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domenica 12 aprile 2009

una voce fuori dal coro (dell'ipocrisia)


Navigando in rete, in questa giornata festiva, ho scovato un blog (e un post in particolare) che mi ha fatto riflettere su questo momento di corsa alla solidarietà. il blog è http://giadg33.wordpress.com/, il post si intitola Ma io l'euro non lo do...E' vero, il dramma del popolo abruzzese è immane, senza fine e senza possibilità di mmediata soluzione. Gli aiuti umanitari debbono necessariamente arrivare tramite i canali istituzionali ed ufficiali (Croce Rossa Internazionale e Protezione Civile); gli aiuti economici tramite i famigerati sms al numero unico 48580 vanno dati, ma quello che scrive questo blogger mi trova alquanto d'accordo: perlomeno sull'accusa nei confronti del governo e della politica che, invece di attingere dai soldi degli evasori e di chi in genere si astiene dal compiere atti di generosità, si affida con lassismo e reiteratezza al solito buon cuore degli italiani, sempre pronti a metter mano al portafogli e donare qualche euro. Leggetevi comunque questo controcorrente j'accuse e ditemi se qualcuno di voi non ci si riconosce...
Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle Poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda. Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare. Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro. Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do un euro, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la Protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese. E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella. C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato (come tutti gli altri) da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno? Avrei potuto anche donarlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di "new town" e io ho pensato a Milano 2, al lago dei cigni, e al neologismo "new town". Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente? Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce "new town". E’ un brand. Come la gomma del ponte.
Avrei potuto donarlo un euro. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che "in questo momento serve l’unità di tutta la politica". Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi: io lavoro, non campo di politica alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copre le amnesie di una giustizia che non c’è. Io non lo do l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato per 40 anni, prende di pensione in un anno quanto Schifani guadagna in due settimane. E allora perché io devo dare questo euro? Per compensare cosa? Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono, eccome, quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.
Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento sul conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata.
Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e poi la scuola di San Giuliano. E di fronte allo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente. Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima? Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo. Ecco, nella mia città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola dove, nella palestra, lo scorso mese di ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco, non il terremoto!) il controsoffitto in amianto. Ecco, in quei 7 milioni di euro c’è, annegato con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto. Stavo per farlo, l’sms della coscienza a posto: poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto. Io non do un euro per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa la politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro. Ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza o chi sta all'opposizione perché c’è il terremoto. Come l’11 settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto. Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo Paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno o quelli dei super manager o accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi fa aumentare sempre di più la rabbia. Io non do un euro. Ma do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire "in Giappone non sarebbe successo", come se i giapponesi avessero scoperto una cosa nuova, come se il know how del Sol Levante fosse solo un’esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.
E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo Paese. O li hanno fatti morire di noia. Ma io qui, oggi, mi sento italiano. Povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso.
Come la natura quando muove la terra, d’altronde.

2 Commenti:

  • Alle martedì 14 aprile 2009 11:59:00 GMT+2 , Anonymous Anonimo ha detto...

    grazie per aver pubblicato il mio post e per aver condiviso con me questa amara riflessione
    giacomo di girolamo

     
  • Alle martedì 14 aprile 2009 21:11:00 GMT+2 , Blogger nomadus ha detto...

    Figurati, caro GIACOMO. E' stato un vero piacere leggere e di conseguenza pubbligare sul mio blog il tuo bellissimo post. Ti dico la verità: l'avrei voluto scrivere io quel pezzo, anche perchè svariate volte sono stato sul punto di inviare offerte in occasione di vari cataclismi (veri o presunti) e poi ci ripensavo. E mi sono di conseguenza riconosciuto molto in quello da te scritto. Ancora complimenti e un saluto a te alla tua famiglia e a alla tua bellissima terra. Spero di riaverti tra i miei lettori. Fammi sapere se posso linkare il tuo blog. Un caro saluto da Nomadus.

     

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