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lunedì 23 marzo 2009

il sacco (berlusconiano) d'Italia


Ci risiamo. Il Cementificatore è tornato all'assalto. E come se non bastasse, ariecco lo scudo fiscale, quello che nel 2001 (secondo governo Berlusconi, con Tremonti in sella alla finanza creativa) consentì ai grandi evasori che avevano esportato i loro capitali, al nero nei paradisi fiscali, di farli rientrare al minimo di tassazione, con l'aliquota privilegiata del 2,5% e la garanzia che nessuno straccio di Procura, o di Guardia di Finanza, o di funzionario del Secit o dell'Agenzia delle Entrate, da allora in poi avrebbe potuto mettere becco sulle origini, i circuiti, la provenienza (lecita, illecita, mafiosa, frutto di malversazioni pubbliche o private, di tangenti o di estorsioni) e meno che mai avrebbero potuto pretendere nulla di più. Insomma, 77 miliardi depositati nelle banche svizzere e nelle cassette di sicurezza delle Cayman Island, Bahamas o Isole Vergini, di Vaduz, Monaco o del Liechtenstein, eccoli riapparire di colpo, bianchi e puliti, vergini che più vergini non si può, pronti ad essere riciclati con la benedizione del governo di allora, che come oggi era di centrodestra, con a capo gli stessi Berlusconi e Tremonti, Bossi e Fini, Calderoli e Maroni, Scaiola e Matteoli, con appena qualche cambio di seggiolino. Adesso che la crisi bussa alle porte ecco dunque riapparire, sotto nuove spoglie, gli stessi strumenti di allora: i condoni edilizi, le sanatorie ambientali, gli scudi fiscali, eccetera. Niente di nuovo sotto il sole. Non è che il governo a mutate circostanze stia rispondendo con armi diverse, più incisive e di tutt'altro impatto. Niente affatto. Nel 2001 non c'era la crisi ma si è andati giù sulla libertà di edificare ovunque e comunque, in omaggio a costruttori e cementieri, palazzinari e immobiliaristi assatanati nell'accaparramento di sempre nuove aree e nella creazione di un mercato immobiliare senza limiti, e per favorire governatori compiacenti che nelle varie regioni (la Sicilia come la Toscana) dovevano ripristinare il feeling con i loro grandi elettori in rappresentanza degli interessi di una pletora di abusivi. Sicché, anche se non si chiamava "piano casa", si è proceduto condonando e sanando l'insanabile, dando comunque segnali di impunità alle regioni e alle amministrazioni locali, e di non voler procedere con strumenti restrittivi nei confronti di chi aveva abusato e sventrato il Belpaese fin nelle aree a inedificabilità totale, dai litorali ai siti archeologici. Adesso si ripropone la stessa medicina. Come mai? E' chiaro, perché quando c'è la crisi c'è un solo mercato in cui la gente comune pensa di rifugiarsi: quello del mattone. Che nell'immaginario collettivo è anche quello che può far ripartire, embrionalmente, per quanto lentamente, un ciclo espansivo. Sarà ancora così, dopo la crisi dei mutui subprime ? Chissà. Di certo ci sono i soliti costruttori, i soliti cementieri, i soliti palazzinari, i soliti immobiliaristi, che continuano a premere sul governo, sapendo di trovarvi orecchie attente (quelle del Cementificatore) e leggi ad hoc, con il risultato che il nuovo "piano casa" si appresta ad accrescere fino a un terzo la colata di cemento che già intasa gli agglomerati urbani, andando a ricoprire senza freno e senza controllo altre aree di pregio, coste e crinali, in un delirio urbanistico senza più regole né tutele che porterà ad altri disastri annunciati. Il capitolo dello scudo fiscale è l'altra faccia della medaglia. Ed anche qui la balla degli investimenti è pret a porter, pronta da servire ai gonzi che ci vogliono credere. Si blatera di incentivi al rientro purché i soldi vadano alle aziende, alle quali evidentemente sono stati sottratti proprio per evadere il carico fiscale. Dunque l'ipotesi è surrettizia. Non si è stati capaci di combattere l'evasione fiscale (neanche il centrosinistra è riuscito a farlo fino in fondo) e adesso si ipotizza di consentire ai capitali evasi, e di nuovo esportati, di rientrare un'altra volta a mansalva, dietro la maschera del «vincolo all'investimento o alla sottoscrizione di particolari tipi di titoli pubblici». Anche questa volta con la garanzia non solo di aliquote di assoluto "privilegio" (nel 2001 da un iniziale 4% si è scesi sino al 2,5 con un gettito erariale di due miliardi sui 77 in parte rimpatriati (46) e in parte regolarizzati (31); ma soprattutto, come otto anni fa, con la promessa dell'intangibilità e della non indagabilità sulle origini dei patrimoni, su come si sono formati e accumulati all'estero, sulla loro veicolazione tramite società di comodo, intermediari, spicciafaccende, prestanome. Il Pifferaio di Arcore e il suo socio Tremonti sostengono che l'Unione Europea è d'accordo con loro. Ma ci sono molti distinguo nella compagine dei capi di Stato e di governo che si sono confrontati a Bruxelles: perché in altri Paesi l'evasione è molto più contenuta e severamente punita; perché ci sono realtà come la Svizzera che non accettano di essere messe nella black list dei paradisi fiscali; per le molte resistenze a forzare le maglie che regolano il segreto bancario. A differenza del lassismo e della contiguità (immorale e vergognosa) del governo del caimano.

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