tpi-back

sabato 31 maggio 2008

Berlusconi e i miracoli alla San Gennaro




Sembra che all’improvviso anche i più accaniti oppositori di Silvio Berlusconi si siano ricreduti. I primi a firmare pubblicamente un assegno sulla fiducia nei confronti del cavaliere sono stati Adriano Celentano e Francesco De Gregori, seguiti a ruota da Pino Daniele. Il caso del cantautore napoletano è probabilmente il più eclatante, se non altro perché, essendo del sud, è riuscito nella funambolica impresa di lodare contemporaneamente Berlusconi e il ministro dell’Interno Maroni, nonostante sia stato querelato da Bossi e condannato per diffamazione per aver dichiarato che il leader leghista gli faceva “schifo”. Persino Antonello Venditti (uno che non ha mai nascosto le sue simpatie per il Pci, anche nelle successive declinazioni in Pds-Ds) ha lodato il sindaco di Roma Gianni Alemanno (ex Msi). Manca solo Beppe Grillo, e poi l’elenco dei convertiti al berlusconismo è completo. Non stupisce, invece, il voltafaccia del Corriere della Sera che, attraverso i suoi editorialisti, ha manifestato apertamente appoggio al pacchetto-sicurezza del Governo. Basta leggere gli editoriali di Piero Ostellino e di Ernesto Galli della Loggia per rendersene conto. Verrebbe da domandarsi se sia lo stesso Corriere che solo due anni fa, con un editoriale di Paolo Mieli, aveva invitato gli elettori ad avere fiducia nel senso di responsabilità dei partiti della sinistra radicale che comparivano nel variegato bouquet di sigle e simboli a sostegno di Romano Prodi. La fiducia, evidentemente, era mal riposta, come hanno poi dimostrato i fatti. Perché ora tutti facciano a gara per tessere le lodi di Berlusconi, è un mistero. L’ipotesi più probabile è che in giro non c’è un’alternativa al cavaliere (almeno per i prossimi cinque anni), per cui tanto vale crederci. Certo, noi tutti speriamo che questa volta il premier riesca a risollevare il Paese dal baratro nel quale sta inesorabilmente sprofondando, ma siamo così sicuri che ce la farà? Vediamo quanto è fondata questa fiducia. Il quarto Governo di sua Emittenza è certamente cominciato sotto i migliori auspici, con la benedizione scontata di Confindustria, l’atteggiamento dialogante da parte del sindacato (Cisl e Uil), e l’apertura dell’opposizione sulle riforme necessarie e condivise. Fin qui, tutto bene. Anche i primi provvedimenti dell’Esecutivo hanno suscitato un’approvazione bipartisan, impensabile fino a pochi mesi fa: dal pacchetto-sicurezza, alla politica estera ed economica. I toni di Berlusconi sono da statista, centellina le dichiarazioni e limita al massimo (contrariamente al passato) le sue apparizioni in tv. A vederlo, non ci si crederebbe. Stesso endorsement per i ministri, abbottonatissimi e intenti a lavorare a testa bassa per salvare l’Italia, l’esatto contrario della rissosa squadra di Governo che componeva l’Esecutivo di Prodi. Pure il numero dei ministri e dei sottosegretari è lontano anni luce dalla “carica dei 101” del Professore. Eppure, a ben guardare, i conti non tornano. Già il numero dei sottosegretari è destinato a lievitare di altre 20 unità, un po' per accontentare gli esclusi (che un chiaro segnale l'hanno mandato, facendo andare sotto il Governo alla Camera in settimana, nonostante l'ampia maggioranza che lo sostiene), un po' per necessità. Così, la compagine governativa arriverà presto a quota 80; sempre lontana dal record di Prodi, ma comunque non così esigua come promesso in campagna elettorale. Sul problema della spazzatura di Napoli, il Governo si era mosso inizialmente bene, con tanto di Consiglio dei ministri-show nella Prefettura del capoluogo partenopeo, come promesso in campagna elettorale, per rassicurare gli elettori che questa è la volta buona, che Berlusconi non penserà solo alle “sue” leggi, ma che si occuperà veramente dei problemi del Paese. Poi, è piombata, come un fulmine a ciel sereno, la tegola dell’indagine sullo smaltimento dei rifiuti, con il neosottosegretario all’immondizia, Guido Bertolaso, rimasto schiacciato dalle ecoballe (tali, in quanto avevano poco di ecologico rispetto a quanto certificato). Sul problema rifiuti, l’Esecutivo rischia l’impasse, dopo essere riuscito anche nell’impresa di dividere l’opposizione sulla scelta di usare la forza per risolvere l’emergenza, con Antonio Di Pietro che, da bravo ex poliziotto ed ex magistrato, da una parte auspica uno “Stato forte” che faccia rispettare le leggi, e dall’altro attacca violentemente Berlusconi sul decreto legge “Salva-Rete4” (poi modificato dal Governo). Se il cavaliere non riuscirà a risolvere il problema spazzatura, potrà sempre dare la colpa ai soliti magistrati, rispolverando così un collaudato refrain, al quale la gente, visti i trascorsi sull’argomento, crederà facilmente. L’altro “miracolo” alla San Gennaro promesso dal caimano è la resurrezione di Alitalia che, per la verità, è attesa solo da parte dei suoi dipendenti, mentre la maggior parte degli italiani si auspica il fallimento della Compagnia, e la fine dell’agonia (e del relativo esborso dei contribuenti tramite prestiti e aumenti di capitale non-stop). Che Berlusconi riesca a far volare Alitalia, oramai, non ci crede più nessuno, tant’è che il governatore lombardo Formigoni è intervenuto nei giorni scorsi dichiarando che, per mettere a punto il piano-salvezza, “ci vuole tempo”. In realtà, sembra che i pretendenti all’acquisto del vettore nazionale si siano squagliati. Dopo la rinuncia definitiva di Air France-Klm, anche la russa Aeroflot dell’amico Vladimir Putin si è tirata indietro. Così il cavaliere sta esplorando la strada domestica, con il fido Gianni Letta che cerca di mettere insieme un gruppetto di imprenditori che metta qualche soldo, ma solo per soddisfare i desideri del premier, più che per convincimento personale. Si tratta dei Benetton (i quali potranno rientrare agevolmente della somma sborsata grazie ad un aumento delle tariffe autostradali, adesso che non c’è più Di Pietro ad impedirlo), del patron di AirOne Carlo Toto, di Tronchetti Provera, di Salvatore Ligresti, e di qualche altro immobiliarista (o giù di lì). Magari, si troverà anche una banca disposta a sostenere l’operazione solo per compiacere Berlusconi, più che per un reale convincimento. D’altronde, qualcosa il Governo deve pur fare, almeno un tentativo, prima di gettare la spugna; potrà sempre dire di averci provato, ma che per colpa dei soliti sindacati non è stato possibile accordarsi sugli esuberi necessari, e così via. Per il momento, grazie all’ennesima robusta iniezione di liquidità decisa dal precedente Governo Prodi, Alitalia ha carburante ancora per un anno. Intanto si guadagna tempo, poi si vedrà. L’unico fronte sul quale il Cavaliere registra successi, è quello del dialogo con l’opposizione. Nemmeno tutta, a dire la verità, visto che per la presidenza della Vigilanza Rai, Berlusconi ha detto ai suoi che va bene qualsiasi nome, ma non quello di Leoluca Orlando o di un altro esponente dell’Italia dei Valori. Di Pietro, infatti, è l’unico a fare una vera opposizione al Governo, mentre Veltroni si è fatto irretire dalle “larghe intese” per le riforme, e, di fatto, ha ceduto la leadership della minoranza all’ex pm. Per rincorrere il cavaliere sul suo terreno, e cercare di guadagnare spazio tra i moderati, Veltroni ha avuto anche la bella pensata di dichiarare che “la Chiesa ha diritto di parola”. Così, è probabile che alle europee dell’anno prossimo, gli elettori del Pd decidano di votare falce e martello (Prc, Pdci e Verdi), per mandare un chiaro segnale all’ex Sindaco di Roma. Le europee 2009 saranno anche un banco di prova per verificare il consenso attorno all’operato del primo anno dell’Esecutivo che, per questo, è costretto a portare a casa qualche risultato alla svelta. A costo di presentare sua Emittenza come un novello San Gennaro, in grado di liquefare l’immondizia di Napoli, di risollevare Alitalia, di salvare il Paese dal baratro in cui precipita lentamente ed inesorabilmente. Speriamo nel miracolo...

giovedì 29 maggio 2008

Brunetta & il taglia e affetta




Un personaggio politico entrato nelle mie simpatie (umane, non politiche ovviamente) da poco tempo è senza dubbio il nuovo ministro per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione, il professor Renato Brunetta, 58enne veneziano dal viso rubicondo, l'andatura dinoccolata e l'altezza non proprio da watusso. E' entrato nelle mie grazie anche perchè uno dei miei giornalisti preferiti (Massimo Gramellini) gli ha dedicato, incensandolo goliardicamente e rinominandolo "il Taglia & Affetta" su La Stampa di oggi, il suo "Buongiorno" quotidiano in prima pagina, dal titolo "Nel suo piccolo" (credo senza allusione alla sua altezza...) che vi voglio riproporre integralmente. Poche righe ma godibilissime. Buona lettura. Sparlate pure di tutti gli altri ministri, ma non toccatemi Brunetta, il mio preferito. Quest'uomo, al cui confronto Don Chisciotte era un pragmatico, si è messo in testa di far funzionare lo Stato. E mica in Danimarca o in Lapponia. In Italia. Non è commovente? Fra i tanti ex barbari del governo che camminano per le stanze del potere con le pattine sotto le scarpe, Brunetta "Taglia & Affetta" è l'unico ad aver conservato l'impeto delle origini. Irascibile peggio di Paperino, il kamikaze del liberismo si muove fra i riti di Palazzo con la leggerezza di un lottatore di sumo scaraventato in una coreografia del Lago dei Cigni. Non che non si sforzi di fare il diplomatico. Ieri ha addirittura convocato i sindacalisti, una categoria che gli procura attacchi d'asma e sfoghi sulla pelle curabili solo dopo lunghe ore di meditazione davanti alla foto della Thatcher che addenta le cosce di un minatore gallese. "L'amministrazione dello Stato è una palla al piede", ha esordito con la consueta cautela. L'incanto è durato un quarto d'ora, poi il delegato della Cgil ha abbandonato il tavolo (le cronache non precisano se era inseguito dai cani), protestando perchè il ministro aveva invitato un solo rappresentante per ogni sigla. Ne voleva di più, quell'ingordo, senza pensare all'effetto devastante che una cucciolata di sindacalisti sbaraitanti avrebbe provocato sul sistema nervoso di Brunetta, già scosso dagli sfottò che Fiorello riserva ogni giorno alla sua statura da gnomo. Ma non è un colpo basso, nel 2008, fare ancora battute sull'altezza? Lo perdoni, Brunetta. E richiami indietro i cani.

le qualità (televisive) dei simpatizzanti del cavaliere


Da quando Silvio Berlusconi ha iniziato a fare politica, dal lontano 1994, un elemento che lo contraddistingue è senza dubbio la sua ferrea volontà di circondarsi (oltre che di peones della politica o amici di lunga data) di uomini e donne preferibilmente provenienti dall'alveo televisivo, di oggi e di ieri. Credo lo faccia (e lo prediliga) per una sorta di "osmosi visiva", di protesi catodica, in cui riesce a miscelare attricette e presentatrici tivù con uomini del mercato pubblicitario e conduttori di tribune elettorali. Esempi più che eloquenti ne sono le ultime rivelazioni riguardanti Michela Vittoria Brambilla (http://www.lastampa.it/multimedia/multimedia.asp?p=1&IDmsezione=9&IDalbum=9846&tipo=VIDEO#mpos), all'epoca dark lady delle notti televisive di Italia1 e non ancora figurante di governo in autoreggenti e chioma rossa, e (per par condicio) dell'attuale ministro Andrea Ronchi (http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&cont_id=20716) che all'epoca conduceva, con tanto di baffetti da sparviero, una tribuna politica locale con annessa intervista alla fu pornostar Moana Pozzi. Inutile qui ricordare anche gli altri simpatizzanti (per usare un eufemismo) del cavaliere di Arcore, abili e arruolati nella squadra politico-catodica della vecchia Forza Italia ora PdL: Gabriella Carlucci, Gerry Scotti, Mara Carfagna etc...Un minimo comune denominatore (la tv) che sembra essere quel quid identificativo di tutti gli aspiranti pseudo-politici che anelano poter poggiare le loro superpagate terga sulle poltroncine chic di Montecitorio o (ove possibile) di Palazzo Madama. Non mi stupirei se un domani qualche talentuoso giornalista, a caccia di scoop, riuscisse a scovare qualche vecchio filmato dai magazzini di Mediaset, in cui magari Gianfranco Fini si dilettava nel presentare una versione riveduta e corretta de "la Macchina del Tempo", tipo cinegiornale Istituto Luce, o meglio ancora un Sandro Bondi d'annata conduttore del mitico "Colpo grosso" con magari Stefania Prestigiacomo nel ruolo della valletta sexy che fu di Linda Lorenzi. Non sarebbe male come amarcord televisivo...

mercoledì 28 maggio 2008

Berlusconi, Rete4 e la luna di miele in crisi


Tempi duri per gli innamoramenti politici. Nuvoloni di crisi sulla luna di miele tra maggioranza e opposizione. Il caso Rete4 ha svelato i vizi profondi del governo Berlusconi, il suo essere, cioè, non tanto e non solo un esecutivo conservatore, bensì un intreccio di interessi. Da difendere, costi quel che costi. Anche se ci si rimette la faccia, ma tant’è. E’ stata, dunque, una breve illusione, quella del dialogo? E’ probabile. Del resto, senza ovviamente offesa per la persona, l’avere scelto Paolo Romani come sottosegretario delegato alla materia delle comunicazioni, mi ha fatto capire tante cose. E’ anche vero che un’iniziativa così platealmente volta a tutelare la rete di Emilio Fede non era nel novero delle scelte, che persino il pessimismo della ragione poteva ritenere possibili. Eppure, l’emendamento al decreto di recepimento degli obblighi comunitari in discussione alla Camera (e il tira e molla tra le parti che sta avvenendo in queste ore) tratta proprio dell’ennesimo salvataggio della rete di Mediaset, che già anni fa fu considerata "eccedente". L’Europa, per voce della Commissione, ha messo in mora l’Italia per la legge Gasparri, in merito proprio alle frequenze. La Corte di Giustizia di Lussemburgo, dal canto suo, ha affermato che l’assegnazione delle frequenze così come è avvenuta in Italia non è conforme al diritto comunitario, mentre Europa7 continua a non avere opportunità tecniche. Ora il governo cerca il colpo di spugna, infilando di soppiatto un emendamento nella Comunitaria. Finalmente l’opposizione (in primo luogo Antonio Di Pietro) sta facendo la sua parte fino in fondo. E, mettendo a nudo gli spiriti "animali" del conflitto di interessi, ha fatto emergere che il "buonismo" di Berlusconi sembra proprio una recita. La vicenda Rete4 è una metafora del contesto in cui ci troviamo. Sia l’inizio di una stagione né massimalista né estremista, ma di tenace opposizione per prepararci ad un’altra fase. Qualche non troppo sottile commentatore ha voluto stigmatizzare la polemica in corso come acqua passata, archeologia, già visto. No. Si sbagliano i non troppo sottili commentatori, devoti al culto berlusconiano. Se non si sbloccano le frequenze vengono meno sia il pluralismo sia la transizione all’epoca digitale. Quest’ultima non può diventare la moltiplicazione all’infinito della concentrazione della televisione analogica. E, quindi, l’accesso dei nuovi soggetti va garantito a monte, prima che il sistema si chiuda definitivamente con tanto di lucchetti. Non è una battaglia di retroguardia, piuttosto il suo contrario. Si tratta di entrare nell’epoca della maturità mediatica. Un altro tormentone della destra è: il testo non c’entra con Rete4. Non è così, ovviamente. Però si tenti una estrema ratio: perché il governo, se ritiene davvero che il testo possa essere diversamente interpretato, non lo ritira? Per riscriverlo, tenendo conto delle obiezioni, dei dubbi e dei sospetti legittimi? Se non lo farà sarà chiaro il motivo. E passeremo dalle leggi "ad personam", alle leggi "ad retem"...

martedì 27 maggio 2008

con la Carfagna BLOB ci guadagna...




In genere quando si arriva alla prima pagina televisiva di Blob lo si deve a una serie di gaffes particolarmente esilaranti (è il caso di Luca Giurato), oppure a nevrosi e tic da direzione di telegiornale (Emilio Fede docet), o anche a una serie di presenze televisive non sempre apprezzabili (come avviene con Silvio Berlusconi). Ma c'è anche il caso in cui la trasmissione cult di Enrico Ghezzi decida di riservare una serata monotematica ad un personaggio televisivo assurto agli onori del tubo catodico da non molto tempo, e comunque già entrato nelle simpatie dei fruitori blobbiani. Sto parlando della neoministra (quella più bella del mondo, come recitava la stampa tedesca qualche tempo fa) per le Pari Opportunità Maria Rosaria Carfagna che domenica scorsa ha fatto innalzare (sgombriamo il campo da equivoci doppi sensi, please) i rilevamenti Auditel nei cinque minuti antecedenti la messa in onda di Chetempochefa di Fabio Fazio. Non era difficile prevederlo: in genere tette, cosce e culi hanno sempre qualità propedeutiche per la pressione arteriosa dei teleutenti. E la performance della bella salernitana non ha smentito tale teoria. Il programma (http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,RaiTre-Blob%5E8%5E88425,00.html) è stato molto apprezzato dai maschietti, come era da aspettarsi; un pò meno gradito da una critica televisiva de l'Unità, vale a dire Maria Novella Oppo (http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=75786), che certo non le ha risparmiato frecciatine al curaro. Che comunque non dovrebbero aver raggiunto le preziose terga della Carfagna. Almeno spero.

Anna Maria Franzoni: le polemiche e le ragioni




Le polemiche bipartisan che sono seguite alla sentenza della Cassazione, e che hanno riportato in carcere Anna Maria Franzoni, non mi sembra che stiano scemando, anzi. Oggi, sulla prima pagina di Liberazione, il direttore Piero Sansonetti ha riacceso il fuocherello delle discussioni e delle prese di posizione con un editoriale intitolato "Franzoni, il carcere, i privilegi" che vi voglio riproporre integralmente. Buona lettura. Giorni fa abbiamo pubblicato su Liberazione un breve articolo, di una ventina di righe, nel quale suggerivamo una iniziativa di clemenza (per esempio la grazia) nei confronti di Anna Maria Franzoni. Si è aperta una polemica che non finisce più. Come sempre feroce, perchè l'attuale dibattito politico italiano contempla o la subalternità o la furia e l'anatema: l'ipotesi della discussione su tesi e con argomenti diversi è esclusa a priori. La ragione della nostra proposta di grazia - espressa in quel breve articolo - era fondamentalmente umanitaria. Raccontavamo di aver provato un forte sentimento di compassione per la signora Franzoni che entrava in carcere piangente, e per i suoi bambini che restavano soli a casa, per i loro pianti e il loro sgomento; e sostenevamo - un pò incautamente - che il sentimento della compassione - che talvolta, a tradimento, ci sfiora - non è qualcosa della quale vergognarci. E' un sentimento legittimo, in genere positivo. Anche se rivolto a persone poco simpatiche, o poco vicine a noi per biografie, per idee, per comportamenti. Abbiamo ipotizzato che il pugno duro, il cuore duro, l'anima dura e incorruttibile e spietata, non necessariamente siano le qualità indispensabili per il cittadino e la cittadina moderni. Tutto qui. E perciò abbiamo rivendicato il diritto di provare un sentimento di affetto verso Anna Maria Franzoni, e non solo (come spesso ci succede e lo dichiariamo e lo gridiamo) verso i deboli, i rom perseguitati da Veltroni e Maroni, i migranti inseguiti dalla legge, i poveretti sbattuti in fondo a una galera, per anni, colpevoli di piccoli delitti che hanno commesso in stato di necessità. Un sentimento di affetto verso la Franzoni - è la nostra idea - non danneggia, anzi moltiplica la solidarietà verso i derelitti, verso tanta gente che è molto più debole e ha subìto ingiustizie o "perfidie di legge" molto più grandi. Vista però l'ampiezza del dibattito che - un pò involontariamente - abbiamo provocato, facciamo due sole considerazioni. La prima riguarda il carcere. La seconda riguarda la questione dei "privilegi". Si continua in questi giorni a ripetere una formuletta: "Occorre la certezza della pena". In un bellissimo articolo pubblicato su il manifesto, Sandro Margara spiega molto bene come sia nata questa formula, e come avesse, in origine, un senso opposto a quello che le si dà ora. Cesare Beccaria chiedeva "mitezza e certezza della pena" per impedire gli eccessi forcaioli dei giudici e non per aumentare il valore vendicativo della giustizia. Certezza era contrapposto a "esagerazione". Oggi si è rovesciato tutto: "certezza" è opposto a "clemenza". Viviamo in anni nei quali parole come tolleranza, clemenza, perdòno (e persino la parola bontà, tradotta e storpiata in "buonismo") hanno assunto un significato negativo, e universalmente, ormai, sono riconosciute dal mondo politico e dai mass media come "vizi", come orrende - o colpevoli - debolezze. La certezza della pena intesa come clava da agitare per distruggere l'attuale legislazione carceraria (si pensi soprattutto alla legge preparata negli anni '80 dal senatore Mario Gozzini e approvata da governi democristiano-socialisti) che consente sconti di pena ai reclusi, rifacendosi al principio che la pena serve alla rieducazione e alla sicurezza e non deve rispondere a un'idea di vendetta. La tendenza a rendere la pena immobile e immodificabile e tutta comunque da scontare, rovescia il principio costituzionale della rieducazione e riabilita l'idea di vendetta. Per questo a noi non è mai piaciuta. E a noi non è mai piaciuto il carcere. Pensiamo che sia uno strumento barbarico di giustizia. Che certo oggi non può essere abolito, ma che in prospettiva andrà superato, e che comunque va ridotto al minimo, utilizzato solo quando non ci sono altri strumenti di "autodifesa" della collettività e di rieducazione di chi si è reso responsabile di gravi crimini. Purtroppo questa nostra idea va molto controcorrente. Sandro Margara ha citato due dati impressionanti. Il primo è questo: tra chi esce dal carcere con sconti di pena o con l'applicazione di pene alternative, 8 su 10 non tornano più a commettere delitti. Tra chi invece esce dal carcere solo a pena interamente scontata, 7 su 10 tornano a delinquere. Non ci vuole molto a trarre le conseguenze. Secondo dato: dagli anni '70 ad oggi negli Stati Uniti i reati sono diminuiti molto. Gli omicidi di oltre il 30%, e in molti Stati sono quasi dimezzati. Eppure il numero dei carcerati non solo è aumentato, ma si è decuplicato: da 204 mila nel 1973 a 2 milioni e trecentomila nel 2005. E' chiaro che l'aumento dei carcerati risponde a ragioni puramente ideologiche o a campagne politico-demagogiche e a nessun'altra esigenza oggettiva. E' quello che sta succedendo in Italia. Tutte queste righe per dirvi: chiedere che Anna Maria Franzoni esca dal carcere è un modo - ovviamente - per chiedere che dal carcere escano varie migliaia di persone. In primo luogo tutte le mamme che hanno lasciato dei bambini a casa. L'obiezione che è venuta alla nostra richiesta di grazia è questa: la signora Franzoni è una privilegiata. Lo è stata in tutti questi anni, protetta da un forte sistema di difesa legale, dalla TV, e resta privilegiata ora che persino Liberazione chiede che sia graziata. E' vero, è così. mi stupisco solo che questa obiezione non mi è venuta solo da "incalliti" comunisti, ma anche e diffusamente dal centro e dalla destra. Mi faccio questa domanda: ma come mai la maggioranza della popolazione italiana ritiene che non ci sia niente di male se mio figlio fa il liceo classico e il figlio di un minatore del Sulcis non può superare la terza media, e il bimbo rom non ha l'acqua calda in casa e se, quando è più grandicello, chiede l'elemosina, si prende gli sputi della gente e gli attacchi di rigorismo del sindaco Domenici o addirittura viene portato al carcere minorile...e poi si indigna solo se in carcere la Franzoni ha qualche privilegio in più di altri disgraziati? Esiste un mondo al quale apparteniamo noi, che si basa sul privilegio e noi accettiamo questo privilegio, e poi però pretendiamo il più totale egualitarismo (non eguali premi, ma eguali punizioni) per il mondo dei detenuti? Come mai tutte le nostre pulsioni egualitarie si applicano solo ai disgraziati? Vedete, tutto ciò a noi sembra ipocrita. Perciò non lo condividiamo. Perciò non proviamo la minima vergogna a dire qualche parola a favore di chiunque stia in un carcere. Anche se si chiama Anna Maria Franzoni.

lunedì 26 maggio 2008

il direttore (criticone) e la parlamentare (popolana)




La rivolta di sabato scorso a Chiaiano contro l'apertura del sito della discarica per la munnezza non ha soltanto provocato le ire (comprensibili) dei cittadini napoletani ma ha innescato anche una feroce polemica politico-giornalistica tra il direttore de il Giornale di casa Berlusconi, Mario Giordano, e la parlamentare del PdL Alessandra Mussolini, che, un pò Masaniello in gonnella, aveva partecipato alle proteste della popolazione partenopea, scendendo in piazza dietro le barricate e attirandosi gli strali critici di Giordano e di alcuni uomini politici del suo stesso schieramento (Calderoli in primis). Conoscendo il carattere fumantino della nipote del Duce non mi ha sorpreso più di tanto la scelta dell'onorevole anti-Sgarbi per eccellenza di essere tra il popolo per il popolo, sbraitare e sposare la causa dei rivoltosi. C'è da dire che l'aplomb oxfordiano non fa parte del Dna della Mussolini; diciamo pure che viene fuori in questi casi più il Dna da popolana che da parlamentare o da donna delle istituzioni, con inclinazione alla diplomazia. Fatto sta che la sua scelta ha dato modo a Giordano di criticarla sulla prima pagina del quotidiano milanese costringendo la Mussolini ad una replica, pubblicata oggi, che vi voglio riproporre. Gentile Direttore, mi vedo costretta a replicare all'articolo di fondo pubblicato a Sua firma su Il Giornale ad una serie di accuse rivoltemi assolutamente fuori luogo, condite da aggettivazioni che un Direttore di un quotidiano così importante farebbe bene a non utilizzare. Proverò a riepilogare a beneficio Suo e dei lettori quanto è accaduto nella giornata di ieri. Alle ore 10,30 circa ho ricevuto la telefonata della signora Ida Napolitano, residente a Chiaiano, che agitatissima mi ha raccontato degli incidenti che si stavano verificando in zona. Ho subito provato a tranquillizzarla, anticipandole che mi sarei attivata per contattare i rappresentanti del Governo per capire meglio cosa stesse succedendo. Ho, quindi, contattato il Ministro Maroni, il Ministro La Russa e il Sottosegretario Alfredo Mantovano per riferire loro i fatti così come raccolti. Ho, quindi, ricontattato la Signora Napolitano per tranquillizzarla. Verso le 11,30 ho ricevuto la telefonata del Capo della Polizia Manganelli, che mi ha con molta cortesia riepilogato lo stato della situazione a Chiaiano e con lui abbiamo concordato che un mio intervento sul posto poteva essere di ausilio a sedare gli animi e riportare la calma, come successivamente è effettivamente avvenuto. Ho, pertanto, preso la strada per Chiaiano informando il Ministro La Russa, che ha condiviso la mia azione. Giunta sul posto ho ascoltato i cittadini, le loro ragioni e le loro proteste, e ho ragionato con loro dell'iniziativa del Governo sull'emergenza rifiuti. Tra quei cittadini vi erano anche rappresentanti politici locali di ogni schieramento, i quali mi hanno chiesto che oggi fossi con loro per l'incontro con il Sottosegretario Bertolaso, proposta che ho accettato e che ho comunicato anche al Ministro La Russa. Per sapere queste cose Le sarebbe bastato farmi raggiungere telefonicamente da uno dei Suoi valenti collaboratori, così come correttamente fatto da altri quotidiani nazionali: ma probabilmente aveva già confezionato il pezzo di oggi, preferendo ignorare la verità. Concludo: certamente ha ragione Lei, Direttore. Avrei potuto utilizzare il sabato per stare con la mia famiglia, per fare shopping o andare al cinema. Ma un rappresentante del popolo ha il dovere di rispondere ed essere presente non solo in campagna elettorale ma anche e soprattutto quando vi sono tensioni e difficoltà. Se serve, prendendosi anche qualche insulto dagli avversari e dai Direttori dei giornali. Questo è il mio ruolo. La saluto augurandoLe di passare un buon pomeriggio, andando al cinema o a fare shopping con la Sua famiglia. Con rispetto, che è quello che a Lei è mancato. Alessandra Mussolini. Questa la pepata lettera della Mussolini al direttore de il Giornale. E questa è la risposta di Giordano. Cara Onorevole, lei sostiene di essere andata a Chiaiano per placare gli animi. In effetti: tutti sanno che è la sua specialità. Dove arriva lei si placano gli animi. In tv, nei dibattiti politici, nei comizi elettorali: si è costruita una carriera politica come placatrice d’animi. Lei è il Gianni Letta del Vesuvio, il nuovo Talleyrand, il Churchill con la pummarola in coppa. Una fine diplomatica, insomma, maestra nell’arte di smussare gli angoli senza alzare mai la voce. Le conosciamo tutte queste sue caratteristiche, no? Suvvia, dica la verità. Lei a Chiaiano non voleva placare gli animi. Voleva prendersi un pezzo di visibilità. E voleva farlo in mezzo alla gente, come lei stessa ha detto, perché (gliene va dato atto) questa è stata la sua caratteristica da sempre, ciò che la fa apprezzare da molti italiani e che fa impennare gli indici d’ascolto durante i suoi show. Lei è sanguigna, genuina, popolare nel senso migliore del termine. Ci è sempre piaciuta per questo. Ma adesso sia onesta con se stessa. Lo ammetta: pensare di placare una rivolta con un comizio della Mussolini è come pensare di spegnere un incendio con una doppia tanica di benzina. Si rilegga il mio editoriale. Forse, oltre che la situazione e l’opportunità, non ha capito neppure quello. Non ho insultato nessuno, non ho rivolto accuse fuori luogo. Semplicemente ho notato che la sua presenza nella piazza della rivolta, accanto a un autobus bruciato e ai resti delle bombe carta, era inopportuna. E continuo a pensarlo. Per altro, temo di non essere il solo. Il suo compagno di partito Italo Bocchino, per esempio, vicepresidente vicario dei deputati del Pdl, ieri ha detto: «Invito i politici di tutti gli schieramenti, siano politici di centro destra o di centro sinistra, a stare tutti dalla parte del governo e dello Stato e dunque a non partecipare alle manifestazioni contro l’apertura dei siti per lo smaltimento dei rifiuti. Dietro a questi eccessi si legge chiaramente lo zampino della criminalità organizzata». Lei, cara Mussolini, pensa che anche il suo vicepresidente Bocchino la stia insultando? Per il resto, c’è poco da dire. Il suo racconto della giornata al telefono con Maroni, La Russa e Manganelli è appassionante come una retrospettiva sul cinema del Kazakistan. E non cambia una virgola sul significato del suo gesto dell’altro giorno. Lei è andata in mezzo ai rivoltosi e ha dichiarato: «Io sto dalla parte della gente». Siccome conosce la politica da tempo, avendola succhiata insieme al latte del biberon, lei sa benissimo che nessuna amabile conversazione telefonica, foss’anche col Papa in persona, potrebbe cancellare il messaggio che lei ha voluto lanciare. E il messaggio era semplice: fra rivoltosi e polizia, io sto coi rivoltosi. Punto. Questo, per me, è inaccettabile. E il fatto che lei sia un deputato eletto nelle file del Pdl, a mio modo di vedere, rende il tutto ancora più grave. Il resto sono chiacchiere da salotto, che, appunto, potevamo serenamente risparmiarci se lei avesse utilizzato quelle ore per andare al cinema o per leggere un libro. O, magari, per studiare un po’ più a fondo il problema dei rifiuti, che per essere risolto ha bisogno di tutto, tranne che della sua demagogia. E per quanto riguarda il sottoscritto, si tranquillizzi: la domenica pomeriggio l’ho passata, come sempre, in redazione. Osservare e raccontare l’Italia, oggi, è assai più divertente che fare shopping. E, per quanti guai posso combinare, non riuscirò mai a essere al pari con lei. Caspiterina! Non male come risposta questa di Giordano. E devo riconoscere che mi è piaciuta. Quasi mai sono stato d'accordo con le idee e con gli editoriali dell'ex direttore di Studio Aperto, ma questa volta è diverso: tra il direttore criticone e la parlamentare popolana, beh, sto dalla parte del direttore.

domenica 25 maggio 2008

il cavaliere spazzino & le manganellate edulcorate




La settimana che si va a concludere è stata senza dubbio quella più "pesante" e rumorosa degli ultimi tempi. Oltre che puzzolente. Ma oramai i cittadini della Campania (e di Napoli in particolare) ci stanno convivendo con il fetore. Proprio mercoledì scorso la puzza ha raggiunto vette da record, in coincidenza, forse, con la calata a Napoli del governo Berlusconi quater per il primo consiglio dei Ministri. Una puzza ideologica, un olezzo politico, un odore ripugnante da casta, ma comunque sempre di fetenzìa si trattava. E i napoletani a questo erano preparati, turandosi il naso. Sapevano che la questione rifiuti sarebbe stata trattata dai loro rappresentanti così massicciamente eletti il 13 e 14 aprile scorso. Sapevano che si sarebbe deciso quali siti aprire per stoccare la munnezza e cercare di ripulire la faccia insozzata della napoletanità. Non sapevano, forse, che il presidente spazzino (come lo ha mirabilmente ribattezzato Michele Santoro giovedì scorso ad Annozero, http://www.rai.tv/mppopupvideo/0,,RaiDue-Annozero-Puntate%5E0%5E87566,0.html), con l'aiuto dell'inceneritore umano mobile appena eletto ministro dell'Interno, avrebbe dato il via ad una nuova era non certo tecnologica, anzi. Il nuovo pacchetto sicurezza partorito dalle fervidi menti degli uomini del PdL ha, tra le altre chicche, rinominato le discariche esistenti (e quelle future) come luoghi oramai inaccessibili, militarizzati. Con tanto di esercito e polizia a far da guardiani (armati). Come se si trattasse di una caserma. Con tanto di muro (immaginario) invalicabile. Senza filo spinato, per ora. E i napoletani avranno pensato di trovarsi sul nuovo set di Scherzi a parte, visto e considerato che il presidente spazzino ha anche voce in capitolo sui palinsesti televisivi. Ma le manganellate ricevute in faccia, sulla testa e in altre parti del corpo, dai solerti celerini con i caschi blu, li hanno fatto ritornare (dolorosamente) alla inequivocabile realtà. Se ne è accorto anche un giornalista del TG3 (http://www.articolo21.info/notizia.php?id=6805) che stava lì a Chiaiano a raccontare quello che succedeva. Se ne è accorta anche una professoressa di storia e filosofia di un liceo di Napoli (http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/rifiuti-8/racconto-prof/racconto-prof.html). Non se ne è accorto, invece, un giornalista de La Stampa che se ne stava al calduccio della sua stanza di redazione a scrivere (http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=4562&ID_sezione=&sezione=) mentre gli altri si prendevano la loro razione di manganellate, in nome del pacchetto sicurezza. E magari domani scriverà che quelle erano manganellate "soft", leggere, edulcorate, quasi cinematografiche. Che non fanno male. Vallo a dire ai napoletani...

sabato 24 maggio 2008

riflessioni sulla Franzoni


La conferma l'altra sera della Cassazione per i sedici anni ad Anna Maria Franzoni ha inevitabilmente riaperto la discussione (mai sopita per la verità) tra innocentisti e colpevolisti. Anche il giudice virtuale e televisivo Bruno Vespa ha detto la sua (http://archiviostorico.corriere.it/2008/maggio/22/stata_lei_non__co_9_080522124.shtml) seppur non davanti al plastico di Cogne, smontato e immagazzinato in attesa di essere riesumato per un eventuale museo delle cere. Prime firme e critici televisivi hanno dato la loro interpretazione alla decisione della Cassazione e all'intera vicenda del giallo di Cogne. Non si sono certo risparmiati su schieramenti personali e giudizi tranchant. Ma due interventi, più di tutti, mi hanno particolarmente colpito. Uno scovato sul blog di un giornalista de il Resto del Carlino; l'altro (sul medesimo blog) sotto forma di risposta da parte di una parente della Franzoni. Ve li ripropongo tutti e due. Questo è il pezzo di Massimo Pandolfi (il giornalista). Comincio a scrivere queste righe mentre tre gazzelle dei carabinieri sono già arrivate alla casa di Ripoli, dove si trova Anna Maria Franzoni. La mamma di Cogne dovrà scontare 16 anni di carcere, la sentenza definitiva è stata firmata dalla Cassazione poco più di un'ora fa. Per la giustizia italiana la donna ha ucciso 6 anni fa il figlioletto Samuele. Forse, mentre chiuderò questo breve pezzo, Anna Maria sarà già in auto, o addirittura già in cella. Si chiude (ma si chiude davvero) il giallo-telenovela che ha diviso l'Italia, con una mamma-assassina che finisce in galera. Già le dichiarazioni si sprecano. Mi ha colpito quella di Luciano Garofano, grande capo dei Ris. Ha detto: "Giustizia è fatta. La sentenza rende merito al lavoro rigoroso e scrupoloso dei Ris di Parma". Scusate la franchezza, ma con tutto il "casino" che è stato fatto dagli inquirenti in queste indagini, forse Garofano stasera poteva anche andarsene al cinema e starsene zitto. Io, ve lo confesso, sono un po' triste. Non vorrei giudicare la nostra Giustizia, però credo di essere uno dei tanti milioni di italiani pieno di dubbi; e, scusate la presunzione, mi sento di scommettere che pieni di dubbi continuano e continueranno ad essere (anche se non ce lo diranno mai) i tanti giudici che hanno lavorato su questo intricato caso. Ditemi: chi di voi è pronto a scagliare la prima pietra ( perchè sicuro della colpevolezza) contro questa donna, che in sei anni di processi, calvari e "Porta a Porta" ha continuato a fare la mamma, ha voluto e partorito un altro figlio con suo marito (che l'ha sempre difesa), ha fatto adddirittura la baby sitter per le amiche del suo paese, che si fidavano e si fidano di lei? Io non ce la faccio, la pietra la lascio cadere ai miei piedi. Mi arrendo. Sì, da stasera giustizia sarà stata fatta, ma io - magari esagero, non so - mi sento di dire che certe volte preferirei che la giustizia terrena avesse l'umiltà di alzare bandiera bianca, che non fosse così assetata di sangue, di dolore, di verità che poi non è verità, ma un condensato di crepe e di dubbi. Mi hanno insegnato, ci hanno insegnato, che è meglio un colpevole libero che un innocente in galera. Da stasera, e chissà per quanto tempo, tutti noi avremo questo dubbio mentre Anna Maria marcirà in carcere. Mi fido di più della giustizia divina che di quella terrena. Ecco, ce la faccio a scriverlo proprio alla fine: più che con i giudici della Cassazione, Anna Maria, giunti a questo punto, avrebbe dovuto fare i conti solo con il buon Dio. E solo loro due, Anna Maria e il buon Dio, sanno davvero quali sono i conti giusti. Anzi, questi conti li conosce di sicuro anche una terza persona: il piccolo Samuele, che comunque sia andata, sono certo che vuole comunque un gran bene alla sua mamma. Noi comuni mortali - non prendiamoci in giro con carte che a volte sembrano carte stracce - non siamo stati capaci di fare questi conti.
P.S. Alle 22,33 arriva la notizia di agenzia: Anna Maria Franzoni è stata arrestata. Questo era il pezzo di Massimo Pandolfi. Ecco ora la bella lettera della parente della Franzoni.
Gentile Massimo Pandolfi, come componente della famiglia Lorenzi (sono cugina di Stefano e nipote di Mario Lorenzi) mi sento di ringraziarla per quello che lei ha scritto. E' la cosa piu' umana, piu' sentita, piu' garbata, piu' sincera che ho letto sinora riguardo questa triste vicenda. La ringrazio perche' mi ha un po' consolato, tra i tanti commenti superficiali, grossolani, arroganti e cattivi, poter constatare che c'e' ancora qualcuno capace di guardare alle cose senza pregiudizi, capace di fare un serio esame di coscienza, di scavare dentro se stesso e di arrivare alle conclusioni che ha poi scritto, distaccandosi dal coro dei tanti pronti a lanciare la pietra con tanta facilita'. In tutti questi anni ho vissuto dall'interno la tragedia di questa famiglia, la sofferenza incessante di chi ha perso un bimbo in modo così brutale - un bimbo mai dimenticato e sempre al centro dei pensieri di ognuno di noi - e non ha POTUTO piangerlo come avrebbe voluto perche' ha subito dovuto difendersi: e' così assurdo che una mamma che ha trovato il figlio massacrato e SA di non essere stata lei, non accetti di essere considerata colpevole e lotti con tutte le sue forze non solo per dimostrare questo, ma perche' vorrebbe arrivare a sapere chi ha potuto fare una cosa così? Attaccata da ogni parte, ha provato a dire in ogni modo che lei e' innocente, ma qualsiasi cosa fatta o detta da lei e' stata sempre e comunque considerata sbagliata, anche nei piu' piccoli gesti: se non piangeva era uno scandalo, se piangeva, piangeva troppo...Chi, conducendo una vita normale e trovandosi all'improvviso in una situazione così, puo' dire con certezza come reagira'? Chi di noi comuni mortali saprebbe cosa fare o come muoversi se gli succedesse qualcosa del genere? Immagino gia' il boato dei commenti: ma lei e' una Franzoni, e' ricca, ha avuto avvocati come Grosso e Taormina... Quante falsita' ho dovuto sentire in questi anni. Ancora oggi c'e' qualcuno che pensa sia parente di Prodi! Gli avvocati si sono offerti di difenderla perche' convinti della sua innocenza. Errori ne saranno anche stati fatti, ma con tutto quello che hanno sopportato in questi anni mi sembra un miracolo che siano riusciti a mantenere l'equilibrio e ad andare avanti. Quante cose ci sarebbero da dire...Concludo con un pensiero per Stefano e Mario Lorenzi, papa' e nonno di Samuele. Non sopporto sentire dire che il marito e' d'accordo e che la famiglia la vuole coprire. Stefano e Mario Lorenzi sono due persone eccezionali, oneste, con dei principi e una integrita' morale esemplari. Sempre pronti ad aiutare nelle difficolta', anche in questi anni così pesanti per loro. Non avrebbero mai difeso così tenacemente Anna Maria se non fossero certi della sua innocenza. Quante volte ho visto mio cugino speranzoso e fiducioso in una svolta, e poi regolarmente deluso, avvilito, stanco ma pronto a ricominciare da capo accanto a sua moglie. E intanto continuare a lavorare, e stare con i bambini come il piu' affettuoso dei padri. La formula del matrimonio "nella buona e nella cattiva sorte" lui la sta vivendo fino in fondo. E mio zio ad andare avanti a testa bassa, sempre con compostezza pur con il cuore a pezzi, anche se, forse per la saggezza che porta l'eta', almeno in alcuni casi, o per la sua acutezza, non si e' mai fatto troppe illusioni dopo le prime pieghe prese dagli eventi. Gli ho sempre detto che non era possibile, che prima o poi qualcuno si sarebbe messo una mano sulla coscienza. Purtroppo ha avuto ragione lui. E mercoledì sera, incredula, ho smesso di sperare. E di credere definitivamente nella giustizia umana. Bisognava salvare la faccia di tanti. Bisognava dare QUELLA sentenza. E così hanno fatto. Non hanno avuto il coraggio di alzare bandiera bianca, come lei giustamente auspicava. Anch'io, come lei, signor Pandolfi, credo nella giustizia divina che, grazie al cielo, non ha nulla a che vedere con quella umana. Il buon Dio aiuti Anna Maria, Stefano, Davide, Gioele e tutti quelli che gli vogliono bene ad andare avanti con coraggio e a testa alta, anche se adesso e' veramente dura.

venerdì 23 maggio 2008

Capaci, 23 maggio 1992







A sedici anni dalla morte di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani, voglio riproporre un estratto dal libro di Rita Di Giovacchino (ottima cronista di giudiziaria de Il Messaggero) intitolato "Il libro nero della Prima Repubblica" (Fazi Editore, 448 pagine, 18 euro) che a pagina 356 del libro parlava così della strage di Capaci. Gli uomini sulla collina erano in attesa. Nino Gioè fumava una sigaretta dietro l'altra. Giovanni Brusca sembrava tranquillo, guardava un punto fisso all'orizzonte dove le onde del mare si infrangono sugli scogli neri dell'Isola delle Femmine. Gli altri si aggiravano nervosi tra gli alberi, parlottavano. Sette uomini in tutto, vestiti come operai o contadini, che sembravano prendere il fresco attardandosi in campagna alla fine di una giornata di lavoro. Il cavo era stato già allacciato e anche il materasso era ormai posizionato in fondo alla condotta dell'ENEL, un tubo del diametro di circa un metro che correva sotto il manto stradale. Pietro Rampulla era un estremista di destra, un amico, e questi lavori li sapeva fare bene, però quel giorno non era venuto, aveva preferito starsene per i fatti suoi. La prima telefonata era già arrivata. "Pronto, Mario?". "No, ha sbagliato". Era il segnale, l'aereo era atterrato a Punta Raisi. Passarono altri minuti: dieci, quindici, venti. Il cellulare suonò di nuovo. Era Gino La Barbera, di vedetta al bar Johnny Walker, lungo la parallela della Palermo-Trapani, dove c'era un piazzale da cui si potevano vedere perfettamente le auto che sfilavano sull'autostrada sottostante. Il corteo delle Croma si avvicinava: quando le avvistò, Gino risalì in macchina, mise in moto e prese a inseguirle sulla strada parallela in modo da poter calcolare la velocità: ottanta chilometri, cento, centodieci. All'altezza di uno svincolo il boss deviò in direzione di Partinico: ormai mancava poco più di un chilometro, "Non ho neppure sentito il botto", racconterà ai magistrati. I sette sulla collina aspettavano in silenzio. Brusca si posizionò a gambe aperte, prese la mira puntando il telecomando con la iattanza di un arciere del re. Erano le diciassette e cinquantasei del 23 maggio 1992 sull'autostrada A-29, all'altezza di Capaci, quando la violentissima deflagrazione spalancò il manto stradale disintegrando una Fiat Croma blu; la seconda macchina, una Croma bianca, si schiantò contro il muro di sassi e cemento provocato dall'esplosione; la terza, un'altra Croma blu, finì in quel groviglio di lamiere contorte, in bilico sulla bocca d'inferno che si era aperta all'improvviso sulla strada. La prima auto si impennò come un cavallo impazzito nello stesso istante in cui il boato spezzò l'aria: i corpi di Montinaro, Di Cillo e Schifani uscirono dall'impatto a pezzi, orrendamente carbonizzati, irriconoscibili. L'arciere aveva sbagliato di un istante, perchè il vero obiettivo era la seconda vettura, la Croma bianca dove viaggiavano Falcone, che era al volante, Francesca Morvillo, seduta al suo fianco, e l'autista Giuseppe Costanzo che era sul sedile posteriore. Fu l'unico che si salvò. Anche il giudice e la moglie avrebbero potuto salvarsi, se solo la vettura fosse stata poco più lontana dalla prima o se avessero allacciato le cinture: invece cessarono di vivere due ore dopo all'Ospedale Civico di palermo. Sono morti così il giudice, la moglie, il caposcorta e due agenti. Morti come Falcone aveva sempre saputo che sarebbero morti: "Quelli come noi possono saltare in aria da un momento all'altro, come il bottone di una giacca", ripeteva spesso. Sono morti in una splendida giornata di maggio, quando i pescatori al largo della costa trapanese escono con le barche e vanno a pesca di tonni. Uno spettacolo magnifico e cruento, con quella lunga scia di sangue che arrossa l'acqua del mare, che per Giovanni ogni anno segnava l'inizio dell'estate. Non ci aveva voluto rinunciare alla "tonnara", anche se ormai viveva a Roma: aveva deciso di scendere giù nella sua terra, all'ultimo minuto, lasciando sul tavolo di via Arenula tanto lavoro da sbrigare. Ma era un'altra mattanza quella che lo accolse, la sua e dei suoi uomini, non in mare, ma su quel grigio asfalto che per tanti anni è rimasto dipinto di rosso, in memoria del sangue versato dai servitori dello Stato. Falcone è morto a Palermo, dov'era nato, come Buscetta, come gli uomini appostati sulla collina. Gli uomini che avevano imbottito la condotta ENEL di cinquecento chili di tritolo e Semtex T4, avevano azionato il telecomando ed erano rimasti impassibili a guardare. Falcone è morto a Palermo, siciliano tra i siciliani. Quella sera tutte le campane hanno suonato a lutto, ma ai rintocchi si contrapponeva l'eco delle bottiglie di champagne che venivano stappate all'Ucciardone, nelle celle dei boss che festeggiavano la vittoria. Perchè in Sicilia vince chi è vivo. E chi è morto ha perso. Perso per sempre.

giovedì 22 maggio 2008

meglio andare a piedi (o in bicicletta)


Anni fa il comico Gioele Dix (all'anagrafe meglio conosciuto come David Ottolenghi) ebbe un discreto successo televisivo al "Maurizio Costanzo Show" interpretando la gag dell'automobilista perennemente incazzato. Un automobilista alle prese con il traffico ed i problemi ad esso legati. Un automobilista sempre "mazziato" ora dal vigile di turno (con annessa multa), ora dallo Stato (tasse e balzelli vari, costo della benzina, assicurazioni e via discorrendo), sempre e comunque sconfitto nell'impari e dura lotta contro tutto e tutti. Mi è tornata alla mente questa macchietta televisiva proprio oggi, mentre leggevo sul sito dell'ACI (http://www.aci.it/fileadmin/documenti/notizie/Comunicati/Comunicato210508.pdf) l'impressionante numero di contravvenzioni elevate nel corso del 2006, nei soli 103 Comuni capoluoghi di Provincia, ai malcapitati automobilisti colpevoli di aver infranto (a vario titolo) il Codice della Strada. Ben 9 milioni 522 mila 309 multe (9.522.309) che hanno prodotto un incasso per i Comuni di 1 miliardo 98 milioni 518 mila 629 euro (1.098.518.629). Cifre veramente da infarto (non certo per le Amministrazioni comunali) che fanno riflettere, che fanno tra parentesi capire come il nuovo Esecutivo abbia deciso di tagliare completamente l'ICI (o meglio, di finire l'opera iniziata dal governo precedente) contando comunque di "coprire" il tutto con questi introiti da favola, grazie agli automonilisti. Categoria così tartassata (oltre alle multe bisogna mettere nel calderone totale le spese per la benzina, per l'assicurazione, per la manutenzione, per i parcheggi e quant'altro) da meritarsi sicuramente la palma di migliore (e maggiore) fornitore di "obolo coatto" da versare allo Stato. Altro che i simpatici contribuenti stanati da Visco nel recente passato! La considerazione che mi viene da fare, leggendo anche gli articoli di oggi su questa faccenda (uno per tutti, http://www.ilvelino.it/articolo.php?Id=550216), è che bisognerebbe avere il coraggio (la voglia, la fantasia e altro ancora) di rinunciare a questa specie di mostro sanguisuga che è l'autovettura. Cercare di riscoprire la buona vecchia ed economica camminata a piedi (ovviamente se si abita vicino al posto di lavoro). O comunque di ripensare a mezzi alternativi e sparagnini, come la bicicletta (anche quella a motore non è male) o come il "car sharing", ovvero l'uso collettivo di una vettura, con il conseguente frazionamento e condivisione delle spese, che porterebbe il nostro portafogli ad essere meno asfittico e un pò più gonfio a fine mese. Ma so per certo che il 99 per cento dei lettori di questo blog in questo momento starà pensando: "ma vacce te a piedi!". O sbaglio?

ci mancava solo Luca Barbareschi...




L'attore si sa, per antonomasia, è un trasformista, una maschera vivente, un saltimbanco delle emozioni e delle posizioni (politiche e personali). Un giorno è rosso, il giorno dopo è nero. Oggi incensa il suo datore di lavoro, l'indomani lo denuncia al Giudice di pace. E' sempre più facile salire sul carro dei vincitori, soprattutto quando si è camminato a piedi per molto tempo, cercando un passaggio in autostop col pollicione in bella vista mentre nessuno ti si filava. Ed oggi che sul carro è salito, il furbetto del teatrino (sia del palcoscenico che della vita) si concede anche alle interviste "importanti". E' il caso di Luca Barbareschi, un mix di attore, produttore, rompiballe di professione, nonchè aspirante politico. Esterna il suo (non certo illuminante) pensiero a Vittorio Zincone che lo raccoglie e lo mette nero su bianco su il Corriere della Sera Magazine di oggi. Ve lo ripropongo integralmente. Buona lettura. Luca Barbareschi, 51 anni, star riempi-teatri col Gattopardo, importatore delle opere di David Mamet in Italia, pioniere della tecnonavigazione informatica, nonché ballerino e cantante nei musical londinesi, ora è anche deputato del Pdl: in quota Fini, con liaison berlusconiane. Quando ho pensato per la prima volta di intervistarlo, l’attore-regista-manager-produttore era uno dei nomi papabili per il ministero dei Beni Culturali. Quando ho contattato il suo assistente, aveva ridotto le aspettative ed era in lizza per un semplice sottosegretariato. Nel momento in cui abbiamo fissato la data dell’incontro, la partecipazione al governo era sfumata, ma restava la possibilità di un assessorato alla corte del sindaco Gianni Alemanno. Quando gli ho citofonato per raggiungere il suo attico romano (zona Ghetto), il Campidoglio ormai era un miraggio. A fine intervista, l’ex conduttore del Grande Bluff, mi ha comunicato che anche la presidenza della Commissione Cultura sarebbe andata a qualcun altro. Barbareschi, veterano dello showbusiness, neofita del Teatrone della politica: «Ho rinunciato al film di Ron Howard perché pensavo di poter dare una mano a riformare il Paese. Ma non mi stupisco di nulla, ci ho scritto un film (Il Trasformista), su come funzionano certe cose, quindi...».
Sembrano funzionare come il gioco delle tre carte. «Durante tutta la campagna elettorale, Alemanno mi ha presentato come il futuro assessore alla Cultura di Roma».
Poi ha scelto Umberto Croppi, amico antico, nonché “spin doctor” dell’ultimo trionfo. «Croppi è bravo. Chapeau. Ma insomma, ha lavorato pure con Rutelli».
Sgarbi potrebbe atterrare sulla Capitale... «Sì, sì, dopo essere stato cacciato da Milano».
Il sottosegretario alla Cultura, invece... «È questo Giri».
Si chiama Francesco Giro. «Uomo del cardinale Camillo Ruini. Mi chiedo se si voglia seguire il modello Sarkozy o sarkofaghy».
Si dia una risposta. «Mi pare sarkofaghy. Si annunciano grandi cambiamenti, ma alla fine sale in cattedra il Gattopardo: per non cambiare nulla».
Forse, non avendo una militanza di partito alle spalle, lei ha pagato le molte dichiarazioni poco allineate degli ultimi mesi? «Quando mi hanno candidato sapevano chi ero».
Lei si è detto favorevole alle adozioni da parte delle coppie omosessuali. «In Europa esistono. Questo è il governo con meno persone che rappresentano il cattolicesimo. Non mi pare Berlusconi sia un baciapile».
Ma al Cavaliere nessuno può sfilare la poltrona da sotto al sedere. A lei, sì. «Magari dirò cose sconvenienti, ma insomma... i leader principali del Pdl, Fini e Berlusconi, sono separati e hanno figli da mogli diverse».
Lei si è anche detto contrario al giannilettismo. Sembra autolesionismo. «Con Letta ho un buon rapporto. Ma il Paese rischia di morire di accordi bipartisan. Il centrodestra ha vinto? E allora mettiamo i nostri uomini nei ruoli chiave e proviamo a governare».
Un’altra sua sparata di un paio di anni fa: «An in Rai ha portato solo mignotte». «In pratica ho fatto da Cassandra».
Di Cattaneo, uomo vicino al centrodestra, ha detto: «Un poverino». «Mi dovrebbero ringraziare. Ho chiarito prima di altri che non aveva le competenze adatte per guidare la macchina della Rai. L’anno scorso, poi, dissi che la Rai non avrebbe dovuto permettere a Endemol di fare banchetto con il budget della tv di Stato. Ricevetti una lettera di richiamo etico da parte del direttore generale Cappon. No dico, richiamo etico! Ora è Cappon a beccarsi i richiami... ma bipartisan, per il caso Travaglio-Schifani».
A proposito di etica. La sua difesa di Saccà, intercettato mentre parlava con Berlusconi di attrici da raccomandare, era spericolata. «Quelle intercettazioni erano una trappola».
Saccà... «È una risorsa che non va bruciata».
... non ha fatto una bella figura. «Telefonate di quel tipo, in cui si segnalano attrici e attricette, le fanno e le ricevono tutti».
Questo non vuol dire che sia una bella cosa. «Quando dirigevo il teatro Eliseo, a Roma, mi chiamavano da destra e da sinistra. Vado fiero del fatto di non aver mai favorito un raccomandato».
Secondo lei il centrodestra dovrebbe occupare con nomine fresche la Rai? «Certo. Come ha fatto il centrosinistra».
Un nome per la direzione generale? «Cominciamo a guardare anche in Europa, come fanno tutti: in Spagna l’italiano Paolo Vasile sta facendo grandi cose con TeleCinco».
A parte i possibili outsider europei?
«Molti manager tv, italiani e bravi, ormai si sono messi in proprio o lavorano per i privati».
Parla di Giorgio Gori e Marco Bassetti? «Loro sono parecchio in gamba. Ma non amo il totonomine».
Non è che spera di rientrare nella prossima infornata di incarichi Rai? «No. Non mi pare ci sia il clima per una nomina come la mia. E a destra la lealtà non viene ripagata come a sinistra».
Che cosa intende dire? «Che la sinistra con tutti i vari attori militanti come Claudio Bisio o Paolo Rossi è stata generosa».
Si lamenta? Vorrebbe più generosità nei suoi confronti? «Ma no, guardi. Io ho parlato con i numeri uno: Berlusconi e Fini. Gli ho messo in mano i miei progetti per la Cultura in Italia».
Fine del finanziamento pubblico al cinema. «Certo, per evitare che spariscano soldi e che il cinema sia legato ai partito. Vedremo come va a finire. Sono abituato a portare a casa risultati: a diciott’anni risparmiavo i cents facendo il cameriere in America, ora ho: la casa dove vivo, quella di Filicudi, il mio studio. Una società, la Casanova, che fattura 20 milioni di euro e produce una decina di film l’anno. Non ho debiti, sono trasparente e ho fatto una fondazione contro la pedofilia».
Un tema che le è caro. Anche lei ha subito una violenza da bambino. «Sono stato violentato, da un prete. Al di là dei danni ai singoli esseri umani, si deve capire che la pedofilia è un danno di macroeconomia: tanti bambini molestati, fanno una generazione che cresce con una struttura debole. Ora su questo argomento si è svegliato pure Papa Ratzinger».
La sua infanzia? «I miei si separarono quando ero piccolissimo. Io ho vissuto con mio padre a Milano e ho girato molti anni per i Paesi del Medio Oriente dove lui costruiva strade. A diciotto anni...».
Parliamo del ’74, la Milano delle occupazioni... «Quelli del Movimento mi stavano un po’ sulle palle. Ricordo alcune riunioni maoiste in una villa in Engadina. Roba senza senso. Comunque a 18 anni mio padre mi disse che se volevo fare l’università mi aiutava, se volevo fare l’attore mi dovevo arrangiare. Mi arrangiai».
Come? «Cominciai a lavorare gratis con Virginio Puecher. Gli facevo da assistente alla regia nell’Enrico V. Il 20 agosto dell’anno della maturità, ho venduto la Vespa e sono partito per Chicago, sempre con Puecher. Poi mi sono trasferito a New York. Facevo il cameriere e contemporaneamente collaboravo con Frank Corsaro al Metropolitan e con Lee Strasberg dell’Actor’s studio».
Era una New York parecchio swinging. «I sei anni più belli della mia vita. Il re era Oliviero Toscani. Per un po’ ho dormito a casa sua e lui mi portava a queste cene pazzesche con Lou Reed, Mick Jagger, David Bowie...».
Chi più ne ha più ne metta. In quel periodo c’era anche Isabella Rossellini a New York. «Con lei ho avuto un flirt durato una sera. Io ero pazzo di lei, anche a causa del suo cognome. Mi dichiarai, mi disse che ero troppo ambizioso. Allora collaboravo con la Rai e Gianni Minà».
Quando rientrò in Italia? «All’inizio degli anni Ottanta. Poco più che ventenni, con Massimo Mazzucco realizzammo Summertime e al Festival di Venezia vincemmo la sezione “De Sica”. In America ero andato a trovare pure Spielberg. Lo avevo beccato che giocava a scacchi da solo. Un’illuminazione. Incontrare uno che a trent’anni aveva già fatto così tanto, mi aveva spronato. Pensai: “Perché lui sì ed io no?”».
È una lezioncina per i giovani dell’Italia gerontocratica? «A me non piace la retorica filo-giovani. Sono per recuperare tutte le intelligenze vive fino a 90 anni. Soprattutto quando poi i cosiddetti giovani sono rappresentati da persone come la deputata del Pd, Marianna Madia. Ad ascoltarla a Porta a porta qualche giorno fa, mi è venuto naturale difendere il veterano Ciriaco De Mita. Detto ciò, sì, i giovani si dovrebbero svegliare».
I giovani più bravi nel cinema? «Mi piacciono Elio Germano e Matteo Garrone».
Le giovani? «Io stesso ne ho lanciate parecchie. Con Roman Polanski scegliemmo Nicole Grimaudo per un Amadeus teatrale. Ma poi anche Gabriella Pession e Bianca Guaccero».
I sopravvalutati? «In questo momento Toni Servillo mi pare sovraesposto. È bravo e serio, in teatro e mi pare un po’ di maniera. A me non piace nemmeno il linguaggio filmico di Nanni Moretti».
E l’attore Moretti? «È inesistente. Non ti dimentichi mai che hai davanti Moretti. Io sono per la mimesi. Come attore ho dato il meglio quando ho fatto il Grande Bluff. Truccato e travestito, mi intrufolavo nelle trasmissioni altrui: nella prima serie non mi hanno beccato mai».
Reputa se stesso un buon attore? «In teatro non mi batte nessuno. Il Gattopardo del Quirino ha il record d’incasso degli ultimi anni».
Le fiction che produce e che interpreta non sono sempre dei successi incredibili, però. La Rai sospese Giorni da leoni 2. «Quella fiction la uccisero. Capita anche che chi pensa i palinsesti faccia scelte sbagliate».
Morando Morandini, il critico cinematografico, ha detto che lei, come attore... ha sbagliato mestiere. «Morandini ha cominciato ad odiarmi all’inizio degli anni 90. Eravamo a Mosca, io producevo un film del russo Galin. Nella prima scena si diceva: “Lenin è peggio del re dei Tartari”. I critici di sinistra, tra cui Morandini, si alzarono e se ne andarono. Diciamo che sono sempre stato socialista. Ma i radical chic non mi hanno mai adottato».
Questo sembra anche il motivo per cui si è buttato a destra. Perché secondo lei non l’hanno adottata? «Sarà che a differenza di altri mi sono dichiarato socialista fino all’ultimo giorno di vita di Bettino Craxi. Molti hanno rinnegato...».
Di chi parla? «Quello che mi ha fatto più impressione è stato Gabriele Salvatores. Claudio Martelli, che ama il teatro, trovò un miliardo per il suo Elfo. Lui sembra essersi scordato l’appartenenza al Psi. Voglio bene a Gabriele e negli anni Ottanta abbiamo fatto molte cose insieme, ma insomma...».
I socialisti le chiesero mai di fare politica? «Ai tempi di Mani pulite. Ricordo lunghe discussioni sul mio terrazzo con De Michelis e i repubblicani La Malfa e Cisnetto sul da farsi».
È vero che lei è uno dei primissimi frequentatori dell’Ultima spiaggia, lo stabilimento vippissimo dalle parti di Capalbio? «È vero. Ci andavo prima che la sinistra chic se ne appropriasse. Chissà se chi va lì oggi sa che i proprietari sono di destra?».
Lei ha un clan di amici? «Pochi, poco noti, ma decennali: Beppe, Fabrizio, Susanna e Aureliano».
Nessun politico? «Gianni De Michelis. Ma dai socialisti non ho mai avuto un favore».
Come è il suo rapporto con Fini? «Ottimo».
Con Berlusconi? «Gli parlo da amico. Una volta è venuto a trovarmi in camerino al teatro Manzoni...».
Lo sa che è così che ha incontrato la moglie Veronica Lario? «La sera siamo stati a cena fino alle 4 di notte».
A cena col nemico? «Goffredo Bettini».
Alemanno dovrebbe mantenere Bettini alla direzione della Festa del Cinema di Roma? «Alemanno valuti bene quali alternative proporre a quel che ha fatto Veltroni».
Lei la abbatterebbe la famosa teca dell’Ara Pacis di Meier? «Non la amo. Ma prima di spendere un euro per distruggere un muretto, mi preoccuperei di fornire mezzi pubblici sicuri».
L’errore più grave nella carriera di Barbareschi? «Parlare troppo».
La svolta che le ha cambiato la vita? «Decidere di affrontare con le sedute di gruppo i miei problemi di fragilità interiore».
La canzone della vita? «Little wing di Jimi Hendrix. Una delle prime canzoni che ho provato a suonare con la chitarra».
Il film? «Otto e mezzo di Fellini, su tutti».
Cultura generale. “Dolente fulgore/ mite regina/ misteriosa malia/ polvere di stelle”, chi l’ha scritto? «Non ne ho idea».
Sono versi del ministro della Cultura, Sandro Bondi. Quanto costa un litro di latte? «Prendo quello di soia. Tre euro».
Che cosa si intende per podcast? «Un file scaricato in Rete».
I confini dell’Afghanistan? «A Nord... la Russia».
No. «Vabbè... ci sono quelle repubbliche ex sovietiche».
È vero che da molti anni tiene un diario quotidiano? «Sì. Ci appunterò anche queste ultime domande del cavolo».

mercoledì 21 maggio 2008

la Franzoni & il processo mediatico




In attesa di conoscere definitivamente il destino giudiziario di Anna Maria Franzoni (la Cassazione tra poche ore lo farà) in merito al cosiddetto "caso Cogne", mi sembra opportuno rivisitare, attraverso l'occhio esperto e la penna graffiante di Alessandra Comazzi critica tv de La Stampa, il percorso televisivo della Franzoni unitamente al processo contestualmente celebrato non solo nelle aule di Tribunale ma anche (soprattutto) nei salotti "perbene" televisivi. Quelli di Vespa, Costanzo, Mentana, oltre a quelli meno frequentati e meno conosciuti (sempre televisivamente parlando). L'articolo odierno della Comazzi si intitola "Noi, quelli del plastico. Il tribunale formato tv". Buona lettura (e buona riflessione). Questa non è «Criminal Minds», la serie tv che viaggia nella mente degli assassini. Questa è la tragedia, vera, di un bambino ucciso nel suo letto, una mattina. Ma se fosse «Criminal Minds», il cast sarebbe perfetto. Una sceneggiatura che rimbalza di rete in rete, di professione in professione (avvocati, giornalisti, psichiatri, criminologi, magistrati), per realizzare una compiuta docufiction, quel genere che unisce verità e verosimiglianza, ricostruzioni e testimonianze (capostipite, «Telefono giallo» di Corrado Augias). Una docufiction sulla quale troneggia, come un totem, il plastico di «Porta a Porta». I protagonisti sono stati tanti, in questi anni, divisi tra vita vissuta e riprodotta in tv. Con storie nelle storie: la giornalista del Tg1 Elisa Anzaldo, per esempio, inviata a Cogne, vi incontrò l'amore, nella persona del gip Fabrizio Gandini, che sposò, e ora hanno anche un bambino. Non è d'altronde inconsueto il corto circuito tra amore, giustizia e cronaca: il pm biellese Alessandro Chionna, magistrato della prima «vallettopoli», convolò a nozze con una ragazza conosciuta durante l'inchiesta, e fidanzata proprio di un suo indagato (Anita Ceccariglia, fidanzata all'epoca dello scomparso Gigi Sabani). Il primo a intervistare Annamaria Franzoni, nel luglio 2002, fu Maurizio Costanzo: in quell'occasione lei rivelò di essere incinta. Un grande colpo di teatro, il teatro millenario si innerva sulla tragedia, le si intreccia e la alimenta. Persino scontato, ma sempre efficace, il richiamo a Medea, colei che per amore uccise i suoi figli. Costanzo ricorda «una donna sicuramente complicata, a suo modo affascinante, vittima di una rimozione profondissima. So che i magistrati vollero vedere l'intervista». Non si sente un po' responsabile della mutazione di una tragedia in un serial? «No. Perché ho fatto quell'incontro, ma poi non mi sono più occupato dell'omicidio del bambino. Non ho mai trasformato il programma in un'aula giudiziaria. Più un caso è seguito dalla tv, meno si arriva a una soluzione». La puntata di «Porta a Porta» in prima serata, dedicata all'arresto della Franzoni, fu seguita come quella sulle Torri Gemelle: si sentirà responsabile almeno lei, Vespa, di aver trasformato un brutto assassinio in una seguitissima docufiction, con studiato cast e colpi di scena? «Nessuno di noi può imporre alla gente di vedere qualcosa. Lo impedisce lo straordinario strumento di democrazia che è il telecomando. L'interesse reale dell'opinione pubblica per questo caso sta nella sua totale unicità: non c'è mai stata una vicenda simile, in tutta la storia criminologica italiana. E' l'esplosione della normalità. Molti sbandierano il loro disprezzo per il programma, ma poi lo guardano. Perché il caso è controverso, divide. Mentre ci sono tante cose che pure colpiscono l'opinione pubblica e non sono controverse». Sì, certo, l'emotività e lo snobismo: però qui si è formata una vera compagnia di giro, divisa tra colpevolisti e innocentisti, la giornalista Barbara Palombelli, la magistrata dei minori Simonetta Matone, il criminologo Francesco Bruno, lo psichiatra Paolo Crepet, ognuno con un ruolo, una «maschera» come nella commedia dell'arte. Se si potesse parlare di commedia. Per non dimenticare l'avvocato Taormina, che, secondo l'allora presidente della commissione di vigilanza Claudio Petruccioli, futuro presidente Rai, avrebbe sempre dovuto disertare «Porta a Porta». Mentre lui non la disertò mai. E tante occasioni di essere acclamata come «guest star» ebbe la stessa Franzoni, lei e la sua famiglia. Niente fu tralasciato: «L'Italia sul due», «La vita in diretta», «Verissimo». Qui Paola Perego parlò con il marito, il Lorenzi, che mostrò una ricostruzione dell'omicidio, fatta dai Ris, con un bambolotto al posto del bambino. Tremendo. La stessa Perego, a «Buona domenica», incontrò la madre che colse l'occasione per fare pubblicità al suo libro. Lo aveva fatto anche Vespa il giorno prima, fioccarono le polemiche. «Battaglia contro l’indifferenza». Insomma, Crepet, ci vorrebbe lo psichiatra per ogni interprete di questa tragedia greca, che ha giocato col sangue degli innocenti; e pure per gli spettatori, che negli anni si sono lasciati titillare, eccitare dal sangue degli innocenti. E ci vorrebbe lo psichiatra pure per lei, che risolve tutto da Vespa: che ne dice? «Dico che ci vado anche stasera. E dico che è invidia. Perché si fa sarcasmo sui miei maglioncini, a parte che io mi vesto come voglio? Per invidia: sono psichiatra, lo capisco bene quel sentimento lì. E' che so essere incisivo». Appunto, un bravo attore che fa spettacolo. «Che cosa fa Lucarelli, che è bravissimo? Spettacolo sul crimine. Con le ricostruzioni e i maglioni, solo che lui li mette neri. Che cosa fa "Un giorno in pretura"? Spettacolo». Tutta la tv è una grande recita. E anche stasera si recita a soggetto: si sente nel cast? «Io mi sento esattamente come prima del caso Cogne: uno psichiatra. Che analizza quella che, come tante altre tragedie familiari, ha un aspetto metaforico, e una dignità. Molti spettatori cercano di capire, non sono tutti voyeur. Che poi essere voyeur vuol dire contemplare, sia pure con compiacimento, il male che è in noi. La mia è una battaglia contro l'indifferenza, contro gli italiani che non sanno decidere, che non sanno condannare. E che odiano i bambini. Un prete fondò subito un comitato per la difesa della Franzoni, ma non fondò un'associazione alla memoria del bambino. Se qualcuna di queste riflessioni passerà lo schermo, io sarò già contento». E pazienza per le critiche e i maglioncini colorati? «Pazienza».

martedì 20 maggio 2008

Berlusconi & il "vizietto" duro a morire...


Son bastate poco più di cinque settimane per mettere bene a fuoco l'obbiettivo sulla figura del cavaliere del nuovo corso, quel new deal tanto magnificato da osservatori più o meno attenti ai nuovi sviluppi e alle nuove strategie politiche di sua emittenza, quanto poco inclini (gli stessi osservatori) a sottolineare quell'aria melliflua e poco "veritiera" artatamente preparata dalle truppe cammellate di Arcore e dintorni. Meno male che due soggetti (uno della politica e una del giornalismo) oggi hanno un pò scoperchiato il pentolone maleodorante in cui si sta cucinando la solita minestra berlusconiana, quanto mai repellente ed indigesta. Uno nel suo blog (http://www.antoniodipietro.com/2008/05/la_norma_ad_personam.html), l'altra sulle colonne del giornale per cui scrive (http://www.corriere.it/politica/08_maggio_20/sarzanini2_ead48082-2633-11dd-8ccd-00144f02aabc.shtml), hanno dato prova di coraggio e di impegno civile (e civico) evidenziando la solita "anomalìa" del cavaliere, quel vizietto così duro a morire (quello delle leggi "ad personam"), così difficile a staccarsi definitivamente dal dna del caimano, quasi fosse una bombola di ossigeno per un moribondo. Voglio fare un plauso del tutto personale (ancorchè sentitissimo) ad Antonio Di Pietro e a Fiorenza Sarzanini per questo loro amore nei confronti della verità e del senso prettamente europeo di voglia di trasparenza, di degno esempio di non appiattimento alle bugie istituzionali o ai sotterfugi squallidamente tipici di chi vuole farsi prima gli affari propri e dopo, eventualmente, quelli della collettività.

lunedì 19 maggio 2008

chi si rivede: Antonio Gava!


Ogni tanto ricicciano. Allo Stato italiano aveva chiesto 38 milioni come risarcimento di un processo per camorra durato tredici anni. E conclusosi con un'assoluzione. Ad Antonio Gava, ex potente ministro democristiano della Prima Repubblica, lo Stato dovrà restituire molto meno: centoquarantamila euro (che rappresenta comunque il più alto risarcimento mai riconosciuto in Italia per ingiusto processo). La decisione è della sezione Equa riparazione della Corte d'Appello di Roma che ha condannato il Ministero della Giustizia, «in persona del ministro in carica», al pagamento della cifra, oltre gli interessi legali. Il collegio (presidente Osvaldo Durante, consiglieri Annamaria Pennasilico e Daniela Blasutto) ha pure condannato il Ministero alla rifusione delle spese per complessivi 3.700 euro. Gava pretendeva dallo Stato oltre 38 milioni di euro. Una cifra obiettivamente enorme. E a chi glielo aveva fatto notare, l'ex ministro aveva argomentato: «Il processo a mio carico è durato troppo (tredici anni e due mesi) e poi l'Avvocatura dello Stato a me aveva chiesto mille miliardi di vecchie lire, dicendo che avevo leso l'immagine delle istituzioni ». Così nel suo ricorso l'ex leader della «Corrente del Golfo» aveva lamentato il mancato rispetto della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo a causa della lungaggine del processo penale. E aveva aggiunto di aver subito «gravissimi danni materiali e morali» derivanti dal processo. In particolare: aver sopportato un'accusa per reati infamanti (aver favorito la camorra).
Aveva visto respinte sia la richiesta di giudizio immediato che quella di stralcio della propria posizione processuale dal contesto del maxiprocesso, per poter essere giudicato dal tribunale e non dalla Corte d'Assise. L'ex ministro fu costretto infatti ad accettare di comparire in un'aula-bunker del carcere di Poggioreale insieme a camorristi e killer del Clan Alfieri- Galasso. Oltre ai danni morali Gava aveva presentato il conto anche per il danno patrimoniale. In particolare per non aver potuto più ricoprire cariche pubbliche durante tutta la durata del processo e per aver subito la sospensione cautelare dall'esercizio della professione di avvocato, di qui il conseguente danno patrimoniale. Infine, non meno importante, la denuncia di «gravissimi danni alla salute » (asportazioni di tumori, ictus, infarto e diabete) connessi, a suo avviso, allo stress e alla lunghezza del processo. Perciò suo nipote, l'avvocato Gabriele Gava, aveva chiesto tre milioni per il danno professionale, 10 milioni per quello biologico, altri 10 per il danno morale e 15 per quello all'immagine. Totale: 38 milioni e 300 mila euro. Il Ministero della Giustizia, come accade quasi sempre in questi casi, aveva resistito in giudizio, sostenendo che il ricorso era infondato soprattutto perché la durata del processo era giustificata dalla complessità del caso e dal coinvolgimento di oltre ottanta imputati. La Corte d'Appello di Roma ha invece ritenuto che, vista la complessità del processo, tra il primo grado e l'Appello non sarebbero potuto trascorrere meno di sei anni. Gava dev'essere quindi risarcito per i successivi sette anni di processo. Per il danno morale in senso stretto la Corte ha riconosciuto come equo un risarcimento di 5.000 euro l'anno: 35 mila euro globali. La stessa Corte ha invece ritenuto di non poter risarcire il danno da mancata chance professionale, mentre ha accertato in 35 mila euro il danno morale e in 70 mila quello biologico. Di qui la cifra complessiva di 140 mila euro da liquidare ad Antonio Gava. Come l'ha presa l'ex ministro dc? Non benissimo a quanto sembra. La sua difesa sarebbe intenzionata a proporre ricorso contro la decisione. La cifra liquidata non appare proporzionata all'ingiustizia subita. Le ragioni? Sette anni di processo non sono stati risarciti; viene accampata una disparità di trattamento tra il cittadino che quando calunnia è tenuto a pagare i danni allo Stato, mentre quest'ultimo quando accusa ingiustamente un cittadino non è tenuto a farlo. Infine - aggiunge il legale di Gava — chi paga i danni all'immagine dell'Italia quando viene a essere arrestato ingiustamente un ex ministro dell'Interno? E poi, perché l'Avvocatura dello Stato non chiede i danni alla magistratura? Insomma, il caso Gava è tutt'altro che chiuso.

domenica 18 maggio 2008

quel 18 maggio di vent'anni fa


Ci sono persone che nascono con un destino particolare, che le vuole al centro di qualcosa molto più grande della loro stessa vita. Anime usate per scardinare l'intoccabile o per svelare il cinismo umano, ma soprattutto anime dotate di quella forza invisibile capace di scuotere le coscienze più dure. Non c'è possibilità di rimanere impassibili al loro sguardo perché, anche se non vuoi, qualcosa in quegli occhi è passato e il seme del cambiamento sta già germogliando. È quello che è avvenuto con Enzo Tortora, vittima prima di un sistema di giustizia “ingiusto” e poi di una società che lo ha condannato senza processo. Oggi, 18 maggio, ricorre l'anniversario della sua morte, avvenuta ben vent'anni fa e ciò che fa più scalpore è l'assurdo silenzio mediatico sulla faccenda. Il paese sembra aver seppellito il conduttore della storica trasmissione "Portobello" due volte: prima accusandolo di un reato che non aveva commesso e poi dimenticandolo. Ma chi era Enzo Tortora e perché fu arrestato? Il suo è un vero e proprio caso di malagiustizia, aggravato dall'uso accondiscendente dei mezzi di comunicazione come mezzi di distruzione sociale. Trincerandosi dietro al diritto di cronaca, la stampa quando vuole riesce a dare il peggio di sé e lo fece a Tortora nel giorno sfigato per eccellenza, venerdì 17, nel lontano 1983. Il Tg2 aprì il notiziario (http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo.aspx?id=904) con il clamoroso arresto del conduttore per sospetta appartenenza all’associazione camorristica Nuova Camorra Organizzata, il clan di Raffaele Cutolo per intenderci. E da quel momento Tortora si trasforma nel protagonista di un amaro reality show che lo porterà alla gogna. Il paese venne invaso da vignette satiriche che lo sbeffeggiavano, telegiornali con cronache dettagliate, minuto per minuto, del suo arresto e l'Italia si divise tra colpevolisti e innocentisti. Tutto ciò senza il benché minimo rispetto per un uomo, e per la sua famiglia, che urlavano silenziosamente la sua estraneità ai fatti. Solo Biagi in un articolo pose l'interrogativo: «e se fosse innocente?». Bisognerà attendere il 15 settembre 1986, tre anni dopo il suo arresto, per vederlo assolto con formula piena dal processo di Appello (http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo.aspx?id=907). Venne fuori che non erano sue le iniziali scritte su quella piccola agendina del boss che lo avevano inchiodato e che non era suo nemmeno quel numero di telefono annotato sul taccuino. In sostanza: non era suo quel posto in cella. Ci si era sbagliati! Gli italiani, con il caso Tortora, hanno scoperto la loro morbosità verso la vita di persone note. E i media lo hanno capito. Da allora sono nate intere trasmissioni che spiano la vita dei vip. Tutto sembra avvenire in televisione: si accusa, si processa e si condanna. Prima il caso Tortora, poi il caso di Gigi Sabani, per non parlare di tutti quei casi in cui sono incappati gli "anonimi", quelli cioè che non hanno il nome altisonante. Persone a cui la vita è stata distrutta per un puro errore di valutazione. Per uno sbaglio di cui non pagherà nessuno: perché la Magistratura è una “Casta” intoccabile. Ed oggi a distanza di 20 anni dalla morte di Enzo Tortora, ricordiamo un italiano la cui missione nella vita fu di portare giustizia nel sistema ingiustizia, e per dirla con parole sue: «Io sono qui, e lo so anche, per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi; sarò qui, resterò qui, anche per loro».

venerdì 16 maggio 2008

il pentimento (tardivo) della Carfagna


E' sempre facile, di norma, salire sul carro dei vincitori e disconoscere il proprio passato, lo stile di vita precedente e tutto quello non propriamente "corretto" con la nuova immagine vincente. Così, come nel caso di Maria Rosaria Carfagna, calendarina ed ex prezzemolina, adesso è facile indossare il cilicio e battersi il petto (rifatto) con un "mea culpa" fuori tempo massimo, che non induce certo chi vi scrive ad intenerirsi di fronte alla neoministra delle P.O. e magari ad osservare con occhi più caritatevoli il "new deal" carfagnano. No bella mia, adesso che sputi sul piatto dove hai abbondantemente mangiato (RaiDue e "I fatti vostri" oltre a Rete4 e "La Domenica del villaggio") rinnegando il tuo recente passato e affidando ad un'intervista (http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200805articoli/32838girata.asp) il tuo presunto pentimento, non credere di ottenere commiserazione o vicinanza umana. Non basta dire che la politica è meglio della tv e dello spettacolo dopo aver ampiamente accavallato gambe scosciate ed esporto il proprio davanzale ritoccato. Facile dire che il nudo "artistico" di un calendario non è la massima aspirazione della vita dopo aver posato "chiappe al vento" senza nessun imbarazzo. E' sempre una questione di "tempi". Non televisivi, ma di comportamento. Bisogna agire prima se si vuole essere credibili; bisogna dire no in anticipo a certi inviti. Non perchè uno porta tal cognome si è autorizzati alla politica del "qui se magna se c'è la Carfagna"...Troppo semplice, cara Maria Rosaria, comportarsi così.

mercoledì 14 maggio 2008

la nuova strategia del cavaliere




Abbandonati i panni forzatamente indossati per la recita pre-elettorale (quella in cui in ogni comizio o intervento televisivo doveva giocoforza attaccare e denigrare Veltroni e la sinistra), passato alla cassa per riscuotere la sua vincita personale del 13 e 14 aprile, sbrigate le formalità (lui dice faticose, ma nessuno gli crede perchè era già tutto preparato e previsto da settimane grazie al contributo di Gianni "Richelieu" Letta) delle nomine di ministri e sottosegretari, ottenuta oggi la fiducia alla Camera dei Deputati (335 sì, 275 no, 1 astenuto), in attesa di quella del Senato prevista per domani, sua emittenza Silvio Berlusconi ha dato vita ad un nuovo e più sorprendente modo di porsi sulla scena politica, ed in particolare nei rapporti con l'opposizione e con il suo maggior rappresentante: vale a dire Walter Veltroni. Qualcuno, come Massimo Giannini su la Repubblica di oggi in prima pagina, l'ha definito "modo ecumenico" (http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/politica/formazione-governo-4/cavaliere-ecumenico/cavaliere-ecumenico.html); qualcun altro, come Antonio Padellaro direttore de l'Unità, cerca di leggere qualcosa "dietro le parole" (http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=75406), ma il più bravo di tutti, a mio modesto avviso, nel tracciare il nuovo "identikit" politico del cavaliere è stato Augusto Minzolini che, su La Stampa di Torino di oggi, titola il suo articolo in prima pagina "La rete di Silvio", che vi voglio riproporre integralmente. Buona lettura.
Qualche giorno fa, durante il cambio della guardia a Palazzo Chigi, Silvio Berlusconi prendendo dalle mani di Romano Prodi il campanello per le riunioni del Consiglio dei ministri, si sentì dire: «Tu sei un avversario, io i veri nemici li ho avuti qua dentro Palazzo Chigi». Un episodio che colpì non poco il Cavaliere, tanto che lo raccontò giorni dopo ai suoi consiglieri. In fondo quelle parole del Professore sconfitto offrono più di altre l’immagine dell’attuale scenario politico: Berlusconi non ha solo a disposizione una forte maggioranza, ma ha anche a che fare con un’opposizione debole e divisa. E sembrerà un paradosso, ma il capo del centrosinistra Veltroni, per sentirsi tale, per aver un ruolo diverso ad esempio da Casini, da chi nel Pd gli fa la guerra come D’Alema, o da Antonio Di Pietro, ieri ha avuto bisogno di essere legittimato dal capo del governo. E’ su queste basi ed esigenze che si apre il «dialogo» versione XVI legislatura. Quello che il Cavaliere ha tentato di disegnare nel discorso per la fiducia: un intervento scritto a più mani dai vari collaboratori che si riuniscono insieme a Gianni Letta e Bonaiuti ogni mattina a Palazzo Grazioli (il cosiddetto «mattinale»), che ha ripreso alcuni contributi di Tremonti e i suggerimenti dei vari Baget Bozzo e Giuliano Ferrara che lo hanno avuto tra le mani. Il ragionamento del Cavaliere è semplice, quasi di scuola. La nuova legislatura nasce in un Paese che non è più diviso a metà ma che ha scelto «con nettezza una maggioranza di governo e una opposizione» e che chiede ai partiti di realizzare quanto promesso e in fretta, «perché l’Italia non ha tempo da perdere». E il «dialogo» nella testa del premier ha un senso solo se asseconda questa priorità: «Una volta - osserva il ministro del Welfare, Sacconi - il “dialogo” era un alibi che utilizzava la maggioranza quando non riusciva a governare e l’opposizione per non far governare. Nel galateo istituzionale della terza Repubblica di Berlusconi, maggioranza e opposizione debbono svolgere semplicemente i loro ruoli». Appunto. Il «galateo istituzionale» versione Berlusconi serve ad assecondare «la magia del fare», non serve, per dirla sempre con il Cavaliere, «per compromessi al ribasso, confabulazioni segrete o mercanteggiamenti, spinge invece ad assumerci ciascuno la nostra parte di responsabilità». Insomma, Berlusconi propone il «dialogo» da una condizione di forza e non di debolezza. Per il Cavaliere è un’«opzione», per l’opposizione è una «chance» se non una necessità. Non per nulla al «dialogo» il premier non ha condizionato nessuna delle sue scelte: la maggioranza si è presa le presidenze di entrambe le Camere e, paradossalmente, è la prima volta che in un governo Berlusconi, nato all’insegna della compattezza, settori come la giustizia e le telecomunicazioni (gli argomenti cari all’anti-berlusconismo) siano amministrati da azzurri. Eppure per essere riconosciuti, per avere un «sì» sul «governo ombra» o su altri diritti che avrebbe potuto avere in ogni caso, Veltroni e i suoi hanno accettato di buon grado, se non addirittura desiderato, il «dialogo». «Deboli come siamo - ammette Francesco Tempestini, già capo della segreteria di Fassino - siamo costretti a dire di sì sapendo che facciamo un favore al Cavaliere». In realtà il problema è ancora più profondo: l’opposizione è costretta a dire sì perché paga i suoi ritardi culturali e programmatici, subisce l’egemonia del centro-destra per usare il «termine» caro a Gramsci, l’intellettuale comunista riscoperto anche da Tremonti. «Loro - osserva uno dei maîtres à penser del governo del Cavaliere - hanno bisogno di dialogare con noi per fare qualcosa di nuovo. Altrimenti rischiano di ripetere il gioco di sempre che gli ha fatto accumulare ritardi decennali». E’ una condizione difficile e complessa che ha spinto Veltroni ad applaudire tre volte il Cavaliere, altrettante la Melandri e addirittura 7 Realacci. O ancora che spinge un ministro del «governo ombra del Pd» a non scartare neppure la logica delle «ronde» se fosse contenuta nel decreto sicurezza: «Potremmo anche dirgli di sì visto che settori del Paese lo chiedono». Già, troppa grazia per il Cavaliere che ieri ha toccato il cielo con un dito. «Mi sembra che nell’opposizione - si è lasciato andare - si stiano comportando bene: è finito l’antiberlusconismo». Ma c’è anche qualcosa di più. Dato che per la prima volta il centro-sinistra subisce «l’egemonia» dell’area moderata - come avvenne in Inghilterra con la Thatcher e negli Usa con Reagan - Berlusconi e i suoi dovranno farsi carico anche dell’evoluzione degli avversari. «Noi dobbiamo favorire l’evoluzione - spiega Sacconi - dei settori più progressivi del Pd, dobbiamo evitare che subiscano una regressione. Dobbiamo sfidarli a chi individua la soluzione più efficace». Questo, però, evitando perdite di tempo, o accettando mediazioni al ribasso. «Io - è il proposito del ministro Brunetta - voglio fare le cose che l’Europa ha fatto venti anni fa. Se il sindacato non me lo fa fare, se minaccia lo sciopero generale io mi rivolgo direttamente al Paese: 60 milioni di italiani sono di più dei dipendenti pubblici». Siamo al «dialogo del fare». Naturalmente Veltroni e i suoi chiederanno qualcosa in cambio. Interventi che consolidino il quadro. E il Cavaliere in parte li asseconderà, in parte no. «Io - fa presente il presidente del Senato Schifani - metterò subito all’ordine del giorno la riforma dei regolamenti parlamentari che dovrebbero impedire la nascita di altri gruppi oltre a quelli eletti in Parlamento. E il Pd è d’accordo». Mentre sulla riforma della legge elettorale europea c’è chi nutre qualche dubbio nel vertice berlusconiano. «Alzare la soglia della legge come vuole il Pd - osserva Sacconi - sarebbe un errore. Dobbiamo favorire l’istituzionalizzazione della sinistra massimalista che non è in Parlamento». Sono questioni su cui il Cavaliere avrà tutto il tempo di decidere. Grandi beghe in casa non ne ha.