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mercoledì 19 maggio 2010

tanto tuonò che piovve


Dove non arriva la persuasione occulta della parola e dell'intimo convincimento (anche forzato), generato dalle idee politiche, arriva di sicuro il dio denaro. Il cosiddetto sterco del diavolo riesce sempre (o quasi sempre) a mettere d'accordo le due parti, a volte diametralmente opposte, sull'esito finale della disputa: io ti ricopro di denaro, tu ti levi dalle palle. Presto detto e presto fatto. Se il Cavaliere, in passato, non riusciva a mettere la museruola al giornalista più rognoso che mai gli fosse capitato tra i piedi (e non ci riusciva nemmeno sguinzagliando il suo molosso di fiducia, l'avvocato Mavalà Ghedini) ciò era dovuto sicuramente alla passione politica, alla cocciutaggine giornalistica e alla schiena dritta dell'anchor man salernitano: Michele Santoro, infatti, aveva già conosciuto molto da vicino il suo principale nemico e sapeva di che pasta era fatto. Ai tempi in cui aveva trasmigrato dalla Rai a Mediaset (1996), per andare a condurre Moby Dick su Italia1, si era fatto l'idea che non poteva continuare a mangiare nel piatto dove stava sputando. Oramai aveva la visione dall'interno del suo attuale nemico pubblico numero uno, alias Silvio Berlusconi, e di conseguenza si era reso conto de visu delle molteplici unità di fuoco mediatiche a disposizione della possente armata televisiva di Cologno Monzese. Era ritornato in RAI (1999) conscio del fatto che solo con trasmissioni dal marcato contenuto d'inchiesta giornalistica, tipo Sciuscià e Il Raggio Verde, avrebbe potuto contrastare efficacemente le menzogne edulcorate delle news targate Emilio Fede e dei contenitori informativi tragicamente balcanizzati dai potenti bracci armati di Sua Emittenza. Ma alla lunga questa interminabile guerra di nervi tra Santoro e il Pifferaio di Arcore, intervallata dai blitz televisivi in campo nemico dei kamikaze giornalistici aventi sembianze dei vari Belpietro, Porro, Feltri e compagnia cantando, ha generato il naturale epilogo. La fine delle ostilità, anche grazie al cavallo di Troia (una volta era il cavallo di viale Mazzini...) rappresentato dall'ottima buonuscita in milioni di euro offerta dal DG dell'Azienda di Stato, quel Mauro Masi che, guarda caso, era il portavoce del Caimano a Palazzo Chigi prima di approdare in pompa magna al settimo piano di mamma RAI. Ora che la notizia è ufficiale (http://www.repubblica.it/cronaca/2010/05/18/news/santoro-lascia-4167081/?ref=HREC1-7) mi sento come svuotato da quell'interesse quasi smodato che mi prendeva ogni giovedì sera per seguire le vicende narrate magistralmente dal duo Santoro-Travaglio ad Annozero. Ora mi dovrò consolare con qualche docu-fiction (come espressamente argomentato dallo stesso Santoro) o qualche incursione chissà di chi e chissà dove. Tempi cupi per la libertà d'opinione. E per la libertà in generale.

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