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domenica 8 giugno 2008

Dino Risi, un galantuomo cinematografico


Si è spento ieri a mezzogiorno, all'età di 91 anni, il maestro della commedia all'italiana Dino Risi. Da moltissimi anni viveva a Roma, in un residence. Non aveva una casa vera e propria. Questa scelta ha generato un'impressione precisa, cioè quella di avere a che fare con un uomo che ha voluto privilegiare cocciutamente la sua libertà. Non per niente si definiva "libero pensatore" e sosteneva con una punta di orgoglio di provenire da una famiglia di atei. Forse, proprio la sua vicenda umana e le sue origini gli avevano permesso di guardare il mondo con occhi disincantati e soprattutto di dire esattamente ciò che pensava, in ogni occasione. Mi sembra, dunque, giusto ricordare oggi questo regista che tanto ha dato al cinema italiano. Diverse star del nostro cinema ebbero flirt con Dino Risi e, a proposito di amicizia, si parlò molto dell’amicizia con Vittorio Gassman, con il quale ebbe alti e bassi (i due arrivarono addirittura a non parlarsi per più di un anno) ma con il quale girò ben sedici film.
Nella sua lunghissima carriera, tra lungometraggi, cortometraggi, documentari e film televisivi ha diretto ottanta titoli e ha scritto cinquantotto sceneggiature; il tutto tra il 1946 (Bersaglieri della signora) e il 2002 (Le ragazze di Miss Italia). In mezzo, un lunghissimo percorso non sempre allo stesso livello, ma sempre di qualità. Scorrendo la sua filmografia ci si accorge che tre suoi lavori sono stati fondamentali per il cinema italiano: Una vita difficile (1961), Il sorpasso (1962) e I Mostri (1963). Si tratta di tre autentici capolavori, tre affreschi "cattivi", veri, corrosivi, difficili e sinceri di un’Italietta popolata da soggetti grotteschi e umanamente disperati. In queste tre opere, Risi ha realizzato il ritratto di un paese pieno di vizi, difetti e piccolezze umane che a tutt’oggi risulta, a mio avviso, come l’analisi più impietosa e crudele dell’italianità, anche di quella contemporanea. Dino Risi, come altri, ha satireggiato sulla piccola borghesia di Roma: se affrontava i popolani, come in Straziami ma di baci saziami (1968), era per irriderne l’ignoranza e la stupidità. Però non era insensibile all’attualità, come in La moglie del prete (1971), ed è stato negli anni Settanta l’unico regista italiano a raccontare il difficile rapporto tra un padre borghese e un figlio terrorista, come in Caro papà (1979). Poi Risi dà l’impressione di perdere voglia e mordente, sembra opaco, irriconoscibile. Decide di andare a vivere da solo in un bel residence romano ai Parioli: guai a chiedergli se prova solitudine. Fa ancora un film, significativamente intitolato Tolgo il disturbo (1990), storia della passione di un vecchio per una bambina, vicenda di morte. In ricordo e celebrazione del suo primo film Poveri ma belli (1957), dirige nel 1996 Giovani e belli, con Anna Falchi: ma non viene bene. E incomincia la parabola discendente. Fino a ieri mattina, quando si spengono definitivamente le luci del set della sua vita e del suo cinema.

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