
A volte mi ritrovo a fare delle considerazioni sulla scia di altrui prese di posizione. Questa sera, per esempio, mi è venuta la voglia irrefrenabile di scrivere questo post dopo aver seguito in tv l'intervento di Enrico "Chicco" Mentana nel corso della trasmissione di Fabio Fazio su RaiTre. L'occasione era la promozione al libro dell'ex direttore editoriale di Mediaset uscito da pochi giornoi e di cui sento parlare in giro un gran bene. Ma le parole usate a un certo punto della conversazione da Mentana (indipendenza, coerenza, non appiattimento alla ragion di stato televisiva e altro ancora) mi hanno piacevolmente sorpreso e gratificato, in quanto anche nel mio piccolo cerco di seguire la stessa strada tracciata dalle parole dell'ex conduttore di Matrix. E qui inizia la mia riflessione di stasera. A mio modesto avviso nel nostro Paese c'è una malattia che ha corroso dall'interno, come un tumore, le istituzioni, i partiti, i sindacati, sinistra compresa: è la propensione all'obbedienza, è l'acritico istinto autoconservativo degli apparati che consiglia prudenza, sino all'autocensura, ogni qualvolta si tratta di esprimere delle opinioni che comportino un'assunzione di responsabilità. All'obbedienza si viene educati da chi detiene il potere. In pratica si opera un patto, talora implicito, in molti casi piuttosto esplicito, in ogni caso consapevole in entrambi i contraenti: tu rinunci alla tua indipendenza, alla tua creatività e ti affidi a me; io ti ricompenserò assicurandoti protezione, garanzia di carriera e quant'altro. Sotto il mio ombrello non avrai nulla da temere, purché il tuo sostegno mi sia sempre assicurato. Un bel teorema, non c'è che dire. Fatalmente, saranno i mediocri più ossequienti a superare di slancio questa selezione: mediocri, ma affidabili, perché proni al comando, quale che esso sia. L'obbedienza non è pura cupidigia di servilismo. Essa si regge sulla paura: la paura della punizione, il timore di tornare ad occupare quel solo posto che le proprie modeste qualità consentirebbero. Il potere è centripeto, guarda all'interno, non persegue velleità persuasive. Il potere costringe, blandisce, ricatta, premia o punisce, tiene in scacco. La sua forza non viene dal consenso, ma dal timore che incute. Perché, come ammoniva il Machiavelli nel suo Principe: «se l'amore può passare, la paura non viene mai meno». Poi, c'è l'altra versione dell'obbedienza, più complessa, ma non meno pericolosa. E' il fideismo, l'abnegazione sincera e appassionata al capo che ti ha sedotto per le sue superiori capacità intellettuali, assunte a inossidabile criterio di verità, persino nelle loro repentine evoluzioni. Che, malgrado ogni giravolta del leader, non smettono di suscitare fascinazione. E' così che proliferano stuoli di cortigiani, solerti nel difendere le tesi del capo, anche quando queste si rivelano manifestamente infondate (non pensiate, cari lettori, che mi stia riferendo al Pifferaio...vi prego). La clonazione, a cascata, di uno stuolo di esecutori acefali conferisce poi all'organizzazione una finta immagine di forza e di coesione interna, ne mimetizza la crisi latente, ma allo stesso tempo ne accentua la separatezza dal proprio corpo vivo. Allora, la distanza fra rappresentanti e rappresentati (o se volete fra governanti e governati) si allarga sino a diventare incolmabile. Il leaderismo non è una variante semplificata della democrazia, soltanto un po' venata di autoritarismo. Ne è l'esatto contrario. Non esiste un leaderismo di sinistra. Quando esso si è manifestato, anche nei momenti di maggior forza e prestigio della sinistra, esso era l'espressione di una latente patologia, piuttosto che di vitalità. Il culto del capo è, da parte di chi vi si sottomette, un'autocastrazione della propria personalità. E' la rinunzia al proprio ruolo, al pensare in proprio. C'è un Cesare che lo fa per me. Egli non può sbagliare. Se cade, tutto precipita. Il dissenso diventa allora il peggiore dei delitti, la fenditura che incrina la diga. Nel dissenso, nella critica, si intravede il rischio di una dissoluzione o di un indebolimento delle inossidabili certezze e, soprattutto, del potere costituito. Il cui intrinseco monolitismo non sa (non può) riconoscere la ricchezza della dialettica. Che invece dovrebbe essere stimolata e accolta come una benedizione da parte di chi lavora per la democrazia. Quando invece si rinuncia alla ricerca del vero, che sempre confligge con la realtà data, si impone la verità rivelata, appannaggio di una casta sacerdotale che custodisce l'ortodossia e la brandisce come una clava contro chiunque vi si opponga. Chi dissente è un eretico, un seminatore di discordia, da eliminare o da neutralizzare. Anche il potere rivoluzionario ha teso storicamente a ossificarsi. Ma negando il dissenso la rivoluzione nega se stessa: nata per abbattere il dispotismo diventa essa stessa dispotica, si converte nel suo opposto. Ecco perché quando si insedia un potere, di qualsiasi natura e colore, è indispensabile far nascere degli anticorpi, perché è nella fisiologia del potere mantenersi ad ogni costo. Non si tratta, dunque, di disconoscere l'autorevolezza, politica e morale, nè la funzione trainante, di guida, delle forti personalità. Il problema è semmai non rendersene succubi, è non abdicare al personale discernimento, in assenza del quale quel ruolo di guida si perverte e si dissolve nell'arbitrio, nell'autoritarismo, anche se dissimulato. Antonio Gramsci metteva in guardia dal rischio di una degenerazione autoritaria, che si impone tutte le volte che il capo non abbandona («non rinnega») la sua origine carismatica e pone se stesso come insostituibile. Quando questo avviene la democrazia si dissolve. E l'organismo (il partito, il sindacato, il movimento) cui si è dato vita, muta profondamente, nella forma e nella sostanza, nel regimento interno come nella sua missione. Forse, se l'esperienza storica del comunismo si è consumata nell'alternativa fra capitalismo e proprietà statale, fra mercato e programmazione; se l'approdo verso un'autentica proprietà sociale non si è mai affacciato nella storia umana, ciò è proprio da imputare all'incapacità di sviluppare sino alle estreme conseguenze la democrazia. La democrazia come autogoverno dei produttori associati. Scusatemi se sono andato ben oltre il tema principale che aveva ispirato questo mio post domenicale. E chiedo scusa anche a Enrico Mentana se ho preso a pretesto il suo intervento a Chetempochefa per inerpicarmi sui sentieri impervi della storia e della filosofia politica quando la mia reale intenzione era ancora una volta parlare del Pifferaio di Arcore...