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giovedì 11 settembre 2008

i misteri dell'11 settembre




A sette anni dal giorno che cambiò la storia del mondo (e degli Stati Uniti in particolare) si continua a cercare di capire se dietro la versione ufficiale ci sia o meno una verità alternativa, misteriosa e complottistica. A tal proposito mi sembra opportuno riproporre alla vostra attenzione di lettori (nonchè osservatori) una puntata speciale di Report, il programma di RaiTre condotto da Milena Gabanelli, andata in onda il 24 settembre del 2006 (http://www.media.rai.it/mpmedia/0,,report%5E10616,00.html) che potrebbe permettere un'approfondita analisi delle teorie procomplotto. Per ripercorrere invece la storia della lotta al terrorismo internazionale è consigliabile rivedersi una puntata de La Storia siamo noi di Giovanni Minoli (http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo.aspx?id=1147). Per concludere vi ripropongo l'articolo scritto per il Corriere della Sera da Franco Venturini il giorno dopo l'attacco alle Torri, dal titolo "Il nemico invisibile". Buona lettura. Oggi l' Atlantico non esiste. Non esiste perché la guerra del Ventunesimo secolo che abbiamo visto in tv ci impone la peggiore delle globalizzazioni, perché comuni con l' America sono l' orrore e lo stupore davanti a un' apocalisse che conoscevamo soltanto dai racconti di fantapolitica. E ancor meno esiste, la distanza dagli Stati Uniti, perché nel mirino di menti diaboliche siamo anche noi con i nostri valori, perché d' ora in poi ci sentiremo anche noi inquieti e impotenti ogni volta che vedremo volare un aereo a bassa quota. Non inganni la scelta degli obbiettivi, simboli universali della potenza finanziaria e militare Usa. L' immane carneficina compiuta ieri è un attacco a tutto l' Occidente, non è retorico George Bush quando parla di «guerra alla libertà» , ed è proprio per questo che alla nostra esecrazione dobbiamo affiancare subito domande scomode e tentativi di risposta. Le Torri di New York distrutte, il Pentagono in fiamme, migliaia di morti, l' America umiliata in mondovisione: non si può arrivare a tanto senza una robusta organizzazione, senza una nutrita e qualificata manovalanza del terrore che nessuno ha intercettato. La sconfitta dei servizi d' informazione statunitensi è bruciante per tutti, e la paura cresce se si pensa che la dissoluzione dell' Urss ha messo in circolazione mini-atomiche facilmente trasportabili. Cambierà il mondo, dopo le stragi aviotrasportate? Di certo cambieranno le misure di sicurezza, e le preoccupazioni italiane per i vertici in arrivo paiono ancor più fondate. Ma soprattutto cambierà l' America, mai prima d'ora colpita da una Pearl Harbor metropolitana. Un colpo di frusta tanto devastante potrebbe spingere gli Usa verso un accentuato isolazionismo. La vera lezione è invece di segno opposto: cadono le rinnovate illusioni di invulnerabilità (si pensi al progetto di «scudo» anti-missile), mostra la corda la distanza sinora tenuta dalla crisi mediorientale, si prospetta un umore americano più interventista che non potrà limitarsi alla voglia di castigo. E si pongono qui, allora, le questioni di fondo: chi è il nemico invisibile che si è macchiato di tanto sangue? Quale intelligenza scellerata vuole sfruttare un mondo nuovo diventato più instabile e più imprevedibile? E quale può essere, davanti a una simile sfida, la risposta di un Occidente democratico e legalitario? Servirà del tempo per individuare i responsabili della tragedia, ma qualche indicazione oggettiva esiste. Sappiamo che Osama Bin Laden, il miliardario saudita impegnato da anni in una personale guerra santa contro l' America, aveva annunciato «attacchi senza precedenti» che avrebbero stupito il mondo. I Talebani che lo nascondono in Afganistan giurano che non è stato lui. Ma chi altri avrebbe potuto finanziare una operazione tanto complessa, e quale credito può essere accordato agli stessi Talebani campioni di ambiguità e di oscurantismo anti-occidentale? Dal fronte palestinese sono venute la solidarietà di Arafat a Bush e le smentite di Hamas e del Fronte di liberazione. Ma un esponente della Jihad ha giustificato gli attentati, e gruppi di palestinesi hanno sciaguratamente festeggiato il massacro in Libano, a Nablus, a Gerusalemme Est. Né possono essere dimenticati i fondamentalisti che vogliono la liberazione dello sceicco Omar Abdel Rahman, cervello dell' attacco compiuto nel ' 93 proprio alle Torri gemelle di New York. L' indice accusatore punta, è impossibile negarlo, al mondo islamico. Alle sue frange oltranziste e frustrate, alle segrete complicità di alcuni suoi regimi, al suo fanatismo religioso mai davvero sconfitto. Il rischio da evitare è che tra Occidente e Islam il solco si approfondisca, che sull' onda della violenza di pochi si arrivi allo «scontro di civiltà» previsto da Samuel Huntington. Non è questa la via da percorrere. Ma se ai colpevoli e soltanto a loro si deve giungere, l' Occidente dovrà saper porre il coordinamento della lotta anti-terrorismo al centro delle sue priorità. Troppo diverse sono state sinora le valutazioni politiche nei confronti di Stati sospetti. Troppo reticente è stata la cruciale collaborazione tra i servizi di intelligence. Troppo larga (e l' Italia non fa eccezione) è stata la tolleranza verso un anti-americanismo ideologico che nulla ha in comune con il diritto di critica. Bisogna cambiare alla svelta, se vogliamo poter guardare senza angoscia gli aerei che passano sopra le nostre teste.

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