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giovedì 28 febbraio 2008

la parabola (discendente) di Baudo e del Festival




La notizia del giorno è il flop del Festival della canzone italiana. Le prime pagine dei quotidiani riportano lo sfogo amaro (infarcito di parolacce) di un furioso Pippo Baudo, icona (pensionabile oramai) del tubo catodico al pari del buon vecchio Mike Bongiorno (che proprio oggi a pagina 46 del Corriere della Sera lo invita a non perdere le staffe e a non prendersela per il calo di ascolti). Baudo accusa la tv di oggi, rea di essersi imbarbarita, al pari dei telespettatori che la seguono. Una tv piena di parolacce e di trash, di spazzatura (non quella di Napoli) e di violenza verbale, che non può riconoscersi in quella festivaliera delle canzonette e delle vallette, dei fiori e dei dopofestival, delle esclusioni e delle vittorie annunciate. Un Festival, come giustamente afferma Mario Luzzatto Fegiz (decano dei critici del Corriere e autore della famosa lite con Toto Cutugno nel dopofestival dell'altra sera), che con la sua cinquantennale formula non si è voluta adeguare ai tempi del terzo millennio. Ai ritmi frenetici della vita moderna, agli spazi televisivi sempre più congestionati (e proprio per questo con trasmissioni brevi che riscuotono successo, vedi Fiorello), alla chiara impossibilità, per il pubblico televisivo, di seguire per più di 4 ore una rassegna canora infarcita di pubblicità ogni quindici minuti, telepromozioni, spot di film degli ospiti, e che per ascoltare l'ultimo dei cantanti in gara deve fare l'una di notte. Abbraccio totalmente la tesi di Luzzatto Fegiz, anzi vorrei dire di più. Pippo Baudo non ha capito (o fa finta di non capire) che la tv generalista o nazional-popolare dei sui tempi epici (del Fantastico o della Serata d'onore, piuttosto che del Settevoci o della Domenica In) non esiste più. E' stata soppiantata e sostituita dalla tv satellitare, dalla tv all news, da SKY e dai suoi canali tematici e da tutte le altre forme di entertainment del tubo catodico. Invece il pur bravo presentatore catanese si ostina a vivere nella sua enclave televisiva, fatta di direttori d'orchestra gemelli di latte (Pippo Caruso), di vallette bionde e brune (Osvart e Guaccero), e di cantanti strappati alla casa di riposo degli artisti (Bertè e Cutugno), non rendendosi conto che la guerra (televisiva) in atto con auditel, share e picchi d'ascolto continua a mietere inevitabilmente vittime illustri, senza guardare in faccia a nessuno. Baudo, invece, dovrebbe guardare in faccia la realtà e decidere, magari, di passare la mano, senza sbraitare e senza dire parolacce. In fondo anche la casa di riposo degli artisti ha bisogno di un bravo presentatore...

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