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sabato 26 aprile 2008

Ciarrapico & i milionari nullatenenti




Chissà, forse ieri mattina l'incontro a Palazzo Grazioli tra il cavaliere e l'ex re delle acque minerali è servito a stabilire una strategia difensiva con gli avvocati di fiducia Ghedini e Pecorella (anche se i nomi detti così sembrano quelli di una concessionaria d'auto...). Infatti il neo arruolato nelle fila del PdL, Giuseppe Ciarrapico detto il Ciarra, se la vedrà con i creditori che lo inseguono da svariato tempo e che finalmente, ora che siederà in Parlamento, potranno pignorargli quanto dovuto. Questa è una delle tante storie magistralmente raccontate in una inchiesta di Paolo Biondani dal titolo "Quei milionari nullatenenti" pubblicata su L'espresso di questa settimana e che vi voglio riproporre integralmente. Buona lettura. Lo stavano inseguendo da un ventennio. Una lunga ma inutile caccia al tesoro. Tra residenze di comodo, cavilli procedurali, vecchie bancarotte e nuove aziende che si rivelano fantasmi legali. Ora i creditori di Giuseppe Ciarrapico, sulla carta imprenditore con mille interessi, eppure formalmente nullatenente di fronte alla legge, si preparano a modo loro a festeggiarne l'elezione a senatore. La sua legislatura rischia di aprirsi con un pignoramento a Palazzo Madama: «Siamo già pronti a bloccare il suo stipendio di parlamentare. Finalmente Ciarrapico non potrà più prendere in giro la giustizia». A preannunciare «con la forza dell'esasperazione» questo attacco finale al portafoglio del neo-senatore berlusconiano, sono gli avvocati di una sessantina di vittime del crac dell'Ambrosiano. Da quella storica bancarotta è passato più di un quarto di secolo. Ma fra i 38 condannati, almeno cinque sono riusciti a non risarcire neppure un centestimo. Dichiarandosi nullatenenti. Come Ciarrapico. L'imprenditore è stato più volte indicato, senza contestazioni, come titolare di società editoriali, stabilimenti termali, cliniche private, alberghi, ristoranti e aziende di acque minerali. Lo stesso leader di Forza Italia dichiarò di averlo candidato nella convinzione che fosse «utile perché proprietario di giornali». Errore: anche quei quotidiani figurano intestati ad altri. Lui invece, nonostante i costi della campagna elettorale, continua a non avere nulla da offrire ai creditori. E il suo caso, più che l'eccezione, sembra ormai la regola. Dopo anni di leggi-vergogna (reati aboliti, verbali annientati, prove dimezzate, riforme incostituzionali, nullità a valanga, prescrizioni facili e per finire l'indulto), la giustizia si mostra incapace di far pagare il conto perfino ai condannati con sentenze definitive per reati che hanno fatto storia.
Dal crack Ambrosiano alle bancarotte Cirio e Parmalat, dallo scandalo dei giudici corrotti agli omicidi milionari, in Italia il delitto paga. L'ostruzionismo legale di Ciarrapico fa sensazione, perché riguarda una bancarotta simbolo del passato: un fallimento da 1.193 miliardi di lire del 1982. Dopo l'omicidio di Roberto Calvi, la più grave condanna definitiva ha colpito Licio Gelli, il burattinaio della loggia P2, principale beneficiario della montagna di soldi rubati al Banco. I pm milanesi hanno dimostrato che li aveva nascosti in Svizzera insieme a 250 chili d'oro. Eppure anche lui ne è uscito ricco. Già nel '96 il Nuovo Ambrosiano, pur di riavere il grosso del maltolto, si è rassegnato a lasciare a Gelli 12,5 milioni di franchi svizzeri e le due ville di Villefranche sur Mer, in Costa Azzurra, e di Castiglion Fibocchi, la splendida residenza aretina dove ha scontato la pena. Qui i creditori hanno potuto pignorargli solo gli ultimi lingotti occultati nelle fioriere. Ora i civilisti Cristina Mordiglia, Gianfranco Lenzini e Alberto D'Aguanno, che
rappresentano gli azionisti irriducibili dell'Ambrosiano, stanno reclamando risarcimenti da altri cinque pregiudicati. Ciarrapico è il primo della lista nera. Condannato anche per un'altra bancarotta (Casina Valadier), ha evitato il carcere grazie a due indulti. E continua a sfuggire ai pignoramenti. Nel maggio scorso, come informava "Il Sole 24 Ore", l'ufficiale giudiziario si è presentato nella sua residenza dichiarata, cioè nel capannone accanto alla tipografia di "Ciociaria Oggi", scoprendovi però «una sola stanza con brandina, tavolo, piccolo armadio e comodino». Niente di pignorabile, insomma. Anzi, le parti civili avvertono che «Ciarrapico ha fatto annullare per motivi procedurali perfino quest'ultimo tentativo di esecuzione forzata». Di qui la soluzione finale: bloccare un quinto del suo nuovo reddito di parlamentare. Vent'anni dopo l'Ambrosiano, il primo dei nuovi choc per i risparmiatori italiani è stato il crack della Cirio. Nel novembre 2002 la gestione di Sergio Cragnotti ha mandato in fumo obbligazioni (i famosi bond) per 1.125 milioni di euro. Ma anche l'ex re dei pelati non ha ancora risarcito nessuno. Gli avvocati Nicola Madia e Giuseppe Niccolini, che rappresentano il fallimento (e indirettamente gli oltre 35 mila danneggiati), confermano di non avergli trovato «nulla di pignorabile». Il tribunale civile di Roma, il 5 febbraio, ha condannato Cragnotti a un risarcimento immediato di oltre 300 milioni di euro per l'affare Eurolat: un bidone rifilato alla Parmalat con la presunta regia della Banca di Roma guidata da Cesare Geronzi, che dopo due rinvii a giudizio e una condanna in primo grado per bancarotta è diventato presidente di Mediobanca. Ora proprio il suo gruppo Unicredit (con tutti gli azionisti) rischia di subire il maxi-pignoramento. Gli avvocati del crack, infatti, hanno potuto collegare a Cragnotti solo conti lussemburghesi pieni di bondspazzatura. Eppure basta un clic su Internet per verificare che l'azienda agricola Corte alla Flora, 90 ettari di vigneti doc e oliveti a Montepulciano, continua a essere controllata dalla famiglia Cragnotti: come gestore si presenta il figlio Andrea, che è coimputato di papà. Questa tenuta con maxi-villa, secondo la Procura di Roma, fu comprata da Sergio Cragnotti con almeno 3,5 milioni di euro rubati alla Cirio. In attesa che cominci il primo dei tre gradi di giudizio penale, l'azienda agricola resta intestata alla moglie, Flora Pizzichemi, pure coimputata. Il colmo è che dopo il crack, secondo i pm di Milano, Cragnotti avrebbe tentato di ricomprarsi la Cirio con altri soldi sottratti alla Cirio e nascosti in paradisi fiscali: da 20 a 100 milioni di euro. Un'accusa fermamente respinta dai difensori (ne ha cambiati quattro, tutti di valore) del nullatenente con tenuta. Anche Calisto Tanzi è uno strano nullatenente, con villa e moglie milionaria.
All'ex patron della Parmalat va riconosciuto di aver confessato le sue colpe nella storica bancarotta da 15,5 miliardi di euro, sacrificando subito le società personali, la sua flotta di jet privati, due yacht e una tenuta agricola. La Guardia di finanza gli ha sequestrato altri 816 mila euro su 12 conti italiani, 9,3 milioni in titoli alla Popolare di Lodi, 129 mila dollari alle Isole Cayman, due Balilla e una Range Rover, che Calisto però conserva come «custode». Il problema è che Tanzi e i suoi manager, dal 1990 al 2003, hanno sottratto alle casse della Parmalat l'incredibile cifra di 928 milioni di euro. E altri 1.346 milioni di dollari sono scomparsi in Sudamerica. «Non esiste alcun tesoro di Tanzi, che ha già pagato con tutti i propri beni», insiste il suo avvocato Gianpiero Biancolella. Dopo tre mesi di carcere e sei ai domiciliari, il cavalier Calisto attende in libertà la fine dei processi e ha già ottenuto il primo patteggiamento. A cinque anni dal crack, vive sempre nella villa di famiglia, tra Parma e Collecchio, che le parti civili confermano di «non poter pignorare». Tirando le somme, Tanzi ha risarcito circa due millesimi del buco nero di Parmalat. Continua a vivere in un grande rustico ristrutturato con un vasto giardino. E, a differenza dei risparmiatori, non ha problemi economici: sua moglie, Anita Chiesi, è contitolare di una grossa industria farmaceutica. Cambiando l'ordine dei reati, il prodotto non cambia. Tra i delitti di sangue, il sostituto pg milanese Laura Bertolé Viale, che ottenne le condanne definitive, cita come «scandaloso» il caso Gucci. Ultimo proprietario italiano della grande casa di moda, Maurizio Gucci fu assassinato il 27 marzo 1995 a Milano. Prima di scappare, il killer si trovò di fronte il custode del palazzo, Giuseppe Onorato, 64 anni, che al processo diventò il primo testimone d'accusa. «L'assassino mi ha puntato la pistola a un metro dalla faccia e ha sparato due colpi», ricorda Onorato: «Ho alzato un braccio, d'istinto, e l'osso ha deviato la pallottola che poteva uccidermi. Guardi qui le cicatrici... Ho dovuto operarmi più volte, ma il braccio non è più quello di prima. I medici dicono che devo rassegnarmi a un'invalidità permanente ». Come mandante è stata condannata a 26 anni (ridotti a 23 dall'indulto) Patrizia Reggiani, la moglie separata di Gucci. Nella sentenza il giudice Ferdinando Pincioni dimostra che la signora decise di far uccidere «il padre delle sue figlie» anche per un «movente economico». «La stessa Reggiani non ha negato né il particolare attaccamento ad alcuni beni dell'ex marito, come il panfilo Creole e la villa di Sankt Moritz, né il risentimento e l'esasperazione per la somma che le veniva corrisposta da Maurizio Gucci: 160-170 milioni di lire al mese». Dallo stesso processo il custode Onorato è uscito con l'etichetta di «vittima di un tentato omicidio ». In un paese normale sarebbe diventato ricchissimo. Già nel '98 i giudici gli avevano assegnato una «provvisionale immediata» di 100 milioni di lire. «Ma dopo 13 anni non ho ancora visto un soldo », lamenta Onorato. L'ex signora Gucci non aveva faticato a pagare la banda di killer con 600 milioni prelevati a Montecarlo. Ma dopo la condanna si dichiara «nullatenente». Tutta l'eredità è finita alle figlie, che d'accordo con la nonna materna comunicano ai tribunali di «non avere alcun obbligo di risarcire Onorato », perché questo grava «sulla sola Reggiani». Per rimborsare il custode ferito, sarebbe bastato vendere «un solo armadio » del lussuoso appartamento di corso Venezia dove viveva l'assassina. Ma Onorato non ha potuto pignorare nemmeno quello: «Perfino l'armadio è risultato intestato a una società svizzera», allargano le braccia i suoi civilisti dello studio Pizzocaro. Patrizia Reggiani ha già beneficiato dei primi permessi-premio: 45 giorni all'anno fuori dal carcere, libera di fare shopping nelle vie della moda milanese. E Onorato? «Io e mia moglie continuiamo a vivere con le nostre pensioni: 1.100 euro in due». Tra i 1.408 condannati di Tangentopoli, i maggiori risarcimenti erano arrivati da imprenditori e politici "pentiti": non più di 150 miliardi di lire. «Abbiamo dovuto restituire i soldi a parecchi condannati», testimonia il pm Francesco Greco, ricordando che allora non esisteva la legge 231, che dal 2000 incrimina direttamente le aziende con i loro patrimoni sociali. L'effetto di questa legge è stato un boom dei rimborsi: solo l'inchiesta Bpl-Antonveneta ha portato a confiscare 350 milioni di euro. Ma il principale imputato, l'ex banchiere Gianpiero Fiorani, pur avendo patteggiato una prima condanna a tre anni e tre mesi, ha finora restituito «meno di un centesimo» del suo presunto bottino personale: almeno 45 milioni di euro occultati a Singapore e quasi il doppio tra appartamenti e terreni in Italia. E il suo ex braccio destro, Gianfranco Boni, ha patteggiato due anni e mezzo (azzerati dall'indulto) senza risarcire nulla. Gli eventuali rimborsi, infatti, potrà reclamarli la loro ex banca, alla fine di un processo civile che in media dura otto anni, che salgono a tredici con le esecuzioni immobiliari. L'avvocato Paola Severino, che fu parte civile per l'Eni a Tangentopoli, si chiede: «Quante piccole società o persone fisiche possono permettersi questi tempi e spese di recupero?». Come caso-limite, i pm di Mani pulite citano la sparizione del tesoro di Craxi. Le condanne definitive documentano che sui conti esteri personali di Bettino (non del partito) finirono almeno 60 miliardi di lire. Ma in Italia sono rientrati meno di tre miliardi e 15 chili d'oro. Soldi tuttora sotto sequestro, ma formalmente intestati al suo ultimo tesoriere, Maurizio Raggio. Che ora potrebbe vedersi ridare anche quelli. In un caso analogo, infatti, una recente sentenza della Cassazione ha stabilito che la legge dell'epoca non ammetteva la confisca di somme «equivalenti » alle tangenti. Un verdetto che ha già costretto la Procura a restituire i soldi a due banchieri napoletani che confessarono di essersi fatti corrompere nel '91 dalla Fininvest. Ancora più sconcertante è il bilancio economico delle «più gravi corruzioni giudiziarie della storia d'Italia», secondo la polemica definizione del più onorevole condannato, Cesare Previti. L'ex ministro di Forza Italia e i suoi complici Attilio Pacifico e Giovanni Acampora sono stati riconosciuti colpevoli di aver corrotto il giudice civile di Roma, Vittorio Metta, che nel novembre 1990 regalò la Mondadori a Berlusconi e che due mesi dopo, con un'altra sentenza comprata, obbligò la banca statale Imi a versare 978 miliardi di lire agli eredi del petroliere andreottiano Nino Rovelli. Nonostante le condanne definitive, i tre avvocati corruttori e il giudice corrotto non hanno ancora risarcito i danneggiati. Acampora, secondo le parti civili, non ha «né beni né redditi pignorabili». Pacifico si è visto sequestrare 35 milioni di franchi svizzeri a Vaduz, ma i giudici locali hanno escluso che i soldi del colpevole vadano restituiti ai danneggiati. L'Imi si è appellata alla Corte Suprema del minuscolo paradiso fiscale, dove però anche i due penalisti italiani di Pacifico ora rivendicano i loro onorari: 8,3 milioni di euro. Nel '96, prima della bufera, Previti si dichiarava proprietario di un attico a Roma, una villa all'Argentario, altri cinque immobili, uno yacht e un veliero. Nel successivo decennio ha denunciato al fisco redditi per 6 milioni e 434 mila euro. Oggi, dopo le condanne che lo hanno fatto restare in carcere per quattro giorni, Previti rimane intestatario, stando ai pur agguerriti creditori, di un solo bene. «Una porzione di immobile nel grossetano», probabilmente il 50 per cento della villa al mare che nessuno pignora, perché è arduo vendere una casa indivisa che per l'altra metà è della moglie di Previti. Totalmente nullatenente è Metta: il giudice corrotto non ha pagato neanche le spese processuali. Appena più generosa la famiglia Previti: il figlio Stefano ha pagato ai danneggiati, al posto del padre, almeno le spese legali per circa 200 mila euro. Nel silenzio degli interessati, fonti indirette ma molto autorevoli precisano che in questi giorni lo studio dell'avvocato Angelo Benessia, che assiste l'Imi, sta preparando le azioni revocatorie per far annullare le cessioni patrimoniali dei condannati. Previti deve averlo intuito, tanto che per la prima volta ha offerto una transazione anche per Pacifico e Acampora. Le posizioni restano lontane: da 20 a 40 milioni. Ma la trattativa prosegue sulle cifre. Nel '94 i tre avvocati corruttori intascarono personalmente 67 miliardi di lire dai Rovelli. A questo punto l'Imi (oggi del gruppo Intesa) si accontenterebbe di metà di questa somma, purché rivalutata per 14 anni. In tal caso ai tre corruttori resterebbe in tasca, questa volta legalmente, metà della tangente. Uno schema analogo di transazione è stato già firmato dai Rovelli (la vedova e i quattro figli), che l'anno scorso hanno formalizzato l'impegno di risarcire 200 milioni all'Imi. La famiglia si è decisa a pagare solo quando i magistrati di Monza hanno bloccato 110 milioni di dollari a Miami. Calcolando la rivalutazione, anche i Rovelli sono usciti dallo scandalo trattenendo più di metà del bottino. Ultima avvertenza. Un sacro principio del nostro diritto stabilisce che, se i colpevoli non risarciscono, è lo Stato a dover pagare per i reati commessi dai giudici corrotti. Morale: se Previti e soci continueranno a non rimborsare le vittime dei loro illeciti, a dover versare circa due miliardi di euro saranno tutti gli italiani che pagano le tasse.

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