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venerdì 15 maggio 2009

berlusconismo & bipartitismo imperfetto


Mancano tre settimane alle elezioni e già mi viene voglia di scrivere qualcosa su questa strana Italia che si prepara ad acclamare (ancora una volta) il suo imperatore di carta (o di cartone, tanto fa lo stesso). Il Pifferaio di Arcore è da 15 anni in continua e perpetua campagna elettorale e quindi non ha bisogno di affilare le armi della comunicazione e della propaganda politica per potersi presentare davanti ai propri elettori. Anche l'Italia è in campagna elettorale permanente, con brevi intervalli. Così è difficile capire quando inizia una campagna elettorale specifica. Quella per le europee è iniziata a febbraio, col caso Englaro? Oppure quando Franceschini è salito alla segreteria del Partito Democratico annunciando che mancavano appena cento e più giorni al voto? O è iniziata ai primi d'aprile, col terremoto in Abruzzo? Comunque sia, nonostante la lunghezza, è una campagna elettorale fiacca. Come si dice nel calcio, non c'è partita. Si sa che il Pifferaio vincerà, si tratta solo di vedere in che misura. Ci sarà da valutare il consenso attuale del PD, di vedere se la sinistra frammentata arriverà al miracolo del quoziente. E così la domanda di fondo che ci si pone è se stiamo tornando al bipartitismo imperfetto della Prima Repubblica: il primo partito sempre al governo (ieri la DC, oggi il Popolo della Libertà) e il secondo partito sempre all'opposizione (ieri il PCI, oggi il PD). Questa possibilità è legata a una seconda questione, che non bisogna assolutamente sottovalutare. La questione è che il Caimano ha trasformato le consultazioni italiane in un permanente referendum improprio sulla sua persona. Ma mentre i referendum autentici hanno un risultato chiaro (o si vincono o si perdono), magari non raggiungendo il quorum come nel giugno 2005, i referendum impropri si interpretano. E il Pifferaio non sempre li vince, ma comunque non li perde mai, finchè rimane sulla scena. Seguiamo la sua interpretazione. Afferma di aver messo ko, uno dopo l'altro, i suoi antagonisti del centro-sinistra: Occhetto, D'Alema, Amato, Rutelli, Prodi, Veltroni. In realtà, con Prodi ha perso elettoralmente due volte. Ma, nei referendum impropri, Prodi è uscito di scena e il Caimano vi campeggia. Sono fuori anche Amato, Occhetto, Veltroni, mentre D'Alema e Rutelli non sono più in competizione. Nell'interpretazione berlusconiana, avallata dai media, il premier i referendum impropri li ha vinti tutti. Ciò nonostante il vincitore ha un cruccio. Traspare dalle sue stesse parole. La grande maggioranza degli italiani lo ama, ma quelli che lo votano sono meno della metà (in termini di iscritti alle liste elettorali molto meno: poco più di un terzo). Continua a ripetere che vorrebbe almeno il 51 per cento dei voti validi. Il referendum improprio rimedia al cruccio. E rimedia in questo modo: il Pifferaio vince, anche se personalmente ha solo il 21% dei voti (come nel 1994) o il 29% (come nel 2001). Vince e forma il governo. Se perde, domina la scena politica coi media, mentre i vincitori dei referendum impropri barcollano: formano tre governi tra il 1996 e il 2001 (Prodi, D'Alema, Amato), per poi inventare un quarto concorrente (Rutelli); e fanno cadere Prodi in un anno e mezzo. Nell'ultimo referendum improprio, il Pifferaio prende il 37% dei voti. La distanza col 33% di Veltroni non è incommensurabile. Ma dopo tre lustri dalla discesa in campo, i giochi sembrano fatti: tutti i media affermano (Emilio Fede in testa) che il beato Silvio ha stravinto, perché la sinistra scompare dal Parlamento e il PD (riformista, ma non di sinistra, secondo Veltroni) ha toccato il massimo, mentre la destra può espandersi ancora: si ripiomba nel bipartitismo imperfetto. Poichè il sistema politico italiano dal 1994 funziona così, mi stupisce che Franceschini abbia impostato la sua campagna elettorale sostenendo che il Pifferaio inganna gli italiani, perché si presenta ovunque, pur sapendo che non andrà al Parlamento europeo. Non è su questo che il premier inganna gli italiani. I suoi elettori vogliono votare per lui, vogliono il suo nome sulla scheda, perchè sanno di votare su un referendum improprio sulla sua persona, si tratti della Sardegna o dell'Europa. Se si capisce che le elezioni sono referendum impropri, si può elaborare una strategia alternativa, che metta in difficoltà chi li promuove. Se non lo si capisce (e la sinistra sembra non averlo capito), a tale strategia neanche ci si pensa. Essa non può essere l'antiberlusconismo logoro che ha toccato il massimo dei voti nel 2006: e neanche il fingere, veltronianamente, che l'avversario non esiste se lo si definisce il principale rappresentante dello schieramento avverso. Questa strategia non è una ricetta pronta. Ma dovrà partire dalle cifre. Dal contare bene i voti, come non è stato fatto né nel 2008 (quando il beato Silvio ne perse un milione al Nord, andato alla Lega), né in Sardegna (quando ne ha persi 170.000 in meno di un anno). Contare bene i voti, perché il premier vincerà, come sempre, il referendum improprio. Ma è il consenso effettivo di cui dispone che va misurato. E non certamente misurato dai suoi prezzolati sondaggisti...

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