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martedì 8 luglio 2008

la RAI & il "lodo Saccà"




Polemiche a non finire per la storia del cavaliere e del suo fido scudiero Agostino "Sancho Panza" Saccà, colti in fallo (telefonico) mentre si lasciano andare a considerazioni più o meno picaresche e a più prosaiche "sistemazioni" di quell'altra metà del cielo che in linguaggio aulico si chiama gnocca. Polemiche e intercettazioni, grida e livore politico, giudici e avocazioni, reintegri e vittorie più o meno morali. Ma alla fine della singolar tenzone rimane un senso di vuoto e quasi di vergogna (almeno per i protagonisti dell'affare). Le attricette sono evaporate, i palinsesti non ne hanno molto di più risentito, i direttori (generali e di rete) continuano a bivaccare sotto il cavallo di viale Mazzini e tutto va bene (o quasi) madama la marchesa. Però, almeno qualcuno continua a scriverne del lodo Saccà, e lo fa con arguzia e intelligenza. Un articolo a firma di Stefano Balassone (autore televisivo, scrittore ed ex vicedirettore di RaiTre) pubblicato oggi sulla prima pagina di Europa che vi voglio riproporre integralmente. Buona lettura. Archimede cercherebbe invano nel sistema della tv italiana un punto di appoggio su cui fare leva per renderlo simile a quello di Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna. Tutti quelli che vi hanno parte ne traggono un beneficio finanziario, politico o assistenziale, o un assaggino di tutti e tre. L'industria non abita qui perchè non c'è concorrenza. Punto. Tutto il resto sono chiacchiere d'occasione: una volta per la cattiva qualità, la volta dopo per un deficit di visibilità della politica stracciona e, ultimissime, quelle contro il consociativismo telefonico di Saccà, capo della fiction e quindi crocevia di speranze artistiche bipartisan. Ma ovviamente sono chiacchiere anche quelle di Saccà che, rimesso - forse - in sella dal giudice, si lascia andare su Panorama al ricordo delle glorie passate e particolarmente ai fieri colpi inferti in rapida sequenza, prima da lui e poi da Cattaneo, a MEDIASET. Ma senza avvisarla, tant'è che lì, sceneggiate a parte, hanno continuato a macinare utili record. Cattaneo poi, con il fervente aiuto di tutto l'attuale consiglio di amministrazione, se n'è andato dalla RAI non prima di averla legata mani e piedi a ENDEMOL (alias Mediaset) con un contratto di connivenza monopolistica di durata triennale stilato, fra le perplessità degli uffici competenti, con l'alibi di voler più efficacemente combattere gli odiati rivali. Da segnalare che in questa farsa, che non è mai stata per davvero tragedia, passano, a saperli cogliere, spezzoni di verità generalmente riservate solo agli studenti di alcuni corsi di specializzazione. Così le intercettazioni - a proposito, ci preoccupa moltissimo la magistratura in ascolto, ancor più dell'orrore della pubblicazione su media orrendi, che è tutto dire - ci documentano Saccà mentre spiega a Berlusconi che una Rai in difficoltà non conviene a Mediaset, la quale sbaglierebbe a segare il ramo su cui è seduta. E Berlusconi, pur sapendolo benissimo, se lo lascia spiegare. Qui il quadretto, senza traccia di gossip, è delizioso, con il leader che lascia che il seguace gli dica quel che lui non direbbe neanche sotto tortura, perchè rivelerebbe il boiardo del parastato al posto dell'immagine vincente del caimano. Quindi fa lo gnorri, ma non tanto da non rendersi conto che il seguace gli sta anche dicendo, senza troppi giri di parole, che la fortuna del caimano è basata su un equilibrio di convenienze dove c'è anche mamma Rai e che è bene che i ragazzi di Cologno Monzese non si piglino troppo sul serio e che la marmaglia parlamentare affamata si moderi, altrimenti c'è il rischio di fare una frittata di sistema. In questo passaggio abbiamo trovato il Saccà che conoscevamo: un realista di acciaio. Forse il più simile a Berlusconi fra tutti quelli che lo circondano. Figli del miglior Craxi. Nel che sta anche quello che a noi pare il loro limite: sanno proporre solo il presente, come è proprio dei manager di realtà mature, dove c'è più danno a perdere che vantaggio a conquistare. Essi di solito non faticano ad avere ragione, ma solo a due condizioni. La prima condizione è che un diverso futuro sia davvero impossibile (e qui tutte le forze in campo sembrano voler dare una mano); la seconda condizione è che nell'attuale presente non vi siano veri pericoli. E qui probabilmente la situazione è più complicata perchè i danni della mancanza ventennale di concorrenza, ovvero della situazione presente, si sentono pesantemente in quel pò di industria dell'audiovisivo che è riuscita a mettere piede in Italia. Si leggano le analisi di Roberto Sessa, capo di Grundy Italia, che, intervistato sabato 5 luglio da il Sole 24 Ore, prevede un rapido collasso della produzione audiovisiva italiana visto che Mediaset si avvia, con Endemol e altre strutture, a farsela in casa, mentre la Rai non è un interlocutore stabile e La7 e SKY non sono sostituti adeguati. Probabilmente Saccà, nel suo realismo, farebbe dire a PierSilvio di spendere un pò di euro per tenere tranquillo il giardinetto dei soggetti italiani, non solo quello del cinema, per non costringere il re a rivelarsi nudo. Ma forse stavolta il realista verrà battuto sul suo stesso terreno, sentendosi rispondere che questa nudità, ormai intercettata, lungi dall'essere nascosta può ormai essere esibita con orgoglio. Magari al videotelefono.

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