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domenica 25 ottobre 2009

un trans chiamato desiderio (di vendetta politica)


Non mi sono stupito più di tanto nell'apprendere oggi il voltafaccia (oramai una sorta di sigillo di garanzia) di quello stinco di santo che risponde al nome di Maurizio Gasparri sulla penosa vicenda che ha avuto come protagonista il Governatore (a questo punto da considerarsi ex) della Regione Lazio, Piero Marrazzo. Nelle ore immediatamente successive al fattaccio Gasparri si era lasciato andare a strane e irrituali dichiarazioni di solidarietà e di vicinanza umana nei confronti dell'ex conduttore di Mi manda RaiTre non mancando di augurare una sorta di lieto fine della vicenda esortandolo a non mollare. Oggi, inspiegabilmente, il dietro front: l'autosospensione è illegale, si deve dimettere, dobbiamo andare ad elezioni anticipate. E qui si scopre tutto il reale interesse politico che sta dietro al dramma umano di una persona che dava fastidio (politicamente parlando) in quanto non voleva chinare la testa ed uniformarsi alla pratica del clientelismo e della spartizione consueta della torta milionaria data dalla galassia sanitaria laziale. Non potendolo far fuori con i voti di sfiducia, con le chiassose assemblee di protesta e nemmeno con l'astensione di pochi giorni fa, i pidiellini hanno trovato il modo di scaricare nel modo più brutale e infame (grazie alla solerte collaborazione di quattro mele marce dell'Arma dei Carabinieri di Roma Trionfale) il Governatore Marrazzo. Oltre il danno politico ecco quello sociale, con una condanna di per sè peggiore a cui un essere umano possa essere sottoposto da una società: la vergogna. Fango travestito da pallottole di carta (con tanto di filmini appositamente preparati), pronte a trafiggere gli animi, non solo dei diretti interessati ma anche delle relative famiglie. E questa volta ce ne sono diverse in gioco, sia per quanto riguarda gli arrestati sia per la parte offesa (basti pensare a cosa starà provando la moglie di Marrazzo, la giornalista del TG3 Roberta Serdoz insieme alle sue tre figlie). La storia, comunque, si ripete: da Lapo Elkann a Sircana e poi Boffo, ora Piero Marrazzo. Lo squallido vizietto di scavare nella melma e portare fuori il privato ancora fa scuola, forse fino a quando le stesse cronache non riporteranno il suicidio di qualcuno. Avvenne nel 1992 per Sergio Moroni, e per Raul Gardini nel 1993. Era l'epoca di Tangentopoli e del tintinnìo delle manette dove bastava l’avviso di garanzia per essere già condannati dalla società, prima ancora che da un giudice. Oggi, tre lustri dopo, la musica non è molto cambiata con questo continuo killeraggio giornalistico e televisivo al grido di chi è senza peccato scagli la prima pietra. "E' stata una debolezza privata", si è difeso il Governatore autosospesosi. Quattro carabinieri arrestati, un matrimonio distrutto, una carriera politica da appendere al chiodo, come avvenne già per Cosimo Mele dell’Udc. Chi l'avrebbe mai detto, si staranno ripetendo in tanti in queste ore: proprio lui, proprio Marrazzo che è stato il più degno dei successori di Lubrano alla guida della più nota trasmissione di Rai3. Sì, proprio lui che per anni accusava aziende e truffatori, difendeva i consumatori ed inveiva contro le quotidiane ingiustizie. Come giornalista è stato indiscutibile, perché la professione non muore per un errore. Poi ha scelto la politica, dove ha fatto tagli di sprechi, riordini interni alla Regione. Nell’aprile scorso, durante una presentazione di un libro a palazzo Valentini a Roma, ci fu una vivace contestazione da parte di mamme di ragazzi disabili nei confronti del Governatore del Lazio con cartelloni e foto che parlavano molto più delle parole. Nella riorganizzazione del piano sanitario regionale nei tagli c’erano finiti pure quei poveri ragazzi. Marrazzo tuonò con il suo collaboratore: "...non è andato bene se questi sono i risultati", e giù via a spiegare cosa aveva trovato e cosa aveva fatto, le spese gonfiate e quant’altro. Ultimamente sempre più voci infastidite si rincorrevano nei corridoi della Regione: "Da quando c'è Marrazzo non si può fare più nulla...". Nessun affare, nessun progetto, niente clientelismo. E’ poco? E’ tanto, per un politico è tutto. L’onestà. E Piero Marrazzo una persona onesta lo è. Suo padre, il mitico Giuseppe Marrazzo, gliene aveva lasciata (di onestà) in quantità industriale. L'unica debolezza che mi sento di rimproverare a Piero Marrazzo è quella di non aver denunciato subito il ricatto, senza indugiare e senza essere frenato dalla paura o dalla vergogna. Avesse fatto come David Letterman oggi, forse, scriveremmo di un'altra storia. O forse non scriveremmo proprio niente. Certo, ogni persona ha pregi e difetti, debolezze e virtù, e Marrazzo ne ha come tutti noi. Ma se non avesse mentito in prima battuta, tacciando subito la cosa come "una bufala, una vicenda surreale", forse adesso non si ritroverebbe in questa condizione di perdente e di umiliato. E comunque un giudizio sul suo privato credo che nessuno possa sentirsi in diritto di poterlo dare, nè tantomeno i molti moralisti che riempiono gli scranni di Palazzo Madama o di Montecitorio, perché nessuno è senza peccato e, in genere, chi accusa è sempre peggiore dell’accusato. Quanti politici, tra quelli che reclamano le immediate dimissioni di Marrazzo per andare presto al voto, possono mettere le mani sul fuoco sulle loro sane abitudini sessuali? In pochi credo: le fiamme li divorerebbero. A ben vedere, alla fine di questa triste storia, credo che si possa dire una cosa: non è finita la moralità pubblica. Sta morendo, invece, l’ipocrisia nei costumi sessuali.

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