della libertà"? Ma ci mancherebbe altro...

domenica 3 ottobre 2010

a proposito di off-shore...


La recente storiella sulla società off-shore caraibica, che vedrebbe il cognato di Fini coinvolto perlomeno fino alla cintola, mi ha risvegliato dal torpore tipico di chi si è scocciato di andare a ritroso nel tempo in cerca di notizie quasi come un cane da tartufo. Ma poi il discorso di stasera a Milano (l'ennesimo della serie) di Berlusconi, tutto improntato all'attacco senza esclusione di colpi contro la magistratura, mi ha indotto ancor di più a rispolverare la vecchia e polverosa storiella (semisconosciuta) delle 64 società off-shore dell'allora Fininvest che era anche una Fininvest segreta, una Fininvest ombra. Un sistema di società domiciliate nei paradisi fiscali che, nelle intenzioni del Caimano, doveva restare sotterranea, pronta per compiere le operazioni più delicate, quelle che non si possono fare alla luce del sole per via di fastidiose leggi che mettono odiosi paletti ai comportamenti dei liberi imprenditori. Invece la Procura di Milano, purtroppo per Berlusconi, aiutata anche dalle polizie fiscali di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra, riuscì a scoprire il tutto. In particolare si appurò che attraverso le società estere della cosiddetta Fininvest «Group B» furono compiute, fuori da ogni bilancio nonchè fuori da ogni controllo fiscale e societario, molte operazioni illegali: dalla conquista di Telecinco in Spagna al controllo di Telepiù, dalle scalate a società come Rinascente, Standa e Mondadori a strani finanziamenti miliardari concessi a Giulio Malgara, il presidente dell’Auditel tv dell'epoca, dall’acquisto di calciatori al ripianamento dei bilanci del Milan, dal finanziamento di uomini politici al pagamento di giudici del Tribunale di Roma per comprare sentenze favorevoli. Ma per capire come funzionava questa Fininvest ombra è necessario fare una sorta di riassunto delle puntate precedenti.
Nel giugno del 1996 la Fininvest era a un passo dal tracollo economico. Il Biscione ha una posizione finanziaria netta negativa di 2.396 miliardi. I manager cercano di spremere liquidità dappertutto. Ma le banche hanno già dato e sono in guardia. La locomotiva del gruppo (la Publitalia 80, la concessionaria che raccoglie la pubblicità per le reti di Berlusconi) sconta le difficoltà del mercato pubblicitario. E pur di trovare i soldi si decide di acquistare la Standa.
L’azienda va male ma le casalinghe pagano subito e in contanti. In compenso, i fornitori vengono pagati a 120/150/180 giorni e la «casa degli italiani» sta andando in pezzi. Ma l’emergenza impone sacrifici. Per salvare la Fininvest Silvio Berlusconi ha solo una strada: staccare dal gruppo la parte più appetibile e cercare di venderla in Borsa quanto prima. Il 10 giugno 1996 la Consob, l’organo di vigilanza, deposita il prospetto di collocamento di Mediaset, la nuova subholding delle tre tv (Canale 5, Rete 4, Italia 1) presieduta da Fedele Confalonieri. A pagina 67 di questo documento c'è un paragrafo dal titolo «Procedimenti giudiziari e arbitrali». Ha il numero 17, forse non per caso, e in quattro pagine mette in rassegna un formidabile elenco di guai. Ecco il commento finale: «La Società (Mediaset) non può escludere che sui corsi delle azioni possano influire sia un eventuale esito negativo dei suddetti procedimenti, inclusi quelli relativi all’azionista di controllo, sia l’attenzione da parte dei mezzi di comunicazione». Il documento accenna in modo molto pudico al presunto falso in bilancio Fininvest. Una riga in totale. Ma è proprio questa riga che alimenta una tensione parossistica negli uffici milanesi del Biscione. La preoccupazione è fondata. La Procura di Milano ha appena ricevuto da Londra le carte del cosiddetto «Fininvest Group B - very discreet». L’attenzione molesta dei mezzi di comunicazione si è soffermata sul fatto che decine di società estere, spesso controllate in modo occulto, hanno creato fondi neri per ben 1.100 miliardi di lire. Lo strumento principale per alimentare queste disponibilità extracontabili è stata la compravendita alterata e contraffatta di diritti televisivi e cinematografici. Secondo i giudici milanesi, uomini politici, dirigenti del gruppo, calciatori e quant’altro sono stati pagati in questo modo per anni. Nello sforzo di non compromettere lo sbarco in Borsa tutti gli uomini di Mediaset ripetono ossessivamente: noi non c’entriamo con l’inchiesta, noi non c’entriamo con Fininvest. Lo slogan è credibile? No, per tre semplici motivi. Uno: Mediaset è una controllata di Fininvest al 72%. Due: i principali amministratori di Mediaset e quelli di Fininvest sono per lo più le stesse persone. Il terzo è il punto più importante, anche se non sembra. Nel mondo old economy del 1996 una società da quotare viene valutata sulla base del patrimonio. Ora, il patrimonio di Mediaset (nel 1996) è rappresentato dai diritti televisivi, cioè proprio il settore dove i giudici sospettano gli illeciti più gravi. Solo nel periodo fra il 1989 e il 1991, per fare un esempio, si sono volatilazzati 600 milioni di dollari in operazioni infragruppo su diritti negoziati a Londra. Il meccanismo è semplicissimo. La società A compra dalla società B che vende a C con un sovrapprezzo. C rivende a D e così via fino a Z. Da A a Z sono tutte controllate occulte Fininvest. Da A a Z si tratta sempre dello stesso film. Solo che costa cento anziché dieci. La differenza fra dieci e cento sono fondi neri. D’altra parte, i dirigenti del Biscione possono confidare sul fatto che le forti oscillazioni di prezzo nel mercato dei diritti sono una cosa normale. Tanto è vero che nel prospetto Mediaset la library dei diritti, cioè l’elemento principale e decisivo per il prezzo di collocamento dell’azione, è valutata 2.078 miliardi. Soltanto l’anno precedente valeva meno della metà (909 miliardi) sulla base di stime fatte prima da Claudio Scola, un perito del Tribunale di Bergamo, con la collaborazione della società specializzata Bannon. L’ultima cifra (2.078 miliardi) è stata indicata nel maggio del 1996 dalla Kagan world media, un’altra società specializzata nella valutazione dei diritti con sede a Los Angeles. Questa ricostruzione dimostra come, nel giugno 1996, l’ombra del Fininvest Group B sulla quotazione di Mediaset sia alquanto spessa e inevitabilmente fitta. In Italia, però, nessuno sembra accorgersene. Ognuna delle parti in causa tiene gli occhi fissi sul suo particolare e agisce in base alle norme del suo mestiere.
Incominciamo dalla magistratura. Il sostituto procuratore incaricato dell’inchiesta è Francesco Greco. E' un esperto di reati finanziari sostenuto da una brillante squadra di polizia giudiziaria. Pur essendo un membro storico del pool Mani pulite, non condivide il metodo Di Pietro fatto di arresti, confessioni e inchieste rapide. Ma gli scontri fra i due hanno avuto scarsa pubblicità e Di Pietro si è tolto la toga un anno e mezzo prima. Greco ha in mano ottimi elementi di prova documentale. Ha chiesto e ottenuto il prezioso appoggio del Serious Fraud Office (SFO), una delle strutture anticrimine finanziarie più preparate. Il 16 aprile 1996 gli inglesi del SFO hanno perquisito gli studi londinesi della Cmm Edsaco Group dell’avvocato David McKenzie Mills. Il bottino è stato ricco. Mills gestiva decine di società estere per conto della Fininvest, e di altri gruppi italiani come ad esempio Benetton. Pesanti elementi di prova sembrano mostrare che cifre enormi sono state sottratte ai bilanci ufficiali a partire dal 1989 e fino allo stesso1996.
Tutti i giornali più importanti ne parlano e non solo in Italia. Si occupano dell’affare gli inglesi e poi gli spagnoli, da quando, il 22 maggio 1996, il giudice Baltazar Garzón si presenta a Milano per avere aiuto nella sua inchiesta sul controllo occulto di Telecinco. Ma tutta questa agitazione, stranamente, non turba più di tanto la Consob. L’organo di controllo, al tempo guidato da Enzo Berlanda, si mostra soddisfatto della clausola apposta al paragrafo 17 del prospetto. Chi compra titoli Mediaset lo fa a suo rischio, come sempre accade in Borsa. Forse con Mediaset il rischio è un po’ più alto, ma tant’è. Fra Consob e magistratura non c’è comunicazione perché non è obbligatorio che ci sia. La magistratura è il potere giudiziario, che è autonomo e dipende solo dalla legge. E la Consob? Per quanto bistrattata, e considerata da molti quasi alla stregua di un ente inutile, la Consob è un organismo altrettanto autonomo. Con una piccola differenza. I suoi commissari non sono nominati con un concorso, come i giudici, ma dal ministero del Tesoro. In altre parole, la Consob risponde al potere esecutivo. Il ministro del Tesoro, nominato il 18 maggio 1996, non è uno qualunque. Si chiama Carlo Azeglio Ciampi ed è stato governatore della Banca d’Italia. Dal suo governo, guidato da Romano Prodi, arriva il via libera alla quotazione Mediaset.
L'Ulivo, ancora una volta in quei tempi, dimostra grande senso di responsabilità
. Non si intromette nella quotazione di Mediaset e lascia andare la magistratura per la sua strada e la Consob per la sua, anche se le due strade non si incrociano mai, anche se ci sono 1.100 miliardi di fondi neri finiti, fra gli altri, a Bettino Craxi e a Cesare Previti, anche se l’azionista di controllo si chiama Fininvest ed è in mano al capo dell’opposizione, anche se Fininvest manterrà uno strettissimo controllo di gestione su Mediaset (dopo la quotazione) in qualità di azionista di riferimento, anche se le voci di vendite delle tv del Biscione a Rupert Murdoch messe in giro da Berlusconi si riveleranno puntualmente delle bufale. Nel giugno del 1996 ciò che davvero importa a Romano Prodi, e ancor di più a Massimo D’Alema, è un rapporto disteso con Berlusconi, in modo da realizzare le riforme della Bicamerale. Anche se poi le riforme non si faranno. L’errore strategico dell'Ulivo, che più di tutto teme di disturbare i mercati, sdogana politicamente un periodo di almeno sette anni in cui il gruppo Fininvest è stato gestito nell’assoluto disprezzo delle leggi che regolano i mercati stessi. Il 23 gennaio 2001 arriva puntuale la richiesta della Procura di Milano di rinvio a giudizio per Berlusconi, Confalonieri, Galliani, Livolsi e per tutti gli altri manager. Dai pubblici ministeri milanesi vengono elencati una serie di misfatti societari impressionanti. I 1.100 miliardi di fondi neri sono serviti per frodare il fisco, presentare bilanci abbellitti rispetto alla realtà, controllare canali tv contro la normativa antitrust. Sono pratiche che si possono condensare in una sola espressione: concorrenza sleale. A questo disinvolto stile manageriale va aggiunto il pagamento di uomini politici al fine di ottenere un trattamento favorevole nella legislazione sulle tv. Del resto, il triennio di fuoco delle società very discreet (1989-1991) è quello decisivo per il core business dell’impero del Biscione. Quei tre anni coincidono con il momento più duro della battaglia per il controllo dell’emittenza. Dopo feroci scontri parlamentari, nell’ottobre del 1990 il Parlamento vara la legge Mammì. Per il parlamentare repubblicano Oscar Mammì e il suo partito sarà il canto del cigno. Assediato dal Caf di Craxi Andreotti e Forlani, il Pri uscirà dal governo nell’aprile del 1991. Il nuovo ministro è il socialdemocratico Carlo Vizzini ma la legge resta. Vince il duopolio con tre reti alla Rai e altrettante alla Fininvest che, però, ha l’asso nella manica. Il primo giugno 1991 debutta Telepiù, la prima pay-tv italiana. La Fininvest ha una partecipazione ufficiale del 10% ma le polemiche su un controllo occulto da parte di Berlusconi incominciano subito, a stento frenate dal garante per l’editoria, Giuseppe Santaniello. I giornali del tempo non possono, ovviamente, dare notizia di altri due fatti che accadono negli stessi mesi del 1991 nel segreto di alcuni paradisi societari esteri. A settembre la All Iberian, una società off-shore di Guernesey finanziata dalla Silvio Berlusconi Finanziaria del Lussemburgo (poi Société financière internationale d’investissement), versa 15 miliardi di lire sul conto Northern holding della Tdb di Ginevra. Da qui il denaro passa su un conto della Banque internationale de Luxembourg intestato a Mauro Giallombardo ma riferibile a Bettino Craxi. L’altra operazione targata 1991 sono i 91 miliardi di Cct, provenienti dai fondi personali di Berlusconi, monetizzati presso istituti di credito di San Marino e, secondo alcune testimonianze agli atti dell’inchiesta, utilizzati per «il finanziamento della politica».
Sono gli stessi anni in cui parte l’operazione Telecinco, l’emittente spagnola comprata dal Biscione attraverso All Iberian e Catwell con uno schermo creato da Solidal e Principal finance, la società che nel 1991 riempie di miliardi la stessa All Iberian, finanziatrice del Partito socialista. Le concessioni per le tv italiane arrivano nell'agosto del 1992. Giusto in tempo. Sei mesi prima, a febbraio, era stato arrestato un certo Mario Chiesa, socialista, e quell’arresto aveva creato forti disagi a Bettino Craxi. Nel 1993, in piena Tangentopoli, parte il «progetto wave». Ecco le sue tappe principali. Mediaset, una piccola srl, ingloba il ramo d’azienda di Reteitalia spa che controlla alcune delle più importanti società londinesi del gruppo attive nel trading di diritti. A febbraio del 1994, mentre Berlusconi si prepara a vincere le sue prime elezioni, Mediaset srl viene incorporata in Futura finanziaria e sparisce. A dicembre Futura finanziaria cambia denominazione sociale e torna a chiamarsi Mediaset srl. Nello stesso mese viene costituita a Malta la International Media Services ltd. Nello stesso tempo, le società londinesi di trading amministrate dall'avvocato David Mills vengono gradualmente svuotate finché, nel mese di marzo del 1995, Mediaset diventa società per azioni. Dalle carte ufficiali spariscono le ultime società di Mills (Leopard communications, Lion communications, Nst) mentre IMS entra in attività alla Valletta. La società maltese diventa subito la chiave di volta del sistema dei diritti. Fin dal primo esercizio ne tratta una massa pari circa alla metà dell’intero volume acquistato da Mediaset nel 1995 (1.173 miliardi). Neppure l’IMS, che pure figurerà nel prospetto di collocamento in Borsa di Mediaset, è proprio il massimo della trasparenza. La sede in Saint John street, a La Valletta, è poco più di un punto di appoggio affidato a due nominees imposti dal diritto societario locale. Gli uffici operativi sono quelli di Lugano, in Svizzera, e da lì si trattano i film con le major di Los Angeles. Fino allo sbarco in Borsa, quindi, il cuore di Mediaset sarà all'estero, a dispetto dei sospetti sulla Fininvest Group B. Il collocamento è un successo. Sei mesi dopo la quotazione, all’inizio del 1997, la Fininvest si ritrova con una posizione finanziaria netta positiva e con 500 miliardi di liquidità in cassa. Gli azionisti sono contenti. D’Alema presiede la Commissione bicamerale. La Consob sorveglia. Il dottor Greco prepara la sua richiesta di rinvio a giudizio. Ognuno, insomma, coltiva il suo orto, in piena autonomia. Perché "offellee fà el tò mestee", («pasticcere, fa il tuo mestiere») come dice sempre il Cavaliere. Solo lui, che è imprenditore con gli imprenditori, operaio con gli operai, coltivatore con la Coldiretti e centravanti con i centravanti, non ha problemi di orto. L’Italia è il suo grande latifondo. E a quanto pare ancora oggi continua a raccogliere indisturbato i suoi ricchi frutti. Ma forse tra poco qualcuno (la Magistratura?) gli presenterà il conto. Definitivo.

venerdì 1 ottobre 2010

turiamoci il naso


Abbiamo davvero toccato il fondo. In quest'ultimo periodo si fa veramente fatica a riconoscersi nelle istituzioni che dovrebbero rappresentarci e indurci ad andar fieri di essere italiani. Con esclusione del Capo dello Stato e del presidente della Camera si può affermare, senza tema di smentite, che tutti gli altri inquilini (più o meno abusivi) delle stanze del Palazzo del potere sono veramente l'espressione della feccia umana e politica. Abbiamo una sorta di parterre de roi della schifezza fatta persona, incominciando dal presidente del Consiglio il quale, oltre che violentatore (per ora della democrazia...), è anche un bestemmiatore (http://www.cronacalive.it/bestemmia-berlusconi-barzelletta-rosy-bindi-video.html) e non credo sia necessario ribadire il suo personalissimo curriculum di nefandezze e turpitudini varie ormai conosciute anche in età prescolare. Abbiamo però altresì un ministro delle Riforme con la paralisi non solo nella parte sinistra del corpo ma estesa al dito medio destro che spesso e volentieri indica ai suoi detrattori, incorniciando il tutto con bofonchiate della serie sono porci questi romani e con dementi appelli ai suoi seguaci padani nel dire che sono pronti a scendere su Roma manco fossero le cavallette dell'entroterra marocchino. Non mancano, nel magnifico composit di variegata specie umana che fa da corollario al Pifferaio di Arcore, esponenti di tutte le razze e di tutte le inclinazioni politiche e sessuali: dal leghista scoreggione (Borghezio) alla ministra dedita alla fellatio (omissis), dall'ex ministro che si fa comprare la casa dagli altri senza saperlo (Scajola) alla seconda carica dello Stato in odore di mafia (Schifani). Per quanto riguarda l'odore di merda c'è solo l'imbarazzo della scelta. Questa è la latrina nella quale viviamo oggi e che qualcuno ancora si ostina a chiamare Italia. Credo si debba urgentemente far ricorso a una ditta specializzata in disinfestazioni e derattizzazioni con annesso servizio di spurgo fognature. Vogliamo respirare aria nuova, pulita. Chiediamo troppo? Non credo.