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venerdì 24 aprile 2009

è facile promettere...


Mi sembra di averlo già detto. Io sono nato in terra d'Abruzzo e ne sono estremamente fiero. Le mie radici in questo momento mi permettono di valutare e considerare con cognizione di causa i fatti e le opinioni di chi cerca di assurgere a salvatore della Patria, se non addirittura ancora di più. Dal primo istante del disastro provocato dal terremoto del 6 aprile scorso, il Pifferaio di Arcore si è presentato come l'uomo giusto al momento giusto. Ha fatto delle macerie il suo palcoscenico lanciando una campagna elettorale di straordinaria potenza. Senza senso del limite, come sempre, più di sempre, sforando questa volta ogni decenza. Ma il cinismo del premier è fuori misura, si sa, ed oggi ne sto avendo la conferma più evidente. L'uomo dalle imprese impossibili ha promesso che l'Aquila verrà ricostruita interamente e in tempi brevissimi. Ha dichiarato che entro agosto, tanto per cominciare, saranno allestite migliaia di case di legno svedesi, una baraccopoli dal nome new town (o nouvelle ville, se si preferisce) e saranno stanziati 12 miliardi per l'Abruzzo. Ha anche detto che tutti i lavori saranno a carico dello Stato. Ha dispensato queste ed altre promesse strabilianti con una teatralità fuori luogo che stride con l'austerità propria di noi abruzzesi, con la nostra attitudine alla riservatezza, a trattenere il dolore con grande dignità. A stare in silenzio quando serve stare in silenzio. Eppure il Pifferaio non si è risparmiato neppure questa volta, neppure di fronte a 70mila persone colpite al cuore, neppure di fronte alle bare, prendendosi tutto il merito possibile e immaginabile rispetto alla tempestività dei soccorsi, all'organizzazione post terremoto, all'ospitalità garantita alla popolazione negli alberghi sulla costa (stessa cosa mi pare fu fatta in Friuli nel maggio del 1976), omettendo il fatto che se efficienza nei soccorsi c'è stata, è stato soprattutto merito dei corpi dei volontari, dei vigili del fuoco e dei pompieri pagati pochi euro, della solidarietà di associazioni, gruppi, centri sociali e singoli giunta da ogni luogo del Paese e del mondo, come sempre è accaduto in simili sciagure. Il fatto è che a pochi giorni da quelle promesse il premier ha già fatto un passo indietro non di poco conto. Lo Stato probabilmente interverrà a coprire al massimo il 33% dei costi di ricostruzione. I 12 miliardi sono stata una sparata e basta. Considerando che siamo in piena campagna elettorale c'è da aspettarsi che dopo le urne a giugno di passi indietro ne farà molti altri. La gente nelle tendopoli e sulla costa adriatica, dove l'alloggio è garantito solo fino al 15 maggio, vede il buio davanti a sé. Nessuna previsione realistica pare possibile, se non quella di tempi assai lunghi per tornare ad una qualche normalità. Per ora si può vivere solo alla giornata, in attesa di notizie rassicuranti. In attesa che alcune domande trovino risposta. Sono domande semplici, di buon senso, quelle che ricorrono tra la gente colpita, ma considerate faziose dal presidente e dai suoi amici ripresi a turno tra le macerie con l'elmetto di ferro in testa, considerate inopportune in momenti tragici come questo, da rimandare a momenti più sereni. Tra la maggioranza degli sfollati sembra prevalere il bisogno di credere che le promesse iniziali si realizzeranno, di prendere alla lettera ogni singola parola pronunciata dal presidente inginocchiato ai funerali di Stato, di pensare che l'Abruzzo sarà come l'Umbria per cui lo Stato ricostruì gli edifici al 100%. In realtà, purtroppo, manca qualsiasi assunzione di responsabilità per quanto è accaduto, che forse poteva essere arginato nei suoi effetti devastanti. Si parla infatti di responsabilità generiche, si continua a ripetere a tambur battente che nessuno è in grado di prevedere un terremoto, come se il terremoto non fosse già presente da mesi. Come se tantissime persone senza aspettarsi nulla dalle istituzioni, cosa che accade sempre più nel nostro Paese, non avessero già provveduto arrangiandosi come potevano, decidendo di dormire in macchina da tempo, chiedendo ospitalità altrove, non mandando i bambini a scuola, lasciando la città, lasciando l'Università (come è stato nel caso di alcune studentesse alloggiate presso la casa dello studente, poi andata in frantumi, che avevano denunciato crepe apparse sui muri delle proprie stanze senza essere minimamente prese in considerazione). E dopo le promesse (e le lacrime) da Caimano e una volta spenti i riflettori sull'Abruzzo, quando la durezza della vita quotidiana per decine di migliaia di persone assumerà proporzioni gigantesche, starà all'opposizione e ai comitati dei terremotati che si stanno formando fare il possibile affinché le indagini in corso non vengano insabbiate, la ricostruzione non diventi coltura di speculazioni, lo Stato investa quanto serve in modo che tanti territori non vengano spopolati. Per far in modo che l'Aquila, città di cultura universitaria, dai mille monumenti medioevali e rinascimentali, in pochi anni possa tornare a vivere tra le sue montagne.

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