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domenica 3 maggio 2009

chapeau per la Fedrigotti


Era da un pò di tempo che non accompagnavo i miei articoli con la riproposizione di una bella prima pagina di uno dei maggiori quotidiani italiani (per la verità il più diffuso nelle vendite). Ero stato francamente distolto dalla Dynasty della brughiera, ma adesso rimedio subito: vi ripropongo l'editoriale scritto da una donna (a memoria credo sia la prima volta) e pubblicato sul Corriere della Sera del 30 aprile scorso. Il titolo è I nostri figli senza maestri, l'autrice è la scrittrice Isabella Bossi Fedrigotti (http://www.corriere.it/editoriali/09_aprile_30/bossi_fedrigotti_nostri_figli_senza_maestri_5a0211de-3544-11de-92cb-00144f02aabc.shtml). A mio giudizio questo editoriale ha del memorabile e per almeno tre mo­tivi. Primo: mentre tutte le prime pagine dell’altra stampa traboc­cavano di commenti di vario ge­nere sulla vicenda della dignità delle donne, gravemente minac­ciata dal sospetto di candidature nelle elezioni europee per puri meriti d'immagine, il Corriere faceva firmare il proprio fondo da una donna. Una prima assolu­ta, se non vado errato, per questo quotidiano e comunque un modo concreto non di parlare solo della dignità della donna ma di riconoscerla concretamen­te con i fatti. Secondo. Nuovo, per il fondo del quotidiano di via Solferino, anche l’argo­mento: non la consueta, più o me­no pensosa, e comunque ma­schilissima analisi economica, so­ciologica, politica, che è nella sua tradizione, bensì il tema, caldo, umanissimo, della disperazione di una generazione, quella di tan­ti nostri giovani, anche di famiglie normali, che la cronaca ci rive­la spesso sprofondati in una di­sperazione cieca, gelidamente indifferente e amorale, che li spinge a stuprare, accoltellare, ra­pinare, aggredire, senza rispetto per niente e per nessuno: amici, fi­danzate, parenti o estranei che siano. Infine, il terzo motivo: nuova mi è suonata anche l’analisi, corroborata anche dalle ragioni denunciate co­me causa del fenomeno. Cupi, so­li, violenti, indistinguibili (dall’e­sterno) l’uno dall’altro, riconosce dolorosamente Isabella Rossi Fedrigotti, molti dei nostri giovani non hanno deside­ri: perché non si può aver deside­ri senza avere speranze. Di questo li abbiamo privati, Di poter sperare in qualcosa o in qualcuno: politica, religione o fa­miglia che sia. Vivono, i nostri ra­gazzi, in famiglie troppo spesso dimezzate, in cui manca la pre­senza equilibratrice dei due geni­tori (che la natura, o Dio per chi ci crede, non a caso ha voluto di­versi e complementari). Si è an­che spezzata, lamenta la scrittrice, l’antica alleanza educativa fra ge­nitori e educatori (specie quella con il parroco) perché il proprio figlio ha sempre ragione per i padri e specie per le madri, specie quelle sole (e son tante). E anche la pur rispettabilissima scelta di tante fami­glie di escludere i figli dall’educa­zione religiosa, nota l’autrice, sta avendo penose ricadute sul triste fenomeno di una società, la no­stra, che si specchia in un mondo giovanile che, non avendo spe­ranza, guarda comprensibilmen­te smarrito al proprio futuro. Insomma, un’analisi che anche io potrei completamente sottoscrivere. Trovare sponda là dove mi era parso spesso di non trovarla, per di più su uno dei te­mi che a me è sempre stato par­ticolarmente caro, è una novità che non può che rallegrarmi; tro­varla poi in un fondo scritto per la prima volta da una donna su un quotidiano orgogliosamente laico non può che farmi piacere. L’e­mergenza educativa di cui si va da molto tempo discutendo all’in­terno della comunità cristiana con interventi anche poderosi e con l’offerta di esperienze interessan­ti sta evidentemente guadagnan­do nuovi testimonial, a riprova dell’assoluta gravità del fenome­no. Che su di esso si allarghi la consapevolezza è, nel grigiore dei nostri tempi, una bella e inaspettata speranza. Chapeau, quindi, per Isabella Bossi Fedrigotti!

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