tpi-back

sabato 15 gennaio 2011

le molte (troppe) verità di via Poma


Credo sia giusto spiegare ai miei lettori il motivo di questa lunga assenza da questo blog. Non ho scritto nessun articolo oramai da circa un mese (l'ultimo era quello su Saviano e la querelle con i giovani manifestanti anti-Gelmini datato 17 dicembre) e la cosa, debbo confessarlo, mi ha creato un leggero sintomo di inquietudine, di imbarazzo. Non ero abituato ad astenermi dallo scrivere, mi mancava quel semplice contatto con le decine di lettori che entravano abitualmente su questo sito. Ma il motivo era semplice e facilmente comprensibile: come ho spiegato sull'altro mio blog (http://l-antipatico.blogspot.com/2011/01/il-sogno-lestasi-come-innamorarsi-50.html) ultimamente sto vivendo una splendida ed imprevista storia d'amore che mi ha totalmente assorbito, privandomi (fortunatamente) di tutto quel tempo libero che normalmente dedicavo alla gestione di questo e dell'altro blog. Detto ciò (la premessa era d'obbligo) eccomi a scrivere di un fatto di cronaca che, credo, ha colpito profondamente non soltanto i romani e che personalmente ho seguito (da semplice lettore, ma ultimamente anche da provetto giornalista) sin dall'inizio: da quel tragico 7 agosto del 1990. Ovvio che mi sto riferendo al delitto di via Poma, di cui ho già scritto in altre due occasioni (http://tpi-back.blogspot.com/search?q=via+poma). Ieri sono stato nell'aula bunker di Rebibbia per seguire da vicino le ultime battute del processo che vede come unico imputato il fidanzato dell'epoca di Simonetta Cesaroni, quel Raniero Busco che ho intravisto in aula sempre fisso nel suo atteggiamento freddo e conservatore di una verità che solo lui potrebbe finalmente rivelare, addossandosi quelle enormi responsabilità che vent'anni di oblìo giudiziario non hanno potuto (e voluto) far dimenticare alla pubblica opinione e alla giustizia italiana. Anche la città di Roma e i romani in particolare sentono questa necessaria esigenza di sapere la verità sull'atroce delitto di via Poma e l'avvocato Andrea Magnanelli, nella sua lucida e appassionata arringa di ieri mattina, l'ha puntualmente sottolineata: Busco ha ancora la possibilità di dire la verità, ovvero di confessare e di far calare il sipario su questa angosciosa vicenda che troppe volte è stata sul punto di azzerarsi e ricominciare dal nulla facendo in modo che il vero colpevole potesse farla franca. Busco, se davvero è stato lui a commettere l'atroce delitto, ha il dovere di alzarsi in piedi (prima che la Corte si ritiri in camera di consiglio il prossimo 21 gennaio) e dire la verità, ammettere le sue responsabilità, accettare serenamente il verdetto e pagare così il suo debito con la giustizia. Non credo che lo farà. Non mi sembra il tipo fornito del necessario coraggio e del dovuto senso di giustizia per fare un passo che lo riabiliterebbe, se non altro, agli occhi della famiglia Cesaroni (la mamma e la sorella di Simonetta, il papà è morto stroncato dalla lunga attesa alla ricerca della verità) e già questo non mi sembra poco. L'ultima verità processuale evidenziata dalle risultanze investigative parlano di un delitto d'impeto successivo ad un gesto di reazione di Simonetta nei confronti di Raniero (con il quale stava amoreggiando nell'ultima stanza degli uffici dell'AIAG, al terzo piano della scala B di via Poma 2, in quell'afoso pomeriggio del 7 agosto di 20 anni fa), colpevole di averle morso il capezzolo sinistro in un momento di estasi violenta risultante dall'eccesso di impeto sessuale del giovane fidanzato della bella impiegata romana. Un tipico rapporto sessuale tra ventenni che vedeva lei sentimentalmente coinvolta, lui molto meno visto e considerato che Raniero tendeva più al mero rapporto intimo piuttosto che a sviluppi emozionali scaturiti da un normale legame giovanile. Il morso sul capezzolo fece schizzare fuori di testa Simonetta che, istintivamente, afferrò un tagliacarte a portata di mano in quella stanza e lo puntò contro il suo fidanzato, il quale riusci ad afferrarlo e immediamente sferrò le famose ventinove coltellate in quel raptus omicida che tanto ha fatto dannare psichiatri e giuristi, commentatori e inquirenti. Il Pm Ilaria Calò l'ha definito, nella sua lunga e implacabile requisitoria, un omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e non ha potuto esimersi dal chiedere il massimo della pena previsto dal nostro attuale codice: l'ergastolo. Questa richiesta sarà al centro della probabile e prevedibile lunga camera di consiglio che la Corte dedicherà, immagino, alla contrapposizione e valutazione delle molte (forse troppe) verità emerse in questi 11 mesi di dibattimento. Così siamo venuti a conoscenza che Simonetta si lamentava con le sue amiche perchè sentiva di ricevere da Raniero solo indifferenza e sesso, un Raniero troppo spesso guascone e manesco che, per l'accusa, si è costruito un alibi fasullo, indicando tre suoi amici come possibili "corteggiatori" di Simonetta e che poi si recava negli uffici di via Poma per fare sesso con lei. Adesso siamo alla fase finale, al redde rationem. Non ci si potrà più nascondere, non si potrà più far finta di nulla. C'è un preciso dovere umano e giudiziario, quello di dare a Simonetta la giustizia che per vent'anni molti, in maniera ostinata e incongrua, hanno cercato di negarle. Raniero Busco, lo ripeto e lo sottolineo, è ancora in tempo a rendere giustizia alla sua Simonetta (se sua mai lo è stata), a dire la verità umana e personale, prima che sia la Corte d'Assise a farlo. Il prossimo 21 gennaio.

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