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venerdì 12 settembre 2008

il pitbull senza rossetto


Nello sconfinato universo berlusconiano ogni tanto fa capolino qualche nuovo personaggio che fino a qualche giorno fa era un perfetto carneade per l'opinione pubblica. Tu dici Denis Verdini e la gente ti risponde "E chi cacchio è?". E' il nuovo coordinatore di Forza Italia che, all'interno del Popolo della Libertà ha preso il posto lasciato libero (bontà sua) dal poeta del ventunesimo secolo, alias Sandro Bondi. Nato a Fivizzano (Massa) l’8 maggio 1951, Verdini abita a Firenze. Laureato in scienze politiche, è dottore commercialista e docente di storia delle dottrine economiche all’università Luiss di Roma. È presidente del Credito cooperativo fiorentino nonchè cultore di storia economica e degli studi su banca e moneta. Denis Verdini, già definito il mastino di Forza Italia, è ben lontano dai modi dei coordinatori che lo hanno preceduto. Il suo stile è davvero diverso e lui sembra fare di tutto per marcare la differenza. Niente a che vedere con l'etereo e sofisticato intellettualismo di Bondi; niente a che vedere con lo stentoreo formalismo di Scajola. Verdini non ci pensa due volte a dire che le elezioni «ci hanno levato dai coglioni in Parlamento tutti i comunisti». O che la sinistra è dura a morire, e come per i «serpenti non è sufficiente una sola calcagnata». «Però noi la prossima volta li stendiamo definitivamente». E senza tanti giri di parole domanda: «Il centrodestra avrà diritto di eleggere, un giorno o l'altro, un presidente della Repubblica, espressione della maggioranza degli italiani?». Quesito retorico quello che Verdini rivolge alla platea degli azzurri riuniti a Gubbio per il tradizionale appuntamento della Scuola di Formazione. La risposta è un lungo battito di mani, il segno che ha sdoganato un argomento di cui si è parlato solo nei corridoi del partito ma che nessuno finora ha posto con tanta sollecitudine. E Verdini, senza tanti peli sulla lingua, con l'irruenza del toscanaccio verace, lo dice chiaro e tondo, facendo parlare i numeri. «Il centrodestra ha sempre vinto le elezioni. Prima nel '94 poi le ha stravinte nel 2001 e le ha vinte nel proporzionale nel 2006 e poi nel 2008» eppure, arringa Verdini, nonostante questi risultati, la sinistra continua ad avere il monopolio delle istituzioni e il «centrodestra non ha mai eletto un presidente». Da Scalfaro, per Verdini «un vecchio arnese della politica» a Ciampi, «degnissima persona ma espressione del centrosinistra», fino a Napolitano che, «nonostante si fosse pareggiato le elezioni» è stato eletto. E questo non va sottovalutato, ci tiene a dire il coordinatore, giacché «nel bipolarismo e nel bipartitismo il presidente della Repubblica è determinante. È capo delle forze armate, del Csm, elegge i senatori a vita». Poi rivolto alla platea: «Mi domando: c'è un sistema di elezione diverso? Questo sistema va corretto perchè è anomalo». Ma questa è solo la prima delle sfide che Verdini lancia dalla platea di Gubbio. L'altra è quella del partito unico. Il coordinatore delinea con precisione le caratteristiche del PdL non senza una punta polemica verso An. Ignazio La Russa è assente giustificato a Gubbio (ieri era con Berlusconi alla festa dei giovani di An) ma il fatto che il partito non abbia mandato nessuno a fare da controcanto a Verdini, fa comunque parlare. Riemergono i sospetti, serpeggiano le insinuazioni anche se il presidente dei deputati del PdL Fabrizio Cicchitto e il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi smorzano le malignità. «Nessuna tensione, nessuna polemica» dicono entrambi. Ma per Verdini il PdL non può che modellarsi su FI, che porta con se la novità e sarà «la spina dorsale del nuovo partito unitario». No quindi, (e il pensiero va a An) a «nostalgie del passato». Ma Denis è Denis. Non si trattiene dall'usare un tono colloquiale per colorire le frasi. «Formigoni ha avuto tre mandati? Un altro partito glielo avrebbe dato sui denti». Anche quando parla di istituzioni scivola nell'intercalare toscano e come farebbe parlando al bar con gli amici, sanguigno e verace, si lascia andare: «Noi non s'è fatto un presidente, capite? Abbiamo vinto e non s'è fatto un presidente della Repubblica». Denis maneggia i numeri come Bondi i versi poetici. L'uno sciorina percentuali, l'altro pesca citazioni dai filosofi e dai grandi del pensiero politico. E se qualcuno durante la campagna elettorale lo ha accusato di fare il tagliatore di teste con una logica ragionieristica, lui ieri si è preso una rivincita dimostrando che il nuovo partito si fa con i numeri alla mano. E giù quindi a citare cifre mentre in platea qualcuno lo segue sbigottito e mormora: stai a vedere che ora la politica si fa con la calcolatrice. La differenza con i predecessori passa anche nell'immagine. Abbronzatissimo e attento alle camicie e alle cravatte quanto Bondi è lunare e classicamente sobrio. Qualcuno ha da ridire? È lo stile di Denis Verdini, signori. La risposta italiana alla versione a stelle e strisce del pitbull con il rossetto.

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