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domenica 15 marzo 2009

una risata seppellirà questa crisi?


La domanda credo induca ad un cauto ottimismo. Certo, chiunque di noi vorrebbe che la crisi di questo frangente venisse spazzata via da una serie di risate provocate dai maggiori comici attualmente in voga sulle tv nazionali. Giusto e salutare, in questi tempi difficili, reagire alle preoccupazioni. Combattere si deve sempre. Resta però da vedere come. Ed ecco quella brava mamma della nostra tv fornirci il reagente naturale della comicità. Così se Sky s’infila nella manica l’asso pigliatutto Fiorello, la televisione generalista non dà requie. Tanto da far trainare, come sappiamo, trasmissioni impegnate quali Ballarò dalle acutezze di Maurizio Crozza, mentre programmi che affrontano questioni di fondo come Annozero si affidano allla comicità intinta nel curaro di Sabina Guzzanti e non rinunciano a chiudersi con le vignette satiriche (quasi sempre spassose) di Vauro. Comicità e umorismo sono, d’altra parte, necessarie categorie della realtà. Non vi si sarebbero dedicati, altrimenti, un filosofo come Henri Louis Bergson («Il riso», 1900) e uno scrittore e drammaturgo come Luigi Pirandello che, con un saggio del 1908, traccia la distinzione tra comico ("avvertimento del contrario") e umorismo ("sentimento del contrario"). Così, se una signora anziana ha in testa un cappello ridicolo, pure se dentro di sé porta un dramma, una delusione inesorabile, un tormento senza pace, noi ne ridiamo perché incapaci di resistere al contrario che in quel cappello la rappresenta. Con tutte le tragedie che lo hanno passato da parte a parte, il Novecento non solo non si è negato il riso, ma lo ha elevato a bisogno naturale dell’animo umano. Questo grazie anche a interpreti di prima grandezza, a cominciare da Ettore Petrolini (1884-1936), il grande attore e autore romano cantore di Gastone, sulfureo osservatore di tempi per un verso rabbuiati dal fascismo ma per l’altro, proprio perciò, esposti alla satira come pochi altri. Poi, sulla pagina scritta, Giovanni Mosca, a seguire il grande Giovannino Guareschi (cui non si sarà mai abbastanza riconoscenti per averci dato Peppone e don Camillo) e, ancora, Achille Campanile, scrittore, giornalista, commediografo ma, soprattutto, impareggiabile umorista («Dove vai?». «All’Arcivescovado. E tu?» «All’Arcivescovengo»). Quindi Marcello Marchesi e, sulle tavole del palcoscenico del dopoguerra, Carlo Dapporto, Macario e Tino Scotti tra gli altri. Senza naturalmente dimenticare l’insuperato (e insuperabile) principe della risata, il principe De Curtis, in arte Totò. È stato un secolo di tragedie il Novecento che però, in virtù anche dello sviluppo della stampa, grazie al teatro, al cinema, alla prima televisione (la migliore), ha cercato la luce del ridere. Mentre questi anni Zero del nuovo secolo continuano a inseguire la risata fine a se stessa. Divertirsi, sghignazzare e farlo a prescindere, tramite quella maestra catodica che si chiama tv, dove si passa dal pianto al riso con un cinismo mai disinnescato. La ricerca del comico, "avvertimento del contrario", è oggi ininterrotta e, per ciò stesso, deprimente. Un continuo invito a dire: ma cosa c’è da ridere? Ben diverso quel "sentimento del contrario" che è l’umorismo. A proposito del quale il raffinato storico che è stato Carlo Maria Cipolla, nell’introduzione a un suo divertissement, «Allegri ma non troppo» (Il Mulino, 2008), ci ha raccontato di un gentiluomo francese che, salendo il patibolo, incespicò in un gradino e, rivolto alle guardie, esclamò: «Dicono che inciampare porti sfortuna». Battuta che, secondo Cipolla, avrebbe dovuto evitargli la mannaia. Ma nessuno sul palco, possedendo il dono dell’umorismo, ne apprezzò la battuta. E la testa del gentiluomo dovette rinunciare al proprio corpo. Malheuresement.

1 Commenti:

  • Alle lunedì 16 marzo 2009 00:03:00 GMT+1 , Blogger rossaura ha detto...

    Anche secondo me l'ironia avrebbe dovuto salvare molte teste e farne comunque di contraltare cadere molte altre.
    Se non ci fosse questo modo di vedere il mondo saremmo dei noiosi barbogi. L'ironia è leggerezza, la comicità è un'altra cosa, non tutti ridono dello stesso modo di far ridere. Comunque anche il Pifferaio (per esempio) è comico, ma non ironico. Però mica a tutti fa ridere allo stesso modo. E vorrei ben vedere, molto spesso usa uno spirito da prete....

    Buona notte , la domenica è finita ora bisogna mettere giudizio. Un sorriso ironico e divertito Ross

     

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