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giovedì 11 marzo 2010

la maledizione di via Poma


Se non fosse la tragica realtà sembrerebbe una scena della fiction di Montalbano. Potrebbe anche sembrare, se non fosse maledettamente vero, una pagina di un romanzo giallo scritto da Carlo Lucarelli. Invece il suicidio di Pietrino Vanacore, l'ex portiere del famigerato stabile di via Poma 2 a Roma non è proprio una fiction. Magari potrà diventare un giallo, questo sì. La coincidenza della morte con la sua attesa deposizione al processo contro Raniero Busco prevista per domani in aula di Assise fa scattare inevitabilmente qualche dubbio e qualche legittimo sospetto. Che fosse a conoscenza di qualche piccolo segreto sulla tragica fine della povera Simonetta Cesaroni è facilmente intuibile dalla scelta dei giudici romani di volerlo ancora una volta ascoltare. Una storia, quella dell'omicidio di Simonetta, che lo inseguiva da una vita. Esattamente dalla sera del 7 agosto 1990. Da lì iniziò la sua personale via crucis: l'arresto, la scarcerazione ad opera del tribunale del riesame, i sospetti, le indagini, gli interrogatori, i giornali e le tv alle calcagna di quello che appariva come un mansueto e tipico portinaio di uno stabile della media borghesia romana. Poi l'uscita definitiva di scena fino a pochi giorni fa, quando un invito a testimoniare lo raggiunge nel piccolo paesino in provincia di Taranto dove si era rifugiato quindici anni fa per scappare dalle ombre e dagli incubi che ancora lo tormentavano. Ancora una volta doveva entrare in un'aula di tribunale. Ancora una volta davanti ai giudici. Ancora una volta a ricordare quella sera d'estate di vent'anni fa in cui quella bella ragazza dai morbidi ricci corvini fu massacrata con 29 coltellate in un ufficio vuoto. Come una raffica assordante nella testa di Pietrino devono essere ritornati certi ricordi: la polizia, i flash dei fotografi, le domande. Tante domande, insistenti, ripetute, che ancora una volta gli avrebbero rivolto. E poi le voci della gente, le insinuazioni, i dubbi, l'ombra del sospetto che continua ad aleggiare su chi era là quella notte, in quello stabile dove piombò la morte. E che dalla morte fu sfiorato. Come se quella morte non finisse mai. Qualcuno ancora oggi continua a ritenere Pietrino reticente e omertoso. Lui, seppur non colpevole per la legge, ha taciuto su qualcosa. E questa convinzione ha portato due anni fa i giudici a ordinare una perquisizione nella casa pugliese di Vanacore. Non trovarono niente ma l'ombra lunga del sospetto arrivò fin lì, nell'eremo sul mare così lontano da Roma. E adesso bisognava tornare di nuovo a Roma. Bisognava tornare in tribunale. Ancora giudici, ancora avvocati, ancora domande. L'ombra di nuovo addosso, gli sguardi da affrontare. Muti ma dubbiosi. Davvero tu non c'entri? Davvero tu non sai? Pietrino, prima di suicidarsi, ha lasciato nella sua auto vicino al mare tre cartoncini: "20 anni di martirio senza colpa portano al suicidio", "20 anni da perseguitati senza nessuna colpa", scritti di suo pugno come se volesse gridare un'ultima volta che lui non c'entrava con quel sangue, con quell'omicidio di Simonetta. E questo, almeno così sembrava, la giustizia lo sapeva. Ma l'uomo con i capelli oramai bianchi, divenuto triste nel ricordo degli amici, sembrava essersi interiormente autocondannato. Seppur di via Poma Pietrino non parlasse più, sembrava censurasse qualcosa. O semplicemente non sopportasse più l'assedio delle domande e i dubbi nelle facce degli estranei. Chissà quale fugace pace interiore cercava nelle sue lunghe e solitarie passeggiate sulla riva del mare di Taranto, al netto dei rimorsi e degli incubi inevitabilmente generati da quella tragica sera del 7 agosto 1990. Chissà, alla fine magari non sarà un giallo tipo Montalbano, di quelli che guardiamo in tv come stranamente avvinti da ciò che è oscuro. Ma di certo in questa tragica storia del suicidio di Pietrino Vanacore per ora rimane il mistero e un'ombra del male che, non individuato, resta sospeso e pende e incombe sulle vite degli uomini. Mentre i giornalisti con i loro microfoni, ancora una volta, si spingono davanti alla bocca di chicchessia per sapere, per domandare. Voraci e inconsapevoli attori di una nuova fiction. Tutti vogliosi di vane parole, attorno alla mole opaca del male. Post Scriptum: chi volesse farsi un'idea diversa sul delitto Cesaroni può leggersi questo link della giornalista Gabriella Pasquali Carlizzi (http://ildelittodiviapoma.org/laltra-repubblica-1996.html) che adombra più di un sospetto. Altro che fiction.

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