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giovedì 30 luglio 2009

la Caporetto dell'editoria italiana


Proprio nel giorno in cui pomposamente viene data notizia della promozione di Vittorio Feltri a direttore de il Giornale berlusconiano (lasciando addolorati i lettori di Libero) una valanga di dati certificati ci fa capire quanto sia ineluttabilmente in crisi il vecchio impero dell'editoria italiana. La Mondadori, tanto per fare un esempio, chiude il primo semestre con un utile netto consolidato di 7,3 milioni di euro, in calo dell’80% rispetto ai 36,7 milioni di euro dei primi sei mesi del 2008 e si prepara a tagliare gli organici di ben 106 giornalisti. RCS fa anche peggio, chiudendo la prima metà dell’anno in rosso per 65,1 milioni (era in utile di 36,5 milioni un anno prima) e manda a casa una novantina di giornalisti in Italia, dopo aver già annunciato una ristrutturazione in Spagna (180 posti di lavoro, prima tranche di un taglio che nel complesso dovrebbe riguardare 300-400 persone). Non va di certo meglio al Sole24Ore, con 9,2 milioni di perdita netta nei primi sei mesi del 2009 (da un utile di 21,6 milioni l’anno prima), con conseguente annuncio di 200 esuberi (tra cui 40 giornalisti), né tantomeno a L'espresso-Repubblica che con un utile pressoché azzerato (0,1 milioni contro i 36,4 milioni del primo semestre 2008) e ricavi scivolati a 449,3 milioni (-17,3% rispetto ai 543,2 milioni di dodici mesi prima) apre a sua volta una trattativa sugli esuberi (90 i tagli ipotizzati solo per il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, su 470 dipendenti).
L’elenco potrebbe continuare, con i tagli previsti o già in corso di attuazione nelle redazioni de La Stampa (60 pensionamenti e prepensionamenti tra i giornalisti, altri 76 tra i poligrafici), de Il Messaggero (una quarantina i posti a rischio), di Finanza & Mercati del gruppo Class (dove si è optato per il taglio volontario degli stipendi degli oltre 400 dipendenti fin dalla scorsa primavera). E’ la conferma che qualcosa si è rotto, forse definitivamente, nella foresta incartata italiana e che non è solo un problema di singoli manager o specifiche aziende o testate. Il settore, quello dei media tradizionali e in particolare della carta stampata, da tempo fatica a stare al passo coi tempi dopo aver già assistito alla scomparsa per estinzione della figura dell’editore puro e all’apparire sulla scena di una serie di soggetti (banche, imprenditori, uomini politici) per i quali il foglio di carta, l’emittente televisiva o finanche il sito web ha rappresentato uno strumento di potere utile a favorire una serie di scambi di favori tra amici o di avvertimenti in caso di contrasti tra nemici. A questo punto c’è da chiedersi che futuro avrà il settore sia della carta stampata sia, in seconda battuta, dell’informazione tout court. Per rispondere a questa domanda occorre fare un passo indietro e dare una risposta a un altro quesito. Una recente indagine effettuata dalla Cornell University (http://www.cen.cornell.edu/index.cfm/events.details?eventID=71&regionID=6&srchType=future) su 90 milioni tra articoli di giornali e post in Internet ha mostrato come esista ormai un preciso ciclo di vita delle notizie. Il proliferare dei blog e del citizen journalism non sembra per ora aver soppiantato i colossi mondiali dell’editoria, visto che questi arrivano sulle notizie in media 2 ore e mezzo prima rispetto ai new media. Eppure le prime 10 fonti in termini di velocità di cronaca sono tutte tratte da blog e in un 3,5% dei casi sono gli stessi blog le fonti primarie di notizie poi rilanciate dagli old media. L’editoria vecchia e nuova è di fatto il regno delle agenzie e dell’outsorcing, con l’80% degli articoli concentrati sul 20% di argomenti e il restante 80% di argomenti alla ricerca di un qualche spazio nel rimanente 20% degli articoli o dei post.
Uno scenario alquanto preoccupante, come si intuisce, che terremoterà il settore editoriale negli anni a venire, non solamente in Italia e non solamente per quanto riguarda la carta stampata.
Che peraltro dovrà comunque trovare una giustificazione al fatto di essere mediamente in ritardo rispetto ai suoi corrispettivi online e di costare troppo; due caratteristiche che solo una reale differenziazione e qualità dei contenuti, probabilmente, potrà giustificare ancora, almeno sino a quando i new media non torneranno ad attrarre investimenti e non potranno dotarsi di quelle competenze (giornalistiche e non solo) che, secondo tutte le ricerche, restano l’elemento in grado di fare la differenza tra un’informazione di valore e una priva di reale interesse per i lettori. Sempre che, naturalmente, cambi anche il modo di rapportarsi con i media da parte dei soggetti della notizia, che troppo spesso in Italia tendono a legarsi a poche firme o testate e a non parlare ad altri. Facendo sì che il valore di un giornalista non stia tanto nella sua capacità di narrazione o di commento delle notizie descritte, quanto nella sua agenda di contatti. Ma questa è proprio un’altra storia, ancora tutta da scrivere e analizzare.

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