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sabato 18 settembre 2010

la speranza di un futuro (politico) migliore


A volte rimango francamente spiazzato e sorpreso dalle tante evoluzioni pseudo-politiche che taluni personaggi di indubbia qualità (perlomeno morale e personale) attuano nel variegato mondo della scena pubblica nazionale. Non mi riferisco ai tanti cambiamenti di bandiera (e di comportamento) di qualche comprimario del palcoscenico politico e non voglio nemmeno commentare inaspettate sortite (di ex segretari di partito) dal dubbio risultato finale. Ho soltanto voglia, in questo plumbeo sabato di settembre, di articolare un mio pensiero su quello che dovrebbe fare il centrosinistra per affrancarsi definitivamente dal gelatinoso sistema di potere berlusconiano e per ridare fiducia a questo nostro Paese che, mai come oggi, sta conoscendo il periodo più critico e deprimente della sua storia almeno dal punto di vista sociale ed economico, oltre che politico. Non posso sapere quando e se la crisi di governo verrà formalizzata (attendo con curiosità le mosse dei finiani il giorno del discorso di Berlusconi in Parlamento, il prossimo 28 settembre); posso però evidenziare, e spero di non sbagliarmi, che oggi noi non ci troviamo di fronte a una semplice e normale crisi istituzionale e politica, ma siamo al capolinea di una lunga e sconfortante stagione storica, quella caratterizzata dal malaugurato avvento del Pifferaio di Arcore sulla scena politica nazionale. Un avvento che, debbo proprio dirlo, è stato preceduto e favorito da una ristrutturazione politica-economica, e persino culturale, dal marcato segno nordista (per non dire leghista) che ha preso avvio dalla crisi del 1992 (l'era di Tangentopoli e dei mariuoli), in base a quella malsana idea che, per curare i mali italiani, occorresse meno politica, meno Stato, meno democrazia e più decisionismo. Nasce da qui il paradosso di una stagione politica (quella denominata Seconda Repubblica) che si è affermata in nome del cambiamento ma che nella realtà dei fatti ha cambiato ben poco. Anche perchè mancavano quegli strumenti tipici di ogni eventuale azione riformatrice, quali ad esempio il ruolo dello Stato (dipinto come assistenzialismo), l'intervento pubblico in economia (bollato come statalismo) e la stessa mediazione politica (demonizzata come consociativismo). Ovviamente in base a queste tesi ha vinto un'ideologia che ha assunto, soprattutto in politica, il dogma dell'efficienza del privato in contrapposizione alla presunta inefficienza e corruzione del pubblico, dando la possibilità allo spirito nordista di prendere il sopravvento e di farla da padrone su tutto e su tutti. E questo anche grazie all'interessata complicità di Berlusconi. Infatti il berlusconismo ha abbracciato senza remore la Lega di Bossi che, con le minacce di secessione e di rivolta fiscale, con l'evocazione della Padania e con la retorica antirisorgimentale, ha rappresentato soltanto la variante più radicale di quel grande processo di ristrutturazione iniziato nel 1992. L'attuale nostra grande sfida (dico nostra riferendomi a quegli uomini intellettualmente ancora non contaminati dal morbo berlusconiano o leghista) è quella di smontare pezzo per pezzo questa infame e spietata opera politico-culturale di natura secessionista, e nel contempo offrire al Paese una nuova e reale speranza su cui costruire radicate alleanze politiche e sociali. Una sfida che a mio giudizio potrà vincere solo una nuova classe dirigente del centrosinistra: nuova, perchè capace di parlare (ma soprattutto pensare) in modo nuovo. Una classe dirigente che abbandoni determinate categorie logore, figlie di un'ideologia liberista e antistatale, che tanti danni ha provocato; quella stessa ideologia che ci ha portati a questa ormai insopportabile personalizzazione della politica. Il centrosinistra dovrebbe prioritariamente preoccuparsi di parlare alla gente, di toccare le corde sensibili della vera democrazia e della reale equità sociale, della giusta integrazione e di una nuova politica del lavoro a salvaguardia delle future generazioni. Ma anche di quelle passate, di quelle che ormai non hanno più speranze nella vecchia nomenklatura dei vecchi babbioni ma che ancora sperano nel vento nuovo del riformismo, spinto dall'alito ancora incontaminato delle nuove leve della politica giovanile, dirette derivazioni dei blog e di internet. La speranza che qualcosa cambi è tuttora intatta. Cerchiamo (noi tutti) di non tradirla.

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