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martedì 4 dicembre 2007

elogio di Giovanni Floris




Mi sembra corretto ed opportuno concedere, in questo mio post, il giusto spazio, accompagnandolo da qualche riflessione personale, ad un giornalista televisivo non sempre considerato e amato nella misura convenuta: Giovanni Floris, conduttore di Ballarò e autore di un libro, uscito in questi giorni, quanto mai adatto e pertinente alla situazione (non solo politica) attuale. Il libro ha un titolo esplicativo e pungente: mal di merito, con un sottotitolo che recita "l'epidemia di raccomandazioni che paralizza l'Italia", edito dalla Rizzoli. Un ottimo pamphlet dedicato ad un cancro sociale fortemente radicato e vergognoso. La becera abitudine di raccomandare tutto e tutti, dal portiere in un complesso residenziale al sottosegretario alla presidenza delle comunità montane, dall'amministratore delegato della grande azienda pubblica all'usciere del palazzo del call center. Un'odiosa consuetudine, retaggio dell'epoca democristiana della famosa balena bianca, che nemmeno l'era di Mani pulite è riuscita a sradicare e sconfiggere. Una sorta di drago a tre teste: anche se si riesce a tagliarne una, subito dopo ne cresce prontamente un'altra e così via, all'infinito, come in un osceno effetto domino. Giovanni Floris ha 36 anni, è giornalista dal 1995 e proviene dal giornale radio RAI; ha fatto la gavetta per alcuni anni dedicandosi a programmi molto amati in radio come Baobab e Radioanch'io, ha vinto un premio giornalistico molto ambito, il Saint Vincent, è stato corrispondente della sede RAI di New York ai tempi dell'attentato alle Twin Towers, ha vinto il Premio Flaiano per la migliore conduzione televisiva (proprio con Ballarò). Insomma proprio un bel biglietto da visita. Eppure, nonostante i premi e i riconoscimenti avuti, Floris è sempre stato sobrio e mai sopra le righe, misurato e mai supponente: un ottimo esempio per i tanti lei non sa chi sono io che affollano le redazioni dei giornali e i corridoi degli studi televisivi. Molti dei giovani d'oggi dovrebbero guardare a lui come indicatore di educazione e di tolleranza nei confronti dei pensieri altrui, delle espressioni culturali e politiche non sempre espresse con il giusto tono di civiltà e di rispetto del prossimo.

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