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giovedì 8 maggio 2008

l'onnipotenza del medico




A margine del caso di Carlo Marcelletti, il cardiochirurgo agli arresti domiciliari per peculato, concussione e altri reati tra cui quelli che sfiorano la pedopornografia, una riflessione sul potere immenso e purtroppo mai revocato dei baroni della medicina me la suggerisce un bellissimo articolo di Lidia Ravera (autrice, insieme a Marco Lombardo Radice, del best seller "Porci con le ali" del 1976), pubblicato oggi in prima pagina su l'Unità dal titolo "Marcelletti, quando il medico è onnipotente" che vi voglio riproporre integralmente. Buona lettura. Concussione, truffa, peculato: in Italia non è un novità. Pare che fra chi possiede un qualche potere sia maledettamente frequente, la tentazione di usarlo, per incrementare ulteriormente il proprio capitale. Anche la detenzione di materiale pedopornografico, imputazione ancora non del tutto chiarita, allude a un vizio ormai abbastanza diffuso: l’estetica deviata del consumismo che vede belli soltanto i minorenni, più la certezza di poter prevalere, necessità tipica dei vigliacchi. Il professor Marcelletti Carlo, quindi, non sarebbe che uno dei tanti, e la sua vicenda l’ennesima deprimente conferma dell’immoralità diffusa che avvelena il nostro Paese. Ci sono due dati che, tuttavia, accrescono il tasso medio di sconcerto, fanno lievitare l’indignazione abituale verso qualche scomoda domanda. Il primo dato riguarda il potere particolare che Marcelletti esercitava: era un cardiochirurgo, specializzato nella cura dei bambini, spesso molto piccoli. Sempre molto malati. Era ai loro genitori, assediati dall’angoscia, disposti a tutto pur di veder tornare il sorriso sul volto dei loro figli, di vederli di nuovo giocare con gli altri, di strappare, per loro, il lungo futuro cui avevano diritto, era a padri e madri affranti, che il professore spillava tremila o cinquemila euro. Prometteva “comfort particolari”, illudeva che il loro bambini non sarebbero stati “trattati come tutti”. E come vengono trattati quelli che non possono comprarsi un privilegio nella sanità Pubblica Italiana? Male. Sono costretti a lunghe attese. E chi ha un figlio cardiopatico una lunga attesa non se la può proprio permettere. Non è questione di fretta, non salta la vacanza o il ponte di carnevale... è questione di vita o di morte. Chi di noi, noi che abbiamo figli, direbbe “no, guardi, io quei cinquemila euro non glieli do”. Nessuno. Chiunque si venderebbe casa e se non ce l’ha andrebbe a chiedere prestiti agli strozzini, a umiliarsi con i parenti e gli amici, a rubare. E gli darebbe quei maledetti soldi. Per fortuna non va sempre così: mio figlio, a 32 giorni di vita, fu ricoverato al Policlinico Umberto Primo, per una grave forma di polmonite, il virus che l’aveva colpito si chiamava “sinciziale”, quell’anno, il 1979, ne erano già morti alcuni bambini. Avevo poco più di vent’anni ed ero terrorizzata. L’incubo durò soltanto nove giorni. Mio figlio fu ricoverato subito, gratuitamente, e guarito. Se mi avessero chiesto dei soldi, sarei stata capace di tutto per procurarmeli e li avrei consegnati a chiunque. A una “onlus” nobilmente intestata alla cardiopatia pediatrica, ma anche, direttamente, nelle tasche del medico che me li avesse proposti come soluzione ai disservizi della pubblica sanità. E con ciò arriviamo al secondo fattore di sconcerto di questa storia italiana: il fatto, incontrovertibile, che i genitori dei piccoli pazienti del professor Marcelletti, pur vittime di un odioso ricatto, difendono il loro ricattatore. Rifiutano di accusare. Minimizzano. Sperano che non se ne parli più, che il polverone si posi e l’indagato torni, sereno e con la mano ferma come prima, a operare. Se chiedesse loro altro danaro, ormai apertamente per le sue vacanze e le sue cene di lusso, glielo darebbero. A costo di vendersi un rene. Vogliono, le madri e i padri di bambini malati, che i loro bambini guariscano. E non c’è spazio per altro. Né giudizi morali né calcoli economici. Sarebbe lo stesso se Carlo Marcelletti curasse gli adulti? Se fosse un endrocrinologo, un bravo internista, un otorino, un gastroenterologo? No, non proprio lo stesso. Ma, secondo me, non sarebbe poi molto diverso. Viviamo immersi in una cultura dell’immanenza. Siamo, chi più chi meno, tutti convinti di avere una vita sola, questa che corre via, giorno dopo giorno, anno dopo anno, usurando i nostro organi e assottigliando la nostra pelle. La nostra unica religione è il benessere. Vogliamo godere e quindi dobbiamo star bene. La malattia è diventata, rapidamente, il più temibile dei nemici. Una mattina ti svegli con un dolore al petto e addio viaggi, vacanze, carriera, cene luculliane, illusioni di giovinezza, fitness e eros. Nessuno è più disposto a vedere nella sofferenza la strada che porta al paradiso, nessuno se ne frega più granchè del Paradiso. Non di quello promesso come eterno riposo dopo la morte. Vogliamo tutti vivere, il più a lungo possibile, essendo, nei limiti del possibile, al nostro meglio. Ecco che, allora, una delle malattie più diffuse diventa l’ipocondria, seguita a ruota dalla frenesia analgesica (una sorta di orrore del dolore, fino alla dipendenza da farmaci e droghe dell’oblio). Ed ecco che il medico, dispensatore di soluzioni al problema dell’ammalarsi/usurarsi/invecchiare, diventa l’unico “padre nostro”, quello che, da solo, può “liberarci dal male”. Non è uno e trino. Ma di certo è onnisciente. E, se può strappare nostro figlio dalle grinfie della morte, non ce ne importa niente se è disonesto. Del resto, i cinquemila euro richiesti come incoraggiamento ad operare per il bene degli umani, non potrebbero essere l’offerta votiva, l’obolo che, nella superstizione popolare, rende il Dio benevolo verso di noi, poveri mortali?

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