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venerdì 4 aprile 2008

un "burattinaio" dietro la crisi Alitalia?







Tra gli innumerevoli articoli e commenti scritti in questi giorni sulla crisi di Alitalia e sulle conseguenze di un eventuale commissariamento, oggi ne ho letto uno molto intrigante e suggestivo, scritto da Andrea Angelini sulle colonne di Rinascita, dal titolo "Alitalia aspetta un miracolo". Nell'articolo l'estensore formula una suggestiva ipotesi, relativa alla figura di un eventuale ed interessato spettatore che sta alla finestra ad aspettare che si faccia piazza pulita di intese e di malumori, per poi venire allo scoperto. Il personaggio in oggetto non è uno sconosciuto, anzi. E' uno dei migliori amici del cavaliere (stando alle affermazioni di sua emittenza). Si tratta di Vladimir Putin che con la compagnia di bandiera russa (Aeroflot) sarebbe interessato a farsi avanti nell'acquisto di Alitalia, soprattutto se tra qualche giorno il suo amicone di Arcore riuscirà ad impossessarsi nuovamente della poltrona di Palazzo Chigi. Non mi sembra del tutto peregrina questa ipotesi del giornalista di Rinascita. Per completezza d'informazione vi ripropongo integralmente l'articolo. A voi le dovute riflessioni. Buona lettura. Gente che se ne va, gente che non viene. Il grand hotel Alitalia non sembra per il momento attrarre molti visitatori e acquirenti. Dopo il ritiro di Air France-Klm, non si sa quanto definitivo, Lufthansa ha fatto sapere di non essere interessata alla nostra compagnia di bandiera. “La nostra posizione non è cambiata”, ha dichiarato un portavoce dei tedeschi, ricordando che la decisione di non partecipare alla gara, alla quale si era presentata unitamente a Unicredit, era stata determinata dalla considerazione che un’acquisizione di Alitalia avrebbe degradato il rating del gruppo tedesco, cioè la considerazione di cui Lufthansa gode come produttrice di profitti da parte di società tipo Moody’s e Standard Poors o delle varie banche di affari. L’acquisto di Alitalia, hanno voluto dire i tedeschi, farebbe precipitare la valutazione (rating) di cui godiamo e quindi la nostra affidabilità presso le banche creditrici considerato l’esborso di soldi a cui saremmo costretti per rimetterla in sesto. Una puntualizzazione che lascia il tempo che trova se solo si pensa a quale rating più che positivo le varie Moody’s e Standard Poors avessero attribuito nel 2007 al mercato dei mutui “subprime” americani, dei quali non erano state in grado di valutare il rallentamento della crescita e quindi l’imminente crollo. Per una Lufthansa che a parole non intende occuparsi di Alitalia ma che in realtà preferisce aspettare che un nuovo governo si installi a Palazzo Chigi con un clima politico più favorevole, c’è invece chi sarebbe molto interessata a comprarla o ad assumerne il controllo, sia pure in collaborazione con banche e imprenditori amici. E’ la russa Aeroflot che potrebbe avvalersi del clima favorevole che si instaurerà in Italia con l’arrivo di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Noti sono infatti i rapporti più che amichevoli del Cavaliere con Putin che potrebbe buttare sul tavolo delle trattative un bel po’ di soldi frutto dei proventi petroliferi. Un’operazione che permetterebbe a Mosca di impadronirsi di un importante trampolino di lancio per allargare ulteriormente i propri interessi in Europa e nel mondo. Ma al di là di questa, che è una ipotesi che si concretizzerebbe solo dopo le elezioni, l’attenzione su Alitalia è rivolta all’immediato. Il presente ci dice infatti che il ritiro di Air France-Klm dalla trattativa con il Tesoro e con la stessa Alitalia per il no del sindacato al piano industriale corretto (nel senso di meno licenziamenti) presentato dal presidente del gruppo franco-olandese, Jean Ciryl Spinetta, ha provocato un effetto domino con le dimissioni di Maurizio Prato, presidente e amministratore delegato della compagnia di bandiera che adesso, rimasta senza guida, sembra destinata al commissariamento. Il governo, che con Prodi e Padoa Schioppa aveva sponsorizzato con forza e decisione la (s)vendita ai francesi, si trova davanti a diverse ipotesi. La prima è quella di continuare a lavorare per una scelta francese contro la quale si sono schierati i sindacati (che restano però disposti a riprendere la trattativa) e il centrodestra, e cercare di favorire un’intesa che ormai appare quanto mai lontana. Una strada ovvia che, come informa una nota di Palazzo Chigi, Prodi e soci stano già percorrendo. La seconda ipotesi è quella del commissariamento per gestire l’ordinaria amministrazione di Alitalia che, vista la catastrofica situazione finanziaria e patrimoniale, sarebbe l’anticamera del fallimento. C’è infatti da tenere presente che Alitalia, con una perdita nell’esercizio 2007 di 364 milioni di euro e con un debito di oltre 1,1 miliardi di euro a fine dicembre, necessita di un intervento tale da ricostruire il capitale sociale, che il consiglio di amministrazione dimissionario aveva stimato a gennaio pari ad un importo di 750 milioni di euro. E questa ricapitalizzazione potrebbe essere effettuata solamente dagli attuali soci, i principali di questi sono il Tesoro con il 49,90% e la stessa Air France-Klm con il 2%. Il Tesoro, per bocca di Tommaso Padoa Schioppa, aveva già espresso un secco e deciso no, ricordando che già tre anni fa aveva sottoscritto un aumento di capitale che la Commissione europea non aveva sanzionato come aiuto di Stato, solo perché Berlusconi e Tremonti avevano assicurato che era l’ultima volta che succedeva. E poi non possiamo farlo, aveva insistito TPS, perché per sottoscrivere l’aumento di capitale sarebbe necessario rivedere tutti i conti pubblici e questo ci creerebbe problemi per il rispetto della clausola di non superare il tetto del 3% del disavanzo pubblico rispetto al Prodotto interno lordo come imposto dalla Banca centrale europea per restare nel sistema dell’euro. Peraltro TPS aveva detto no anche ad un prestito ponte da parte del Tesoro, che già di per se stesso sarebbe stato inevitabilmente sanzionato come illegale da Bruxelles, per permettere ad Alitalia di tirare avanti qualche mese, se la concessione di tale prestito non fosse stata direttamente legata ad una integrazione industriale e societaria con Air France e solamente con Air France. Insomma, aveva voluto dire nemmeno troppo velatamente TPS, l’alternativa ad Air France è solamente il fallimento perché Alitalia si trova in stato comatoso e lo stato di insolvenza, anticamera del fallimento, è di per sé evidente vista la cronica mancanza di risorse finanziarie e le continue perdite. Da Bruxelles, puntualissima, è arrivata ieri la precisazione di Michele Cercone, portavoce del commissario europeo ai Trasporti, il francese (!) Jacques Barrot: “Alitalia non può più ricevere aiuti di Stato per una ristrutturazione - ha spiegato Cercone - questo deve essere assolutamente chiaro. Lo abbiamo già detto tante volte”. In base alla legge e al principio: “Una volta è l’ultima volta”. Quanto agli interventi per rispondere ad un eventuale fallimento, “anzitutto ci sono quelli per far fronte ai problemi occupazionali che devono essere compatibili con le norme europee in materia di concorrenza”. Lo stesso varrà per un eventuale prestito ponte sul quale la Commissione condurrà un’analisi molto approfondita una volta che queste misure le saranno notificate. In ogni caso, l’ipotesi del commissario servirebbe all’esecutivo in carica per guadagnare qualche mese di tregua e passare la patata bollente di Alitalia a Berlusconi ai suoi, i quali si troverebbero a gestire la situazione su diversi fronti. Su quello della compagnia aerea per la quale si dovrà trovare una soluzione, ad incominciare da quella di una cordata nazionale dotata di una montagna di soldi, sulla cui composizione il Cavaliere ha fatto pesare più le sue speranze che le sue certezze e per questo si è attirato dal centrosinistra di avere messo in piedi una sceneggiata a carattere elettorale per raccogliere il più possibile voti in Lombardia. Un governo di centrodestra sarà allo stesso tempo obbligato ad affrontare anche il nodo di Malpensa dove si gioca una bella fetta dei rapporti del Popolo della Libertà con la Lega, entrambi impegnati, almeno nelle dichiarazioni di facciata, a salvare lo scalo varesino e farne il principale scalo di smistamento del traffico aereo del Nord Italia nel settore passeggeri e cargo, utilizzandolo quindi come supporto delle nostre esportazioni. La cancellazione dei voli intercontinentali a Malpensa da parte di Alitalia e il loro trasferimento a Fiumicino è stata interpretata dai più come un regalo mirato ad Air France in vista di un’intesa. In tal modo la compagnia francese ha visto infatti messo fuori gioco un marchio concorrente sia pure destinato a finire sotto il suo controllo. Non possiamo lasciare la gestione del traffico nel nostro Paese ai francesi, hanno tuonato i vari Formigoni e Moratti, perché inevitabilmente cercheranno di avvantaggiare i propri scali come Parigi retrocedendo i nostri, Malpensa compresa, a scali regionali. E perché, con la cancellazione del settore cargo di Alitalia prevista da Air France nel proprio piano industriale a partire dal 2010, anche il trasporto delle nostre merci sarà legato ai capricci dei francesi che, attraverso mezzucci vari, potrebbero essere tentati di penalizzare le nostre merci a favore delle loro, in particolare in settori in cui sono i nostri principali concorrenti come i prodotti di qualità, tipo alta moda e vino di marca.

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