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domenica 18 maggio 2008

quel 18 maggio di vent'anni fa


Ci sono persone che nascono con un destino particolare, che le vuole al centro di qualcosa molto più grande della loro stessa vita. Anime usate per scardinare l'intoccabile o per svelare il cinismo umano, ma soprattutto anime dotate di quella forza invisibile capace di scuotere le coscienze più dure. Non c'è possibilità di rimanere impassibili al loro sguardo perché, anche se non vuoi, qualcosa in quegli occhi è passato e il seme del cambiamento sta già germogliando. È quello che è avvenuto con Enzo Tortora, vittima prima di un sistema di giustizia “ingiusto” e poi di una società che lo ha condannato senza processo. Oggi, 18 maggio, ricorre l'anniversario della sua morte, avvenuta ben vent'anni fa e ciò che fa più scalpore è l'assurdo silenzio mediatico sulla faccenda. Il paese sembra aver seppellito il conduttore della storica trasmissione "Portobello" due volte: prima accusandolo di un reato che non aveva commesso e poi dimenticandolo. Ma chi era Enzo Tortora e perché fu arrestato? Il suo è un vero e proprio caso di malagiustizia, aggravato dall'uso accondiscendente dei mezzi di comunicazione come mezzi di distruzione sociale. Trincerandosi dietro al diritto di cronaca, la stampa quando vuole riesce a dare il peggio di sé e lo fece a Tortora nel giorno sfigato per eccellenza, venerdì 17, nel lontano 1983. Il Tg2 aprì il notiziario (http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo.aspx?id=904) con il clamoroso arresto del conduttore per sospetta appartenenza all’associazione camorristica Nuova Camorra Organizzata, il clan di Raffaele Cutolo per intenderci. E da quel momento Tortora si trasforma nel protagonista di un amaro reality show che lo porterà alla gogna. Il paese venne invaso da vignette satiriche che lo sbeffeggiavano, telegiornali con cronache dettagliate, minuto per minuto, del suo arresto e l'Italia si divise tra colpevolisti e innocentisti. Tutto ciò senza il benché minimo rispetto per un uomo, e per la sua famiglia, che urlavano silenziosamente la sua estraneità ai fatti. Solo Biagi in un articolo pose l'interrogativo: «e se fosse innocente?». Bisognerà attendere il 15 settembre 1986, tre anni dopo il suo arresto, per vederlo assolto con formula piena dal processo di Appello (http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo.aspx?id=907). Venne fuori che non erano sue le iniziali scritte su quella piccola agendina del boss che lo avevano inchiodato e che non era suo nemmeno quel numero di telefono annotato sul taccuino. In sostanza: non era suo quel posto in cella. Ci si era sbagliati! Gli italiani, con il caso Tortora, hanno scoperto la loro morbosità verso la vita di persone note. E i media lo hanno capito. Da allora sono nate intere trasmissioni che spiano la vita dei vip. Tutto sembra avvenire in televisione: si accusa, si processa e si condanna. Prima il caso Tortora, poi il caso di Gigi Sabani, per non parlare di tutti quei casi in cui sono incappati gli "anonimi", quelli cioè che non hanno il nome altisonante. Persone a cui la vita è stata distrutta per un puro errore di valutazione. Per uno sbaglio di cui non pagherà nessuno: perché la Magistratura è una “Casta” intoccabile. Ed oggi a distanza di 20 anni dalla morte di Enzo Tortora, ricordiamo un italiano la cui missione nella vita fu di portare giustizia nel sistema ingiustizia, e per dirla con parole sue: «Io sono qui, e lo so anche, per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi; sarò qui, resterò qui, anche per loro».

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