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sabato 28 marzo 2009

il monarca che celebra se stesso


La settimana scorsa la liquefazione di Alleanza Nazionale che confluiva nell'ampolla mediatica del sedicente Popolo della Libertà (condizionata) ha dato il là alle previste celebrazioni di questo fine settimana di marzo, con il Pifferaio di Arcore in veste di uno e trino (come le sue apparizioni sul palco delle due assise), dedito soltanto alla realizzazione di questo one-man show che ne determina l'apoteosi come uomo di comunicazione, quantunque non come uomo politico di spessore o addirittura di statista del terzo millennio. Alla Fiera di Roma il caimano ieri ha seguito e letto il solito copione che oramai lo accompagna da quindici anni a questa parte. Il discorso di un vincitore. Che ricorda fiero il cammino percorso, concede onori ai compagni di strada e disegna i futuri scenari di gloria. Il Pifferaio celebra il proprio trionfo. Sogna a occhi aperti. Inscrive se stesso nella galleria degli eroi nazionali. Innalza il 1994 a data fondativa della storia della Patria, l'inizio della Liberazione. Non si è smentito e non ha deluso le attese. Del resto, tutto sembra andargli per il verso giusto e lui ne approfitta. Un discorso, se vogliamo, significativo, per quanto dice e per quel che tace. Le parole popolo e libertà ripetute decine, centinaia di volte, martellate come garanzie salvifiche. E mai una volta che sia una, invece, la parola uguaglianza. Ma il fulcro intorno al quale ha ruotato il discorso è la storia del Paese che il signor B. ha voluto narrare. Segno che gli è ben chiara l'importanza di un tema (la storia, appunto, come fondamento dell'identità) che tanti suoi avversari hanno invece dimenticato. La storia italiana per il caimano si identifica con la grande crociata del Popolo della Libertà contro la sinistra statalista, autoritaria e, in realtà, ancora comunista, con la falce e martello incisa nel cuore (questa è ancora l'idea che lui ha della sinistra). Di questa crociata lui è, naturalmente, il protagonista. Ma non manca il pantheon dei Padri: nomina Sturzo, cita De Gasperi, ricorda commosso (a beneficio di Fini e dei suoi) il grande Tatarella. Manca solo Gelli. In compenso evoca, implicitamente, il Gobetti della rivoluzione liberale. Non è il caso di inalberarsi. C'è piuttosto da riflettere sulla grande capacità di inventare la tradizione che la destra dimostra di avere. Ce n'è per tutti, man mano che il comizio procede. L'one man show è all'altezza della situazione. Chi conosce bene il cavaliere dice che le sue parole sono quelle che ci si aspetta da uno come lui. Enfatiche, popolari, da spot televisivo. E chi lo conosce bene dice anche che il suo intervento di apertura del congresso è una sommatoria di concetti già detti e ridetti. Sono le regole della tv, ripeti il messaggio all'infinito e vedrai che qualche risultato ci sarà. Da copione arrivano i ringraziamenti ai fedeli alleati: subito per Umberto Bossi («un onore averti con noi»), a ruota per Gianfranco Fini («anteponendo l'interesse dell'Italia a quello personale ha contribuito a scrivere questa pagina di storia»). Il primo resterà alleato per molti anni ancora, il secondo fa parte ormai del grande partito delle libertà berlusconiane. Non per caso, il Pifferaio di Arcore fa il nome di Pinuccio Tatarella, l'uomo che per primo capì che grazie a sua Emttenza Alleanza Nazionale avrebbe potuto viaggiare in mare aperto verso risultati insperati. Viva Tatarella, la cui figura assume ogni giorno che passa più rilevanza nel pantheon del PdL. Il signor B. dal palco racconta la sua «avventura entusiasmante e vittoriosa». «I sondaggi (queli veri) ci danno al 43,2%, inutile nascondere che noi intendiamo puntare al 51% e sappiamo come arrivarci, sono sicuro che ci arriveremo». E giù un oceano (telecomandati) di applausi, urla e cori da stadio. Tanto per far capire agli atri che il reuccio delle televisioni èsempre iù in sella al suo cavallo alato, pronto per entrare nella storia. Appunto, la storia con la s minuscola...

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