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sabato 9 maggio 2009

c'era una volta la fabbrica...


Questo post è dedicato a tutti quei lavoratori che hanno conosciuto la vera fatica, il vero sudore della fronte, la reale sensazione di crollo fisico al termine della giornata lavorativa. C'era una volta la fabbrica. C’erano una volta le tute blu. La fabbrica come elemento identitario («Lavoro alla Falck, all’Alfa Romeo, alla Pirelli…»), le tute blu portate con orgoglio, come una divisa che segnava un’appartenenza a un gruppo e a una classe sociale. Tutto finito. All’apparenza, però. Le fabbriche ci sono ancora, anche se si sono trasformate. L’industria manifatturiera, soprattutto quella di piccole e medie dimensioni, continua infatti a essere un pilastro dell’economia italiana. E ci sono ancora gli operai. Però sono pochi quelli che se ne fanno vanto di esserlo. Il fatto è che oggi lavorare in fabbrica non è più di moda e la maggior parte dei giovani ha un’idea molto vaga di cosa significhi stare otto ore al giorno nel reparto di produzione di un’azienda. A ribadirlo è una ricerca curata dalla IPSOS (http://www.assirm.it/ipsos.htm), pubblicata in un interessante volume di Antonio Calabrò, da poco giunto in libreria, dal titolo Orgoglio industriale. «Gli italiani – si legge – amano poco sentir parlare di fabbrica, lavoro meccanico, tute blu operaie, fatica. Accettano meglio la parola industria, pensando però ai laboratori, agli studi di progettazione e soprattutto al made in Italy della moda e del lusso. Tra i giovani, i giudizi sono ancora più netti: vogliono un impiego d’ufficio, magari a due passi da casa, con un capo simpatico, scarse responsabilità e un orario ridotto, "fino alle cinque, così non sono troppo stanco e ho tempo di uscire la sera". Sino all’estremo: "meglio lavorare in un call center che in fabbrica"». Ma come si è arrivati a questo punto? All’origine c’è soprattutto, a mio modesto avviso, un problema di rappresentazione, legato all’immagine che i media (ma anche la politica, il mondo imprenditoriale e sindacale) hanno dato e stanno dando dell’Italia e del suo comparto industriale. «Per anni – spiega Calabrò –, nel discorso pubblico, sono stati prevalenti i temi dei servizi, della finanza, della comunicazione, dello spettacolo, tracciando una sorta di ritratto da "Italia Grand Hotel", leggero e immateriale. Nell’immaginario collettivo, così, è stata stravolta la realtà di un Paese che, soprattutto in provincia e nelle periferie delle grandi aree urbane del Nord, restava industriale, ma non era raccontato, compreso, valorizzato. E i falsi "riti e miti" della finanza e della comunicazione hanno fuorviato soprattutto le nuove generazioni». L’indagine, realizzata tramite focus group tra giovani di Torino, Milano e Verona e interviste telefoniche a laureati e non laureati di tutta la Penisola, ha infatti rilevato che la consapevolezza di vivere in un contesto con un forte tessuto industriale è abbastanza modesta: il 67% dei laureati e il 71% dei non laureati, per esempio, non sapeva che l’Italia è il secondo Paese industriale in Europa dopo la Germania. In particolare, alla domanda su quali sono i settori portanti dell’economia nazionale, entrambi i gruppi mettono al primo posto il turismo. La piccola industria si piazza al secondo (laureati) e terzo posto (non laureati), mentre la grande industria si ferma al quinto (per entrambi), superata dal commercio e dal comparto energetico. Molto citata la filiera del lusso, con i marchi che promuovono l’immagine dell’Italia nel mondo (da Armani alla Ferrari, dal Parmigiano Reggiano al Brunello, dalla Pirelli alla Brembo). Gli intervistati non sembrano avere neanche troppa fiducia nella possibilità di trovare un’occupazione nel manifatturiero, a differenza che in settori come il terziario e i servizi, il turismo e il commercio. I ricercatori hanno indagato anche le caratteristiche del "lavoro ideale", che deve essere "creativo", "ben remunerato", "non troppo stressante", "deve realizzarti", avere "orari ben definiti", svolgersi in un contesto ambientale "con colleghi simpatici e capi comprensivi". Da queste premesse, si legge nel volume, non stupisce che il lavoro operaio sia considerato tra i più brutti che si possano fare, l’ultimo gradino della scala sociale. L’operaio rappresenta una sorta di condanna professionale, la fine di tutte le aspirazioni. Mentre l’operatore di call center, il receptionist, l’impiegato di infimo livello sono comunque professioni ritenute socialmente più accettabili. «Se dico che faccio l’impiegata è un po’ più elegante, mi vedo in camicetta e pantaloni, invece come operaia mi vedo con la tuta blu con scritto FIAT: è il lavoro meno qualificato che ci sia». Questo atteggiamento riflette un deficit di conoscenza sulle mansioni operaie (è più qualificato un saldatore o un addetto al call center?) e sul mondo dell’industria in generale. La fabbrica, nel senso comune, ha un’immagine negativa. A essa gli intervistati associano termini come "fatica, sforzo, noia, depressione, ambiente nocivo, tute sporche, catena di montaggio, ciminiere, inquinamento". La situazione migliora se invece di fabbrica si parla di industria o azienda manifatturiera: «Azienda mi viene in mente un dirigente, fabbrica mi viene in mente un operaio». La fabbrica, sottolinea l’IPSOS, «sarebbe insomma il lato sporco, buio, sommerso dell’azienda». Se lo scenario è questo, il lavoro da fare per riconsegnarle dignità è notevole: «Serve dare nuovo appeal alla fabbrica», scrive Calabrò. Che aggiunge: «Il salto da fare, oggi, riguarda la realtà del lavoro nell’industria, da qualificare ancora e migliorare. E poi la rappresentazione e la comunicazione. Un recupero consapevole della memoria. E una rivendicazione del ruolo contemporaneo». In alternativa (e questo è un mio semplice consiglio per i giovani di domani) si potrebbe comunque lavorare in Mediaset...

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