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giovedì 31 dicembre 2009

tornano i devoti del Cinghialone


Il prossimo 19 gennaio ricorrerà il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi e sono annunciate varie iniziative per ricordarlo. La più importante si svolgerà in Senato. Forse ci sarà anche una sorta di riabilitazione politica da parte del Presidente della Repubblica. Ma intanto fa discutere la proposta di Letizia Moratti, sindaco di Milano, di dedicare allo scomparso leader socialista un giardino o una piazza nella città simbolo del craxismo imperante degli anni Ottanta, quelli famosi della Milano da bere. Per gli eventuali nostalgici un Tour Operator (Francorosso) organizza e mette in vendita un pacchetto Hammamet: volo Tunisair, Hotel Mehari (cinque stelle), pensione completa dal 15 al 17 gennaio, costo 450 euro. Sempre meglio di una gita al Tuscolo, ai Castelli romani. Detto ciò, ricordare con più o meno rispetto Craxi non è certo un delitto. Il problema è che siamo in piena operazione recupero senza però uno straccio di discussione sulla memoria politica italiana. Il giudizio su Craxi oscilla tra considerarlo il capro espiatorio di Tangentopoli (anche oggi parla di questo Piero Fassino, http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200912articoli/50830girata.asp) o ritenerlo l'artefice di quella degenerazione della Repubblica dei partiti che deflagrò con Mani pulite. Di cosa furono davvero i governi presieduti da Craxi (agosto 1983-aprile 1987) si è persa cognizione, così come del Caf (il patto Craxi, Andreotti, Forlani) che reggeva le sorti dell'Italia. Si dice che Craxi tentò di modernizzare l'Italia con l'obiettivo di una grande riforma istituzionale, rimasta però «un inutile abbaiare alla luna» come riconobbe lui stesso, e che fu sconfitto dal conservatorismo che ora i ministri Renato Brunetta e Maurizio Sacconi, eredi della stagione craxiana come del resto Berlusconi, vorrebbero distruggere una volta per tutte. Si dimentica il craxismo come peculiare concezione della politica fondata sulla contrapposizione con il resto della sinistra, a iniziare dal vecchio PCI. E si preferisce glissare sul soprannome di Bokassa o di Cinghialone che gli fu affibbiato, per indicarne il modo ruvido e imperiale di gestire le cose della politica. Ne fu testimonianza il Congresso di Verona del 1984, dove Ghino di Tacco venne confermato segretario per acclamazione, in una cornice maestosa (ricorda quasi le sfarzose convention berlusconiane degli ultimi anni). In platea c'erano nomi dello spettacolo e del made in Italy ribattezzati da Rino Formica (mai sospettato di anticraxismo) «nani e ballerine». Del craxismo, sarebbe un errore dimenticarlo, fa parte anche il positivo sussulto di autonomia nazionale del 1985, quando il Cinghialone impedì agli aerei Usa di ripartire dalla base di Sigonella in Sicilia con a bordo i palestinesi che avevano sequestrato la nave Achille Lauro. Ma i punti neri della stagione craxiana restano innumerevoli. Come quando il 17 febbraio 1992 fu arrestato Mario Chiesa, dirigente socialista e presidente del Pio Albergo Trivulzio a Milano, Craxi pensò bene di poter archiviare il caso come «l'episodio isolato di un mariuolo». Ma era solo l'inizio della bufera. Tangentopoli non fu una rivoluzione, ma neppure un'invenzione. E Craxi non fu certo una meteora come si erano illusi le correnti di destra e di sinistra che lo elessero segretario nei saloni dell'Hotel Midas a Roma il 16 luglio 1976, pensando a un re travicello. E fa ancora discutere se i cinque anni passati ad Hammamet debbano essere considerati latitanza o esilio. Il rifiuto a farsi processare in Italia resta uno dei suoi errori politici più gravi. Non credo di dire un'eresia. E qualcuno al governo oggi mi ricorda proprio quel medesimo errore politico (non certo giudiziario). Ma la posizione più critica, nel vuoto a sinistra che si verifica anche in queste polemiche su riabilitazioni, giardini o piazze, è quella di Antonio Di Pietro. Tocca a lui ricordare che Craxi fu condannato in via definitiva a 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo Eni-Sai, oltre che a 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito. E un confronto sul craxismo sarebbe invece utile pure al PD, per ora silenzioso. Quando Craxi lanciò il progetto di unità socialista dopo il 1989 e fece scrivere quelle due parole nel simbolo del PSI, dettò al Partito Comunista la via della semplice confluenza. Se oggi non abbiamo in Italia neppure un partito socialista (come nel resto d'Europa), chissà che la colpa non sia almeno un po' anche del Cinghialone...

2 Commenti:

  • Alle giovedì 31 dicembre 2009 15:40:00 GMT+1 , Anonymous Anonimo ha detto...

    Buonasera carissimo.Il giudizio politico su Craxi,secondo me,deve vertere sui seguenti punti.Cosa fece per la questione morale?Cosa fece per l'unita'della sinistra su basi paritarie e non di annessione?Mi dispiace ma io preferisco sempre Enrico Berlinguer.MAURO.

     
  • Alle giovedì 31 dicembre 2009 19:00:00 GMT+1 , Blogger nomadus ha detto...

    Lo sai, carissimo MAURO, che con me quando citi ENRICO BERLINGUER sfondi una porta aperta. Questo mio post dedicato alla figura di Craxi non è stato tanto celebrativo quanto rievocativo di un passato che con l'attuale personaggio politico (diretto discendente del Cinghialone) stiamo purtroppo rivivendo. Compresi nani e ballerine. Un grandissimo abbraccio e un augurio di cuore per un felicissimo 2010 a te e alla tua famiglia.

     

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