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domenica 21 giugno 2009

l'autogol dell'avvocato Niccolò "Mavalà" Ghedini


Ebbene sì, questa volta l'avvocato Mavalà Ghedini l'ha combinata grossa. Anzi, per meglio dire, è scivolato sulla classica buccia di banana evidentemente da lui sottovalutata. La famosa dichiarazione in cui classificava il suo illustre cliente come un utilizzatore finale nell'affare puttanesco al centro dell'inchiesta barese ha di fatto sancito la fine dell'idillio, personale e professionale, tra lui e il Pifferaio di Arcore. Visto da lontano, comunque, il cinquantenne avvocato padovano ha l'aria delicata, il viso sottile, lo sguardo mite: un tipo, oserei dire, alla Fassino (con tutto il rispetto per il politico torinese). Invece, visto da molto vicino, Niccolò ha i denti d'acciaio. Sposato con un figlio e con una gran carriera alle spalle, Ghedini sembrava inarrestabile fino almeno al giorno della dichiarazione oramai passata alla storia. Li aveva fatti fuori tutti i suoi simili, cioè gli altri avvocati preferiti dal Cavaliere: da Ennio Amodio a Gaetano Pecorella, da Piero Longo a Michele Saponara, da Cesare Previti a Elio Siggìa. Una vera e propria strage professionale compiuta da questo gelido alfiere del berlusconismo giudiziario, l'agit prop delle leggi ad personam secondo necessità, che è riuscito in poco tempo ad entrare nel cerchio riservato dei più alti papaveri della piramide berlusconiana e a diventare praticamente l'ombra del Cavaliere. Così nel pubblico come nel privato. Dai lodi legislativi al lodo Veronica. Il Number One, almeno fino a ieri. Sempre presente, diligente, sgobbone, preparato, articoli e comma sulla punta delle dita, sempre pronto alla bisogna. Inventivo, alacre, instancabile. Uno che lavora di codice e di toga praticamente a tempo pieno, con saltuari impegni parlamentari. Eletto con Forza Italia alla Camera nel 2001, nell'aprile del 2006 vince un seggio al Senato e nel 2008 è riconfermato a Montecitorio. Qualcuno ha notato che in Senato l'avvocato Ghedini si è visto pochissimo, ma non si può certo dire che nelle aule giudiziarie, a modo suo, non sia prodigato. Un avvocato unico e ad personam (e che persona). Il suo prodigarsi è notevole lì, dietro le scartoffie eccellenti dei casi giudiziari che tirano dentro il premier. Casi giudiziari che sono tanti, intricati, pubblici, privati e di vario genere. Un tour de force che è oramai decennale. Senza tregua: ci vuole fiato e un fisico bestiale. E lui, Niccolò, così esile all'apparenza, ce l'ha. Un duro, anche se non sembra. Una carogna, come una volta si è definito lui stesso. Uno scafato, uno di lunga lena, uno con un grosso background professionale alle spalle. Figlio di quell'avvocato Nini dal grande studio molto noto e molto affermato a Padova, con sede nei quartieri alti del generone cittadino: in quella via Altinate dove hanno dimora, in lussuosi palazzi d'epoca, industriali e legali di grido, gente piena di sghei, come i Bedeschi, i Fiacco, i Casellati, i Riccoboni. Qui, in questa via altisonante, nello studio paterno dalla targa prestigiosa e dai mobiloni scuri, il giovane Niccolò si fa le ossa appena conseguita la laurea in giurisprudenza. Con lui lavorano due formidabili sorelle, che non sono le Sorelle Materassi ma le Sorelle Ghedini: los Ghedinos, come qualcuno le chiama. Ippolita, detta Ippi, considerata la vera mente giuridica della casa che è anche un'ottima cavallerizza, e Nicoletta al cui attivo sono da segnalare patrocinii di rango quali quelli di Galan e dei fratelli Brass. Il vero fenomeno di casa è pero lui, Niccolò. E lo è diventato da quando la sua vita forense si è intrecciata con quella politica, passando da coordinatore regionale veneto di Forza Italia a legale principe del premier (peraltro impagabile elargitore di prebende avvocatesche, quasi un caso unico nell'italica storia), fino a diventare deputato e senatore (quasi una debita appendice voluta dal premier). Mai più senza Ghedini, amava dire il Pifferaio. Dal caso Mills all'inchiesta di Bari l'avvocato Mavalà Niccolò è sempre a guardia del suo mentore. La sua manina c'è sempre stata, in ogni norma salvaprocessi di ogni pacchetto sicurezza, come pure nel disegno di legge sulle intercettazioni o come nel Lodo Alfano (qualcuno insinua che sia lui, l'esile carognetta di Padova, il vero ministro della Giustizia). Il Cavaliere gli ha dato molto, forse troppo. Nell'ultimo anno l'avvocato ha dichiarato un reddito di un milione e duecentomila euro, ma bisogna pur dire che è anche ricco di suo (la famiglia ha una villa fantastica nel padovano e una tenuta di 256 ettari in Toscana, a Montalcino). Insomma, avrà tanto ma si dà anche tanto da fare. Nell'ultimo anno il suo lavoro è diventato frenetico, quasi senza respiro. In un pauroso intreccio di pubblico e privato da far rizzare i capelli. Villa Certosa, le feste con nani e ballerine e puttane, i voli di Stato, il Noemigate, le auto blu con i vetri oscurati che vanno e vengono da Palazzo Grazioli con dentro donnine dai facili costumi e dai lauti guadagni, e chi più ne ha più ne metta. Corri, Ghedini, corri: quel puttaniere di premier una ne pensa e cento ne fa, non lo tiene più nessuno. C'è da far cadere a terra anche un maratoneta pronto a tutto come l'esile Niccolò, uno comunque pronto a cavarsela con i suoi celebri "mavalà" e "mi faccia il piacere" di natura televisiva. E difatti, alla fine, è caduto. Su quella tremenda frase. E anche su quell'altra: "Il premier? Mai pagato donne. Potrebbe averne grandi quantitativi gratis, andiamo!". Narrano che il Pifferaio sia andato su tutte le furie: "Ma quello è diventato pazzo!". La casa del Pifferaio brucia. Corri, Ghedini, corri.

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