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sabato 6 settembre 2008

che sta succedendo a Veltroni?


E' questa la domanda che mi sto ponendo, con frequenza quasi giornaliera e con preoccupazione quasi settimanale, per cercare di capire cosa stia succedendo all'uomo politico che fino a pochi mesi fa sembrava la svolta, la nuova ancora di salvezza della zattera del centrosinistra dopo la tempesta politica che aveva fatto affondare Prodi e la sua squadra. La domanda mi sovviene soprattutto in questi ultimi giorni in cui si sta svolgendo, alla Fortezza da Basso di Firenze, la prima Festa Democratica (ex Festa dell'Unità) con incontri-scontri tra alcuni dei più conosciuti esponenti del PD, con alla base della discussione sempre e comunque la figura e l'opera politica del segretario, quasi sempre criticata (come nel recente intervento di Arturo Parisi. Nessuno capisce bene se i consiglieri di Walter Veltroni ci facciano o ci siano. Ma di sicuro tutti comprendono che il segretario del Partito Democratico si dovrebbe affrettare a cacciarli e sostituirli. O, se invece le trovate politiche che ha tirato fuori negli ultimi giorni fossero farina del suo sacco, a fare autocritica e comprendere di non essere totalmente in completa sintonia rispetto al compito che ha voluto e gli hanno affidato. È vero che qualcuno ha salutato con il primo segnale di vitalità del PD e del suo segretario la richiesta di discussione immediata in Parlamento della proposta di voto agli immigrati senza cittadinanza. E che qualche altro si è subito accodato alla sua protesta contro il governo per la troppo rapida scarcerazione dei tifosi napoletani arrestati dopo le devastazioni di domenica scorsa. Ma questi commenti puzzano di bruciato. Confermano l’impressione che dentro il PD molti si siano convinti che l’unico modo per liquidare Veltroni sia quello di affogarlo tra gli elogi espressi per mosse sbagliate. Perché chiedere il diritto di voto per gli immigrati o prendersela con il governo per la scarcerazione dei violenti non è un segno di vitalità ma solo la conferma di uno stato di totale confusione. Veltroni, in buona sostanza, continua a comportarsi come un pugile suonato, che tira pugni al vento e non riesce a cogliere l’avversario neppure al bersaglio grosso. La richiesta di voto agli immigrati sembra fatta apposta non solo per confermare la compattezza del PdL (seppur con le dovute eccezioni dell'apertura di Fini e Rotondi) sulla tesi che solo la cittadinanza può dare il diritto al voto. Ma soprattutto per dare all’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro l’ennesimo spunto per strappare al Partito Democratico quella parte di elettorato che pur essendo culturalmente di destra non vota per l’attuale maggioranza solo in odio al cavaliere. La protesta contro la scarcerazione dei tifosi violenti, inoltre, è un vero e proprio autogol. Non dipende dal governo ma dalle leggi e dalle interpretazioni che ne dà la magistratura la decisione di rimettere in libertà dopo appena un giorno i mascalzoni della domenica. Volendo colpire il governo, Veltroni avrebbe dovuto attaccare il Ministro dell’Interno contestandogli di non aver rimproverato adeguatamente i questori di Roma e di Napoli. Invece ha attaccato l’esecutivo per una carenza di legge e responsabilità della magistratura. Ed in questo modo ha reso addirittura un favore a chi, all’interno della maggioranza, sostiene che per garantire la sicurezza nel Paese sia necessario cambiare le leggi e rimettere in riga i magistrati. Ma è possibile che un politico esperto e navigato come Veltroni possa compiere errori così marchiani? Probabilmente sì, se valgono le metafore del pugile suonato e del fantasma evanescente. Con l’attenuante, però, che non ci sono molte altre questioni su cui Veltroni possa incalzare il governo senza uscirne con le ossa rotte. Il caso più clamoroso è quello dell’Alitalia. Invece di sollevare una questione astratta e di scarsa attualità come il voto per gli immigrati senza cittadinanza e quella sbagliata delle scarcerazioni facili, il segretario del PD dovrebbe entrare nel merito del caso Alitalia (a prescindere dalla battuta "una compagnia di bandierina"). Non per ripetere la solita solfa ormai superata del disappunto per la mancata svendita ad Air France ma per entrare nel merito della discussione che divide attualmente i sindacati. E dire se il PD è per la linea-Epifani del fallimento o quella del salvataggio di Bonanni ed Angeletti. Cioè chiarire una volta per tutte se il Partito Democratico è per il “tanto peggio, tanto meglio” o se sceglie la linea riformista e punta a contribuire alla ripresa del Paese. Senza se e senza ma. Indossando i panni veri da leader del partito di opposizione. Una volta per tutte.

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