
Chi, come il sottoscritto, ha superato da qualche tempo la fascia d'età contraddistinta dagli "enta", non ha soverchie difficoltà nell'ammettere che la ricerca di un nuovo posto di lavoro (nella malaugurata ipotesi della relativa perdita) oggi come oggi presenta insormontabili difficoltà. Ne ho parlato recentemente con i miei colleghi di ufficio (in maggioranza donne e mamme) che avvertono i morsi della crisi e della paura di restare senza lavoro, seppur considerando lo spessore aziendale, non certo di poco conto, nel quale sono (siamo) inseriti. Ma il discorso vale per tutti (purtroppo), sia piccole che grandi imprese. L'attuale recessione fa aleggiare su tutti noi lo spettro del licenziamento o della cassa integrazione o della riduzione di stipendio. A maggior ragione il discorso si fa ancor più spinoso e difficile se chi deve trovarsi un nuovo lavoro ha più di quarant'anni e paradossalmente (invece di essere considerato pieno di esperienza) scartato dal mondo del lavoro. O comunque non più tenuto nella debita considerazione. Ed ora provate ad immaginare la vostra reazione se, scorrendo le offerte di lavoro, ne leggeste una così: "Azienda pubblica ricerca urgentemente impiegato amministrativo. Appartenente religione cattolica, no ebrei, no musulmani". Oppure: "Si ricerca addetto segreteria. Fisico integro, al massimo piccola menomazione". O infine, più semplicemente: "Ragionieri cercansi, solo uomini, astenersi donne". Ne sareste (immagino) giustamente indignati e, con ogni probabilità, offerte così non verrebbero neppure pubblicate, perchè contrarie alla legge. E, più ancora, a quella sensibilità comune che mal sopporta discriminazioni tanto evidenti. La stessa attenzione (e una simile ribellione interiore) ancora non scatta, invece, di fronte alle tante discriminazioni per età che è possibile riscontrare nelle offerte di lavoro sui giornali, nelle bacheche di agenzie per il lavoro e persino sui siti di enti pubblici. C'è da dire che la prima norma sulla parità di trattamento nel lavoro, fra uomini e donne, risale al 1977 (con la legge 903) e che quindi ha avuto più di 30 anni per sedimentarsi, quantomeno, nei comportamenti formali degli operatori del mercato del lavoro. La direttiva europea che riguarda, inoltre, la non discriminazione per età (a parte religione, convinzioni personali, orientamento sessuale, handicap e quant'altro) risale invece al 2000, e solo dal 2003 è stata recepita da una legge italiana (la 216). Sei anni, comunque, dovrebbero essere un tempo perlomeno sufficiente affinchè chi si occupa in maniera professionale di far incontrare domanda e offerta di lavoro la applichi in maniera integrale. E soprattutto convinta. Invece i casi di violazione sono molteplici: sia in maniera diretta ed esplicita (come quando in un'inserzione si parla di "età massima 40 anni"), che indiretta e subdola (come quando si scrive che "il candidato ideale deve avere un'età compresa tra 25 e 35 anni" escludendo di fatto uno che ha 38 anni, ad esempio). Insomma, a volte, un quarantenne lo si ritiene già in partenza troppo vecchio per una certa mansione (come è capitato recentemente a un mio amico, classe 1960, alla ricerca di un posto da fattorino per il recapito della corrispondenza). A parte ciò, in sintesi, quello che meraviglia e disarma è il pregiudizio culturale e ideologico che colpisce i quarantenni appena sorpassata la fatidica soglia anagrafica. Nella vita di relazione vengono considerati poco più che ragazzotti; nell'immaginario collettivo delle imprese, invece, sembrano avviati sul viale del tramonto. Senza più energie. Senza nulla di nuovo da dire (o da fare) per un'azienda. Così l'età, purtroppo, sta assumendo i connotati di un vero e proprio stigma sociale doppiamente pericoloso: sia perchè favorisce l'espulsione precoce dalle imprese di chi si trova a metà della vita lavorativa, sia perchè penalizza ulteriormente gli stessi over 40 rendendogli oltremodo difficoltoso il rientro nel circuito produttivo. Già solo sul piano psicologico l'effetto di certe inserzioni è di per sè devastante. L'idea di non essere più utili lavorativamente parlando, ma solo e semplicemente degli obsoleti e superati ex lavoratori, spinge dritto dritto alla depressione. Il pensiero di non poter più provvedere alla propria famiglia (o finanche a se stessi), perchè "nessuno vuole un 45enne" nel cinico mercato del lavoro, fa scattare nella mente del disoccupato un cortocircuito mentale dai risvolti a volte tragici, da cronaca nera. Per evitare ciò (o tentare almeno di farlo) basterebbe a volte un pò di umanità e di buon senso da parte dei tagliatori di teste aziendali, di quelli, in buona sostanza, che hanno il lugubre potere di poter decidere con una semplice firma il licenziamento di un lavoratore. A volte riconosco di essere un ingenuo, soprattutto quando scrivo queste cose. Ma il cuore mi suggerisce così. L'umana indole che coltivo dentro di me (unitamente alla splendida educazione che ho ricevuto da mia madre) mi portano inevitabilmente nel paese di Alice delle meraviglie. Ma a volte è meglio sognare, piuttosto che lasciare aperti gli occhi su questa orrenda realtà dei giorni nostri.