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domenica 5 aprile 2009

un gigante dai piedi d'argilla


Su questo blog ho scritto in passato della piaga sociale e umana delle morti bianche, delle morti senza volto e senza nome nei cantieri, per finire al tristissimo episodio della ThyssenKrupp. Ma questa volta, per una volta, voglio focalizzare l'attenzione e puntare il dito d'accusa contro quell'ente che, a mio parere, in 100 anni poco ha fatto (per non dire nulla) affinchè certe tragedie non accadessero. Sto parlando naturalmente dell'INAIL. Negli ultimi anni si è discusso molto degli infortuni che si sono verificati nei luoghi di lavoro. Si sono levate voci di sdegno, appelli da parte degli intellettuali, sindacalisti, personalità, politici. Anche il Pontefice ed ancor di più il Presidente della Repubblica, in presenza di stragi, hanno fatto sentire la loro voce. Ma nessuno, di fronte al dramma dei morti e dei feriti sul lavoro, ha chiamato in causa l'INAIL, l'Istituto che dovrebbe tutelare chi si infortuna o contrae una malattia a causa del lavoro svolto. L'INAIL è stato costituito il 17 marzo del 1898 da una legge dello Stato che prevedeva l'obbligo per i datori di lavoro di assicurare i dipendenti e per l'Istituto di risarcire chi si infortunava, liberando il datore di lavoro da ogni responsabilità civile. Per salvaguardare la vita e la salute sui luoghi di lavoro i sindacati (non certo i politici di area berlusconiana) si sono sempre spesi chiedendo più sicurezza, controlli efficaci, pene severe. Si sono scontrati con una testarda contrarietà dei datori di lavoro in quanto le misure di sicurezza sono onerose: per i padroni la vita vale meno del profitto. Si deve prendere atto che malgrado tutti i tentativi non si è riusciti ad impegnare l'INAIL in un'opera di prevenzione e di controllo: l'Istituto si limita a risarcire il danno ed a gestire un consistente patrimonio immobiliare. Quando si parla di infortuni o di malattie professionali ci si limita ai morti, che continuano ad essere più di 1.000 ogni anno, cioè l'evento più tragico. Vorrei far notare che si infortunano ogni anno più di un milione di lavoratori e che circa 70mila rimangono menomati permanentemente. Il risarcimento non viene erogato se la menomazione è inferiore al 6% mentre per valori dal 6 al 16% viene risarcita con un una- tantum, ed è la metà dei casi. Se la menomazione è superiore al 16% viene concessa una rendita. Le rendite attualmente corrisposte dall'INAIL sono 976mila. Mediamente l'importo è di 4.357 euro l'anno. Gli infortunati non sono solo lavoratori come normalmente si ritiene: il 10% degli infortuni mortali (99 nel 2008) sono lavoratori e 250mila le vittime di un infortunio su un milione. L'Istituto ha anche compiti di prevenzione e riabilitazione ma il suo impegno maggiore è nella compravendita degli immobili, un patrimonio che sta alienando. Non solo, i suoi agguerriti collegi medico-legali e studi associati operano per limitare il riconoscimento ed il grado del danno, riducendo al minimo l'indennizzo o il vitalizio ed il rimborso delle spese di riabilitazione. L'Istituto, secondo il consuntivo del 2007, ha un attivo di 12 miliardi e 333 milioni di euro e supererà i 13 nel 2008. A che servono questi 13 miliardi? Chi li sta utilizzando? E con quali scopi? Certamente non per prevenire gli infortuni o impedire che ci si ammali e muoia per il lavoro svolto maneggiando sostanze nocive, respirando polveri, operando in ambienti rumorosi ed insalubri. L'emanando decreto del ministro del Welfare Maurizio Sacconi stravolge le finalità della legge varata dal Governo Prodi che, tra l'altro, prevedeva pene più severe per i responsabili degli infortuni. E' un decreto che libera le imprese dalla responsabilità penale e le autorizza a comprare l'impunità con qualche migliaio di euro. Il decreto è stato declassato dalla stampa e dagli organi di informazione a notizia dovuta, ma marginale. Invece il sottoscritto (seppur nella minima risonanza mediatica di questo blog) vuole evidenziare questa mostruosità, dedicando all'argomento questo post in prima pagina. Una notazione non di poco conto (e da ciò si dovrebbe desumere della mia buona fede politica e non faziosità come qualche lettore mi scrive): le posizioni nel Partito Democratico su questo tema come sempre sono variegate. Tra le tante, tutte tiepide, spicca quella di un suo deputato, l'industriale Massimo Calearo che dichiara: «Le manette non evitano le tragedie». Personalmente, invece, ritengo che siano necessarie norme più severe oltre a consistenti investimenti per garantire la vita e la salute di chi lavora. A mio modo di vedere si dovrebbero unificare le gestioni degli Enti previdenziali, compreso l'INAIL, per dare vita ad un sistema di vigilanza e di ispezione in grado di effettuare controlli rigorosi e permanenti nei luoghi di lavoro in ordine alla sicurezza. Per quanto riguarda la contribuzione, il rispetto dei contratti, il lavoro straordinario e quant'altro nei diritti dei lavoratori si dovrebbe cambiare registro: risparmiare sui costi di gestione, sulle sedi, suicollegi medico-legali, sui sistemi informatici dell'INAIL per riconvertire il tutto in migliaia di impiegati e funzionari preposti all'attività ispettiva. In secondo luogo andrebbero aumentate le rendite ed i vitalizi che sono vergognosamente modesti (così come chiedono anche le Associazioni dei mutilati ed invalidi del lavoro). Mi sembra che gli euro all'INAIL non manchino. Il mondo imprenditoriale italiano è miope e gretto, finge di ignorare l'enorme costo economico degli infortuni e delle malattie professionali causato da milioni di lavoro che si perdono per la cura, la riabilitazione, il pagamento delle rendite, spese di cura e di riabilitazione: è la collettività che paga. Credo che sia il caso di alzare la voce e far capire che ora di cambiare le cose. Iniziando a sostituire quei piedi di argilla (del gigante degli infortuni) che fanno il paio con la ferrea voracità nell'ingoiare milioni di euro. A beneficio dei soliti noti...

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