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giovedì 22 maggio 2008

ci mancava solo Luca Barbareschi...




L'attore si sa, per antonomasia, è un trasformista, una maschera vivente, un saltimbanco delle emozioni e delle posizioni (politiche e personali). Un giorno è rosso, il giorno dopo è nero. Oggi incensa il suo datore di lavoro, l'indomani lo denuncia al Giudice di pace. E' sempre più facile salire sul carro dei vincitori, soprattutto quando si è camminato a piedi per molto tempo, cercando un passaggio in autostop col pollicione in bella vista mentre nessuno ti si filava. Ed oggi che sul carro è salito, il furbetto del teatrino (sia del palcoscenico che della vita) si concede anche alle interviste "importanti". E' il caso di Luca Barbareschi, un mix di attore, produttore, rompiballe di professione, nonchè aspirante politico. Esterna il suo (non certo illuminante) pensiero a Vittorio Zincone che lo raccoglie e lo mette nero su bianco su il Corriere della Sera Magazine di oggi. Ve lo ripropongo integralmente. Buona lettura. Luca Barbareschi, 51 anni, star riempi-teatri col Gattopardo, importatore delle opere di David Mamet in Italia, pioniere della tecnonavigazione informatica, nonché ballerino e cantante nei musical londinesi, ora è anche deputato del Pdl: in quota Fini, con liaison berlusconiane. Quando ho pensato per la prima volta di intervistarlo, l’attore-regista-manager-produttore era uno dei nomi papabili per il ministero dei Beni Culturali. Quando ho contattato il suo assistente, aveva ridotto le aspettative ed era in lizza per un semplice sottosegretariato. Nel momento in cui abbiamo fissato la data dell’incontro, la partecipazione al governo era sfumata, ma restava la possibilità di un assessorato alla corte del sindaco Gianni Alemanno. Quando gli ho citofonato per raggiungere il suo attico romano (zona Ghetto), il Campidoglio ormai era un miraggio. A fine intervista, l’ex conduttore del Grande Bluff, mi ha comunicato che anche la presidenza della Commissione Cultura sarebbe andata a qualcun altro. Barbareschi, veterano dello showbusiness, neofita del Teatrone della politica: «Ho rinunciato al film di Ron Howard perché pensavo di poter dare una mano a riformare il Paese. Ma non mi stupisco di nulla, ci ho scritto un film (Il Trasformista), su come funzionano certe cose, quindi...».
Sembrano funzionare come il gioco delle tre carte. «Durante tutta la campagna elettorale, Alemanno mi ha presentato come il futuro assessore alla Cultura di Roma».
Poi ha scelto Umberto Croppi, amico antico, nonché “spin doctor” dell’ultimo trionfo. «Croppi è bravo. Chapeau. Ma insomma, ha lavorato pure con Rutelli».
Sgarbi potrebbe atterrare sulla Capitale... «Sì, sì, dopo essere stato cacciato da Milano».
Il sottosegretario alla Cultura, invece... «È questo Giri».
Si chiama Francesco Giro. «Uomo del cardinale Camillo Ruini. Mi chiedo se si voglia seguire il modello Sarkozy o sarkofaghy».
Si dia una risposta. «Mi pare sarkofaghy. Si annunciano grandi cambiamenti, ma alla fine sale in cattedra il Gattopardo: per non cambiare nulla».
Forse, non avendo una militanza di partito alle spalle, lei ha pagato le molte dichiarazioni poco allineate degli ultimi mesi? «Quando mi hanno candidato sapevano chi ero».
Lei si è detto favorevole alle adozioni da parte delle coppie omosessuali. «In Europa esistono. Questo è il governo con meno persone che rappresentano il cattolicesimo. Non mi pare Berlusconi sia un baciapile».
Ma al Cavaliere nessuno può sfilare la poltrona da sotto al sedere. A lei, sì. «Magari dirò cose sconvenienti, ma insomma... i leader principali del Pdl, Fini e Berlusconi, sono separati e hanno figli da mogli diverse».
Lei si è anche detto contrario al giannilettismo. Sembra autolesionismo. «Con Letta ho un buon rapporto. Ma il Paese rischia di morire di accordi bipartisan. Il centrodestra ha vinto? E allora mettiamo i nostri uomini nei ruoli chiave e proviamo a governare».
Un’altra sua sparata di un paio di anni fa: «An in Rai ha portato solo mignotte». «In pratica ho fatto da Cassandra».
Di Cattaneo, uomo vicino al centrodestra, ha detto: «Un poverino». «Mi dovrebbero ringraziare. Ho chiarito prima di altri che non aveva le competenze adatte per guidare la macchina della Rai. L’anno scorso, poi, dissi che la Rai non avrebbe dovuto permettere a Endemol di fare banchetto con il budget della tv di Stato. Ricevetti una lettera di richiamo etico da parte del direttore generale Cappon. No dico, richiamo etico! Ora è Cappon a beccarsi i richiami... ma bipartisan, per il caso Travaglio-Schifani».
A proposito di etica. La sua difesa di Saccà, intercettato mentre parlava con Berlusconi di attrici da raccomandare, era spericolata. «Quelle intercettazioni erano una trappola».
Saccà... «È una risorsa che non va bruciata».
... non ha fatto una bella figura. «Telefonate di quel tipo, in cui si segnalano attrici e attricette, le fanno e le ricevono tutti».
Questo non vuol dire che sia una bella cosa. «Quando dirigevo il teatro Eliseo, a Roma, mi chiamavano da destra e da sinistra. Vado fiero del fatto di non aver mai favorito un raccomandato».
Secondo lei il centrodestra dovrebbe occupare con nomine fresche la Rai? «Certo. Come ha fatto il centrosinistra».
Un nome per la direzione generale? «Cominciamo a guardare anche in Europa, come fanno tutti: in Spagna l’italiano Paolo Vasile sta facendo grandi cose con TeleCinco».
A parte i possibili outsider europei?
«Molti manager tv, italiani e bravi, ormai si sono messi in proprio o lavorano per i privati».
Parla di Giorgio Gori e Marco Bassetti? «Loro sono parecchio in gamba. Ma non amo il totonomine».
Non è che spera di rientrare nella prossima infornata di incarichi Rai? «No. Non mi pare ci sia il clima per una nomina come la mia. E a destra la lealtà non viene ripagata come a sinistra».
Che cosa intende dire? «Che la sinistra con tutti i vari attori militanti come Claudio Bisio o Paolo Rossi è stata generosa».
Si lamenta? Vorrebbe più generosità nei suoi confronti? «Ma no, guardi. Io ho parlato con i numeri uno: Berlusconi e Fini. Gli ho messo in mano i miei progetti per la Cultura in Italia».
Fine del finanziamento pubblico al cinema. «Certo, per evitare che spariscano soldi e che il cinema sia legato ai partito. Vedremo come va a finire. Sono abituato a portare a casa risultati: a diciott’anni risparmiavo i cents facendo il cameriere in America, ora ho: la casa dove vivo, quella di Filicudi, il mio studio. Una società, la Casanova, che fattura 20 milioni di euro e produce una decina di film l’anno. Non ho debiti, sono trasparente e ho fatto una fondazione contro la pedofilia».
Un tema che le è caro. Anche lei ha subito una violenza da bambino. «Sono stato violentato, da un prete. Al di là dei danni ai singoli esseri umani, si deve capire che la pedofilia è un danno di macroeconomia: tanti bambini molestati, fanno una generazione che cresce con una struttura debole. Ora su questo argomento si è svegliato pure Papa Ratzinger».
La sua infanzia? «I miei si separarono quando ero piccolissimo. Io ho vissuto con mio padre a Milano e ho girato molti anni per i Paesi del Medio Oriente dove lui costruiva strade. A diciotto anni...».
Parliamo del ’74, la Milano delle occupazioni... «Quelli del Movimento mi stavano un po’ sulle palle. Ricordo alcune riunioni maoiste in una villa in Engadina. Roba senza senso. Comunque a 18 anni mio padre mi disse che se volevo fare l’università mi aiutava, se volevo fare l’attore mi dovevo arrangiare. Mi arrangiai».
Come? «Cominciai a lavorare gratis con Virginio Puecher. Gli facevo da assistente alla regia nell’Enrico V. Il 20 agosto dell’anno della maturità, ho venduto la Vespa e sono partito per Chicago, sempre con Puecher. Poi mi sono trasferito a New York. Facevo il cameriere e contemporaneamente collaboravo con Frank Corsaro al Metropolitan e con Lee Strasberg dell’Actor’s studio».
Era una New York parecchio swinging. «I sei anni più belli della mia vita. Il re era Oliviero Toscani. Per un po’ ho dormito a casa sua e lui mi portava a queste cene pazzesche con Lou Reed, Mick Jagger, David Bowie...».
Chi più ne ha più ne metta. In quel periodo c’era anche Isabella Rossellini a New York. «Con lei ho avuto un flirt durato una sera. Io ero pazzo di lei, anche a causa del suo cognome. Mi dichiarai, mi disse che ero troppo ambizioso. Allora collaboravo con la Rai e Gianni Minà».
Quando rientrò in Italia? «All’inizio degli anni Ottanta. Poco più che ventenni, con Massimo Mazzucco realizzammo Summertime e al Festival di Venezia vincemmo la sezione “De Sica”. In America ero andato a trovare pure Spielberg. Lo avevo beccato che giocava a scacchi da solo. Un’illuminazione. Incontrare uno che a trent’anni aveva già fatto così tanto, mi aveva spronato. Pensai: “Perché lui sì ed io no?”».
È una lezioncina per i giovani dell’Italia gerontocratica? «A me non piace la retorica filo-giovani. Sono per recuperare tutte le intelligenze vive fino a 90 anni. Soprattutto quando poi i cosiddetti giovani sono rappresentati da persone come la deputata del Pd, Marianna Madia. Ad ascoltarla a Porta a porta qualche giorno fa, mi è venuto naturale difendere il veterano Ciriaco De Mita. Detto ciò, sì, i giovani si dovrebbero svegliare».
I giovani più bravi nel cinema? «Mi piacciono Elio Germano e Matteo Garrone».
Le giovani? «Io stesso ne ho lanciate parecchie. Con Roman Polanski scegliemmo Nicole Grimaudo per un Amadeus teatrale. Ma poi anche Gabriella Pession e Bianca Guaccero».
I sopravvalutati? «In questo momento Toni Servillo mi pare sovraesposto. È bravo e serio, in teatro e mi pare un po’ di maniera. A me non piace nemmeno il linguaggio filmico di Nanni Moretti».
E l’attore Moretti? «È inesistente. Non ti dimentichi mai che hai davanti Moretti. Io sono per la mimesi. Come attore ho dato il meglio quando ho fatto il Grande Bluff. Truccato e travestito, mi intrufolavo nelle trasmissioni altrui: nella prima serie non mi hanno beccato mai».
Reputa se stesso un buon attore? «In teatro non mi batte nessuno. Il Gattopardo del Quirino ha il record d’incasso degli ultimi anni».
Le fiction che produce e che interpreta non sono sempre dei successi incredibili, però. La Rai sospese Giorni da leoni 2. «Quella fiction la uccisero. Capita anche che chi pensa i palinsesti faccia scelte sbagliate».
Morando Morandini, il critico cinematografico, ha detto che lei, come attore... ha sbagliato mestiere. «Morandini ha cominciato ad odiarmi all’inizio degli anni 90. Eravamo a Mosca, io producevo un film del russo Galin. Nella prima scena si diceva: “Lenin è peggio del re dei Tartari”. I critici di sinistra, tra cui Morandini, si alzarono e se ne andarono. Diciamo che sono sempre stato socialista. Ma i radical chic non mi hanno mai adottato».
Questo sembra anche il motivo per cui si è buttato a destra. Perché secondo lei non l’hanno adottata? «Sarà che a differenza di altri mi sono dichiarato socialista fino all’ultimo giorno di vita di Bettino Craxi. Molti hanno rinnegato...».
Di chi parla? «Quello che mi ha fatto più impressione è stato Gabriele Salvatores. Claudio Martelli, che ama il teatro, trovò un miliardo per il suo Elfo. Lui sembra essersi scordato l’appartenenza al Psi. Voglio bene a Gabriele e negli anni Ottanta abbiamo fatto molte cose insieme, ma insomma...».
I socialisti le chiesero mai di fare politica? «Ai tempi di Mani pulite. Ricordo lunghe discussioni sul mio terrazzo con De Michelis e i repubblicani La Malfa e Cisnetto sul da farsi».
È vero che lei è uno dei primissimi frequentatori dell’Ultima spiaggia, lo stabilimento vippissimo dalle parti di Capalbio? «È vero. Ci andavo prima che la sinistra chic se ne appropriasse. Chissà se chi va lì oggi sa che i proprietari sono di destra?».
Lei ha un clan di amici? «Pochi, poco noti, ma decennali: Beppe, Fabrizio, Susanna e Aureliano».
Nessun politico? «Gianni De Michelis. Ma dai socialisti non ho mai avuto un favore».
Come è il suo rapporto con Fini? «Ottimo».
Con Berlusconi? «Gli parlo da amico. Una volta è venuto a trovarmi in camerino al teatro Manzoni...».
Lo sa che è così che ha incontrato la moglie Veronica Lario? «La sera siamo stati a cena fino alle 4 di notte».
A cena col nemico? «Goffredo Bettini».
Alemanno dovrebbe mantenere Bettini alla direzione della Festa del Cinema di Roma? «Alemanno valuti bene quali alternative proporre a quel che ha fatto Veltroni».
Lei la abbatterebbe la famosa teca dell’Ara Pacis di Meier? «Non la amo. Ma prima di spendere un euro per distruggere un muretto, mi preoccuperei di fornire mezzi pubblici sicuri».
L’errore più grave nella carriera di Barbareschi? «Parlare troppo».
La svolta che le ha cambiato la vita? «Decidere di affrontare con le sedute di gruppo i miei problemi di fragilità interiore».
La canzone della vita? «Little wing di Jimi Hendrix. Una delle prime canzoni che ho provato a suonare con la chitarra».
Il film? «Otto e mezzo di Fellini, su tutti».
Cultura generale. “Dolente fulgore/ mite regina/ misteriosa malia/ polvere di stelle”, chi l’ha scritto? «Non ne ho idea».
Sono versi del ministro della Cultura, Sandro Bondi. Quanto costa un litro di latte? «Prendo quello di soia. Tre euro».
Che cosa si intende per podcast? «Un file scaricato in Rete».
I confini dell’Afghanistan? «A Nord... la Russia».
No. «Vabbè... ci sono quelle repubbliche ex sovietiche».
È vero che da molti anni tiene un diario quotidiano? «Sì. Ci appunterò anche queste ultime domande del cavolo».

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