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giovedì 24 luglio 2008

Niccolò Ghedini, un disoccupato di lusso


Ho la netta impressione che tra tutti i berlusconiani di ferro, esultanti per l'approvazione del "Lodo Alfano" e per la conseguente immunità del loro capo per i prossimi cinque anni, l'unico a non aver avuto troppi argomenti per essere felice sia stato il rampante avvocato padovano (nonchè consigliori giudiziario del cavaliere) Niccolò Ghedini. Questo occhialuto e allampanato principe del Foro, dalla faccia con l'espressione a metà tra il classico secchione del primo banco e il fruitore appassionato di pellicole tipo Giovannona coscialunga, è da dieci anni l'ombra lunga e vigile del presidente del Consiglio, un facente funzioni del ministro della Giustizia ad uso e consumo delle numerose gatte da pelare giudiziarie riferite a Sua Emittenza. E adesso che non ci saranno più processi, nè udienze, nè altre incombenze giudiziarie per un pò di anni, credo che Ghedini sia da annoverare tra i nuovi disoccupati, magari organizzati. Ma vediamo com'era nata la stella forense padovana. Era infatti l'inizio del 1998 quando l'udienza preliminare del cosiddetto processo «toghe sporche» era alle porte, e quando gliene parlarono per la prima volta, Silvio Berlusconi lo prese per un suggerimento eccentrico. Niccolò Ghedini era un nome che nulla gli diceva. Invece adesso gli dice eccome e non passa giorno senza una telefonata o un consulto con questo quarantanovenne avvocato penalista padovano, entrato nel firmamento berlusconiano dopo l'appannamento della stella, un tempo luminosa, del professor Ennio Amodio e dopo che si è spenta mestamente quella di un altro uomo di cattedra, Oreste Dominioni, cui non è stato perdonato il patteggiamento costato qualche anno fa il seggio europeo a Marcello Dell'Utri. Ghedini è entrato trionfalmente nelle grazie del leader del Popolo della Libertà al punto che i salotti del misurato Foro milanese leggono nell'odierna furia di Berlusconi, nell'accelerazione improvvisa impressa ai giudizi e alle parole, anche la mano e il temperamento del «giovane» Niccolò e della sua completa adesione alle passioni, prima ancora che agli interessi processuali del «cliente della vita». L' incapacità di vedersi sconfitti in una partita che si è persuasi di dover vincere, la convinzione che per un avvocato debba valere la stessa regola del suo assistito: «morire in piedi». A scoprire per primo, anni fa, il "ragazzo di bottega" giuridico era stato Gaetano Pecorella che, a dispetto dell'età, lo aveva portato nella giunta dell'Unione camere penali di cui sarebbe diventato segretario nazionale. Figlio d'arte di una famiglia che di patrizio non ha i titoli ma certo le disponibilità, alla morte del padre, Ghedini aveva trovato nello studio di Piero Longo, professore universitario e leggenda del Foro padovano, la sua nuova casa. Lì si era costruito la fama di gregario di lusso e abile navigatore della procedura penale, firmando due apprezzati codici commentati. Lì si era imposto come uomo di grande studio capace di rispettare le gerarchie, convinto che il riconoscimento dell'autorità prima o poi premi. Con questo biglietto da visita era stato introdotto a Berlusconi. Nelle intenzioni, sarebbe dovuto essere il «numero due» del nuovo collegio difensivo, la spalla intelligente e dotta di Piero Longo il «professore». Ma i 17 mesi dell' udienza preliminare hanno capovolto le gerarchie. E nella convinzione forse che Milano fosse il palcoscenico su cui rischiare, persino il sussiego per il suo «maestro» Longo ha ceduto il posto a una dose aggiuntiva di protagonismo. E' difficile sapere se Ghedini avesse compreso fin dove la nuova partita sulla giustizia si sarebbe spinta e soprattutto con quali conseguenze politiche. Ma è altrettanto facile immaginare quale futuro radioso lo attenda sotto l'ala protettrice del cavaliere, che certamente non lo farà rimanere ancora per molto tempo un disoccupato di lusso.

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